Il giovane ricco

    Rocco Quaglia


    Ed ecco uno, avvicinatosi a lui, disse: «Maestro, che cosa farò di buono affinché abbia vita eterna?».
    Or egli gli disse: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno è il buono; or se desideri entrare nella vita, osserva i comandamenti».
    Gli dice: «Quali?».
    Gesù disse: «Questi: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non attesterai il falso, onora il padre e la madre e amerai il tuo vicino come te stesso». Gli dice il giovanetto: «Custodii tutte queste cose; che cosa manca ancora?».
    Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi le tue risorse e da' ai mendicanti, e avrai un deposito nei cieli, orsù, seguimi!».
    Or il giovanetto, udita la parola, se ne andò rattristato, poiché era uno che aveva molti beni.
    (Mt 19,16-22)

    E uscendo in strada, essendo sopraggiunto uno ed essendosi prostrato davanti a lui gli domandava: «Maestro buono, che cosa farò affinché riceva in eredità vita eterna?».
    Or Gesù gli disse: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non uno, Dio. Tu sai i comandamenti: non ucciderai, non commetterai adulterio; non ruberai; non attesterai il falso; non defrauderai; onora il padre tuo e la madre».
    L'altro gli disse: «Maestro, tutte queste cose le osservai dalla mia giovinezza».
    Or Gesù, avendolo guardato, lo amò e gli disse: «Una cosa ti fa ritardare; va, vendi quante cose hai e da' ai poveri, e avrai un deposito in cielo, e vieni qui e seguimi». L'altro, essendosi rattristato per la parola se ne andò, affliggendosi, poiché era uno che aveva molti beni.
    (Mc 10,17-22)

    E qualcuno dei capi lo interrogò, dicendo: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare vita eterna?».
    Or gli disse Gesù: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non uno solo, l'Iddio. Sai i comandamenti: non sarai adultero, non ucciderai, non ruberai, non attesterai il falso, onora il padre e la madre».
    Ed egli disse: «Custodii tutte quelle cose dalla giovinezza».
    Or avendo udito, Gesù gli disse: «Ancora una cosa ti manca; vendi tutto quanto hai e distribuisci ai mendicanti, e avrai un deposito nei cieli, poi vieni qui e seguimi».
    Or egli, avendo udito queste cose, divenne tristissimo, era infatti assai ricco.
    (Lc 18,18-23)

    Gesù ha appena detto ai suoi discepoli chi sono coloro che entrano nel regno dei cieli, vale a dire i bambini. Quale il motivo di una tale elezione? La Scrittura riferisce: «E (Gesù) abbracciandoli, li benediceva» (Mc 10,16). I bambini si lasciano avvicinare da Gesù: chiamati accorrono, abbracciati si lasciano abbracciare, sollevati da terra si abbandonano a colui che li solleva. Un bambino attende di essere preso in braccio, come il genitore desidera avere tra le braccia il proprio bambino. Una sola volta Dio poté prendere Adamo in braccio, subito dopo averlo creato. «L'Eterno
    Dio sollevò Adamo e lo depose nel giardino di Eden» (Gen 2,5). Attraverso Gesù, il Padre può nuovamente riabbracciare la sua creatura, tutti quelli che, come bambini, si lasciano avvicinare da lui.

    «E uscendo in strada (...)» (Mc).
    Si chiude così la parentesi dell'incontro di Gesù con i bambini; felice momento nel quale egli ha potuto esprimere quanto delicato sia il suo amore. Questi bambini rappresentano la primizia del frutto del tormento della sua anima (Is 53,11) e anticipano il momento della gioia che gli era posta dinanzi (Eb 12,2).
    Ora Gesù esce di casa ed esce nella strada dove si trovano e vanno gli uomini.

    «(...) essendo sopraggiunto uno ed essendosi prostrato davanti a lui gli domandava» (Mc).
    Dalle parole di Marco sembrerebbe proprio che qualcuno stesse attendendo fuori, in strada, l'uscita di Gesù dalla casa di Simone. Attendeva forse a motivo della calca di donne e di bambini, oppure perché era, quella, la casa di un semplice pescatore? Probabilmente né per l'uno né per l'altro motivo. Entrare in casa vuol dire innanzi tutto entrare in intimità, vuol dire compromettersi, vuol dire non potersi più tirare indietro. In ogni caso, qualcosa ha costretto questo giovane ad attendere fuori!
    Di lui sappiamo solo che era un persona molto ricca. Luca lo indica come «uno dei capi», mettendo così in risalto che era un personaggio importante e socialmente in vista. Matteo dice, invece, che si trattava di un giovanetto. Poco più di un adolescente, questo giovane doveva appartenere a una delle più nobili famiglie del luogo, per essere considerato un notabile. Non sappiamo se fosse solo, oppure con altri ad attendere; forse lo accompagnava un servo. Qualcosa, dunque, doveva tormentare questo giovane se aspettava Gesù in strada, senza sapere neppure quanto tempo avrebbe atteso.
    Ricostruiamo i suoi possibili ultimi movimenti. Gesù, secondo Matteo e Marco, aveva appena parlato del divorzio e della castità in vista del regno di Dio. Una tale radicalità dovette scuotere non poco gli animi degli ascoltatori, al punto tale che Gesù concluse con le parole: «Chi è in grado di farlo lo faccia» (Mt 19,12). Il giovane ricco conosceva Gesù e il suo insegnamento. La qualifica di «giovane» probabilmente ci vuole informare che «il tale» non era ancora sposato; la sua condizione di «ricco» vuol dire, invece, che aveva facoltà di scegliere come vivere la sua esistenza, ma non di disporre liberamente di sé. La Scrittura non dice nulla dei sogni e delle aspirazioni di questo giovane, ma dalla sua età possiamo indovinare che la sua vita fosse a un bivio. Poteva optare per un'esistenza ordinaria, secondo la tradizione dei padri, oppure seguire l'impulso di un ideale che sempre si rinnova ad ogni nuova generazione, come la promessa della vita a ogni primavera.
    Le parole di Gesù sapevano entrare nelle segrete del cuore come lame di luce, e rendere più fitte le tenebre stagnanti. Il giovane non osò porre le sue domande alla presenza di tutti, temeva un giudizio, o forse temeva di esporsi troppo con Gesù. Noi, a duemila anni di distanza, possiamo ancora contemplarlo giovane, timido, riservato, e con un peso nel cuore che commuoverà Gesù. Rimase in piedi, in quella strada, a osservare il nazareno che si allontanava con i suoi, mentre tutti gli astanti scuotevano la testa. Il giovane sicuramente lo seguì e vide la casa nella quale entrava, ma le donne e i bambini gli impedirono di arrivare fino a lui. Non si mosse, ma rimase ad aspettare che Gesù uscisse di nuovo. Aveva una domanda che gli dilatava il petto, premendo contro le pareti del cuore, e un desiderio infinito come l'eternità.
    Quando Gesù finalmente esce in strada, ecco che «uno» si fa avanti con decisione, si prostra ai suoi piedi e lo interroga.
    A osservarlo così da vicino, ci rendiamo conto che si tratta in realtà soltanto di un ragazzo; veste con abiti da adulto, ma i suoi movimenti sono leggeri; la sua domanda è seria, ma la sua voce è fresca. Le parole gli escono di getto, parla in fretta come chi ha urgenza di dire un segreto da cui cerca liberazione. È un grande gesto il suo, che richiama quello di Nicodemo, e per molti aspetti è a questo speculare. Entrambi i personaggi sono persone ragguardevoli, l'uno è anziano, l'altro è adolescente; l'uno entra in casa ove Gesù dimora, l'altro attende in strada che Gesù esca fuori; Nicodemo prudentemente va a Gesù di notte, il giovane viene incontro a Gesù di giorno, forse nelle prime ore del pomeriggio, o, più probabilmente, sul far della sera. Se è così, il ragazzo ha atteso gran parte del giorno fuori della porta della casa di Simone. Da cosa possiamo dedurre che fosse quasi sera? Gesù si trovava in casa di uno dei suoi discepoli, aveva benedetto i bambini, e stava per tornare in strada, precisa Marco (Mc 10,17). Se osserviamo attentamente la giornata di Gesù notiamo che egli opera nel mattino, quando la gente è in sinagoga oppure per strada; si trova invece in casa all'ora del detpnon, il pasto principale che si consuma nel tardo pomeriggio; successivamente, Gesù e i suoi cercano un luogo per isolarsi e, infine, per dormire. Comunque, al pari di Nicodemo, il giovane ha visto in Gesù un Maestro, e a Gesù rivolge la stessa domanda: «Come posso nascere dall'alto?». Entrambi infine vanno via tristi: l'uno ha molta sapienza, l'altro molti beni. Esiste tuttavia tra i due una differenza: Nicodemo ha un nome che compare scritto nel libro della vita, questo giovane resta senza nome per sempre.
    Cerchiamo di capire cosa abbia potuto spingere questo giovane a rivolgersi a Gesù con una tale domanda. I poveri chiedono pane a Gesù; i malati, guarigione; gli indemoniati, liberazione; ma costui cosa cerca? Cerca salvezza. Soltanto un altro personaggio chiede salvezza nei vangeli, il buon ladrone. Penso che la richiesta del giovane sorprenda non poco Gesù.

    «"Maestro buono, che cosa farò affinché riceva in eredità vita eterna?"» (Mc).
    Questo giovane aveva tutto quello che nel mondo si potesse desiderare, eppure un'afflizione si celava nella sua anima. La sua esistenza, pur tanto invidiabile, non rivestiva ai suoi occhi un grande significato: gli mancava qualcosa. Il giovane aveva sentito parlare fin dall'infanzia di un'altra vita, di una vita eterna, una vita che è per sempre, ma soprattutto che è diversa da tutte quelle che si vivono nel mondo. Egli sapeva, come per istinto, di quella vita, ma non sapeva come viverla. Cercava di conseguirla attraverso i precetti e la legge di Mosè, ma quell'uomo chiamato Gesù gli stava mostrando una realtà nuova, un nuovo modo di sentire la vita, una vita non più tormentata dal sentimento della colpa, ma festante come festante era quella comitiva di uomini, tra loro, pieni di amicizia e di familiarità.
    La condotta del giovane era irreprensibile, la legge di Mosè non lo condannava e la sua coscienza lo assolveva, eppure...! Quell'uomo chiamato Gesù esercitava su di luiun fascino che non riusciva a spiegarsi; le parole di quell'uomo lo turbavano profondamente, gli mostravano un differente livello nel quale vivere il rapporto con Dio, un livello semplice quanto facile, schietto quanto vero.
    Il giovane, che attende Gesù e che gli va incontro prostrandosi ai suoi piedi, esprime una forte e intensa tensione; rivela un comportamento dettato da un intimo tormento, che dice di un'anima nella tempesta dell'agitazione.
    Forse il giovane aveva udito una delle parabole di Gesù, forse proprio quella del fariseo e del pubblicano (Lc 18,914). Sicuramente egli ringraziava Dio per tutto quello che aveva, per tutto quello che era. Sicuramente digiunava due volte la settimana e pagava le decime di quanto possedeva, e similmente al fariseo non si sentiva giustificato. Quelle parole dovettero bussare così forte alla porta del suo cuore, che quasi la scardinarono; quelle parole probabilmente chiesero la ragione della sua ricca e opulenta esistenza. Forse, quelle notti il giovane si agitò: l'immenso numero delle stelle turbava il suo sonno.
    In attesa dietro un angolo, il giovane attese dunque l'uscita di Gesù, che non appena apparve sulla soglia della casa di Simone si ritrovò un ragazzo prostrato ai piedi. Matteo dice che il giovane si era avvicinato (proselthòn), questo vuol dire che era poco distante dalla porta dalla quale Gesù era uscito; Marco dice che non appena Gesù uscì in strada, il giovane accorse (prosdramòn) e s'inginocchiò, questo vuol dire che la scena si svolse in un tempo solo. Luca annulla spazio e tempo e riferisce immediatamente i moti dell'animo del giovane. L'incontro perde i suoi contorni; se pure Gesù è in mezzo a un gruppo di uomini, e veloci le donne si allontanano sullo sfondo con i loro bambini in braccio, l'intera scena si riempie del nazareno, leggermente chino su un ragazzo venuto dal nulla e materializzatosi ai suoi piedi.
    «Maestro buono»; il giovane chiama Gesù «buono», e noi comprendiamo che egli è alla ricerca della bontà. Certo, la Legge non lo accusa, ma il sentimento che prova il suo cuore non è dolce; egli non sente in sé la gioia della vita eterna e della salvezza.
    «Che cosa farò?»: è la domanda di tutti. Noi tutti vogliamo fare, o, come Nicodemo, vogliamo sapere. Ora, quale opera, per quanto buona, ci darà la bontà, e quale sapere, per quanto alto, ci darà la salvezza? La vita eterna è un dono; «chi ha sete venga e beva» (Gv 7,37), poiché tutto è stato compiuto; a noi è richiesta la lode e la gratitudine per vivere questa vita con il cuore di Dio.
    Il giovane è sincero; ha aperto il suo cuore, ha riconosciuto la bontà di Gesù, ed è pronto a fare qualsiasi cosa gli verrà comandata.
    «Che cosa devo fare?»: l'eterno dilemma dell'uomo. C'è un imperativo nel cuore dell'uomo, un ordine che si trasmette da una generazione all'altra: «Crescete e moltiplicate» (Gen 1,28). Crescete, dunque, fino a divenire simili all'immagine del Padre, e moltiplicate questa immagine su tutta la faccia della terra. L'uomo ha perduto il modello del Padre, Gesù è venuto a mostrarci il Padre (Gv 14,9-10), perché potessimo ricostruire il nostro tempio secondo il modello che ci ha mostrato sul monte (Gen 25,40; Mt 5,312). Il dramma dell'umanità oggi è che non esistono più adulti; non c'è più sposa, né sposo; non ci sono più madri, né padri, e i bambini sono rari!
    Il giovane del nostro racconto è alla ricerca di un padre che gli dica cosa deve fare per avere la vita eterna. Ora, nella vita si entra in un solo modo, divenendo figli. Il problema non è dunque fare, ma scoprirsi figli. Questo è venuto a dirci Gesù: Dio è il Padre, e noi siamo i suoi figli. La salvezza è nella casa del Padre.

    «Or Gesù gli disse: "Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non Uno, Dio"» (Mc).
    «Or gli disse Gesù: "Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non Uno solo, l'Iddio"» (Lc).
    Gesù legge il travaglio dell'animo del giovane, e la lotta che in lui si è scatenata tra due tendenze, fra loro inconciliabili: il cielo con i suoi colori, la terra con i suoi frutti. Alla domanda del giovane, Gesù risponde con un'altra domanda: «Perché mi dici buono?».
    Gesù desidera che il ragazzo prenda coscienza che nessun uomo è buono; cessare di sentirsi buono è condizione prioritaria per riconoscere che Dio soltanto è buono; vuole però anche suggerire al ragazzo che una verità è stata detta. Solo Dio è bontà, ed egli ha fatto bene a chiamarlo «buono». Finora Dio è stato davvero buono con il giovane, gli ha dato tutto quello che il suo cuore poteva desiderare: benessere, rispetto da parte degli altri, ricchezze. Tuttavia, questo amore di Dio, prodigo e generoso, che non dice mai no, non genera gioia e porta lontano dal Regno. Sì, quando Dio è buono con noi, secondo il nostro pensiero e il nostro desiderio, questa bontà non fa crescere alcuna bontà in noi, e non reca pace al cuore. Quando la vita è benevola nei nostri confronti, ecco che diventiamo arroganti e vanagloriosi, soprattutto incapaci di comprendere gli altri e la loro afflizione.

    «Perché dunque mi chiami buono?
    Sai forse chi io sia,
    e quanto sia stato buono con te?
    Eppure, tu non sai della bontà di Dio,
    di quella bontà che ci mette da parte,
    come un fiore ferito dai rovi.
    La bontà del Padre è nell'amico
    che ci visita nella solitudine,
    è nel gesto che ci rassicura nell'angoscia,
    è nella parola che ci consola nel dolore,
    è nella mano che ci rialza nella caduta.
    Come il sole illumina la bontà del Padre,
    ma una nuvola appena, di nebbia o di fumo,
    raminga nel cielo, o al vento fuggiasca,
    può oscurare e nascondere.
    Pure, se della sua bontà vuoi sapere,
    ella non allieta nel sole dell'estate,
    ma nel pallido raggio invernale.
    La bontà di Dio è nel frutto dimenticato
    dopo un abbondante raccolto,
    è in quel che resta per l'affamato e lo straniero
    nei nudi campi dell'autunno,
    è nel bacio del commiato
    dopo una notte d'amore».

    «"Or se desideri entrare nella vita, osserva i comandamenti"» (Mt).
    Nel rispondere, Gesù si è limitato a suggerire al giovane la sua giusta intuizione. Sì, egli è buono, perché è Dio. Non insiste però, lasciando al giovane il tempo della riflessione. Dio può rivelarsi all'uomo lentamente, per curare le ferite del male, i pensieri della paura.
    Il discorso di Gesù si porta così sull'osservanza dei comandamenti. I comandamenti segnano l'ingresso nei pascoli della vita. Essi non limitano la libertà dell'uomo, come ha suggerito il serpente a Eva, ma segnano il confine della nostra libertà di figli di Dio.
    Il giovane ricco conosce molto bene i comandamenti che il Signore ha dettato a Mosè, eppure risponde a sua volta con una domanda: «Quali?».
    Perché mai questa domanda? Il giovane sa di aver onorato tutti i comandamenti del Signore, eppure sente di non essere entrato nella vita; si è fatto strada in lui il timore che forse vi sono dei comandamenti ai quali egli non ha ubbidito. Ha bisogno di essere rassicurato, un oscuro timore gli toglie la serenità, il timore di un comandamento che egli ignora. Il giovane sa che i comandamenti danno la vita, ma ha realizzato che non insegnano a viverla; qualcosa dunque manca!

    «Or Gesù disse: "Questi: non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non attesterai il falso, onora il padre e la madre e amerai il tuo vicino come te stesso"» (Mt).
    «"Tu sai i comandamenti: non ucciderai, non commetterai adulterio; non ruberai; non attesterai il falso; non defrauderai; onora il padre tuo e la madre"» (Mc).
    «"Sai i comandamenti: non sarai adultero, non ucciderai, non ruberai, non attesterai il falso, onora il padre e la madre"» (Lc).
    Gesù non comincia dal primo comandamento, perché sa che il giovane lo ignora; ogni uomo lo ignora. Certo, conosciamo il comandamento di amare Dio con tutto il cuore, ma non conosciamo l'amore. Noi sappiamo amare un amico, una moglie, un marito, i figli, possiamo amare un'idea, una causa, una terra, ma nulla sappiamo dell'amore con il quale amare Dio. Gesù quindi inizia dal comandamento: «Non ucciderai» (Es 20,13), poiché l'odio e non l'amore è quel che il nostro cuore conosce meglio. Tutti i comandamenti che Gesù enumera sono comandamenti verso il prossimo, comandamenti che tutti gli uomini sono in grado di osservare, poiché è in loro potere metterli in pratica. Il giovane ricco ha sicuramente osservato tutti questi comandamenti. Egli è circondato dalla considerazione e dall'amicizia degli uomini, non ha motivo di uccidere nessuno, neppure con l'odio. Egli è giovane e non è ancora sposato; Matteo infatti lo chiama neanískos, cioè giovanetto: l'adulterio non è dunque il suo peccato. Egli è ricco, non si è mai trovato nella necessità di dover rubare. Non deve mentire per sfuggire alla giustizia degli uomini. In Israele l'onorare i genitori si esprimeva soprattutto con il provvedere al loro sostentamento, nel tempo della loro vecchiaia; ora, i genitori del ragazzo non erano indigenti e neppure anziani, e forse erano già morti, e questo spiegherebbe il titolo di árkon, capo, notabile, che Luca dà al ragazzo.
    In Matteo, Gesù parla anche del comandamento dell'amore per il prossimo. Il prossimo che il giovane conosce è fatto di persone che lo rispettano, poiché egli è un principe in mezzo ai suoi fratelli ed ha sempre ripagato i loro servigi con la sua benevolenza.
    Volutamente, dunque, Gesù tace il primo comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze, con tutta la tua mente» (Lc 10,27). Nessun uomo poteva mettere in pratica questo comandamento se non l'uomo buono. Ecco di cosa è mancante ogni uomo che segue la Legge; infatti, chi osserva interamente la Legge, ma la trasgredisce anche in un punto solo, fallisce su tutti i punti (Gc 2,10).
    Gesù, nel suo grande amore per il giovane, tace il primo e grande comandamento, comandamento che, di lì a poco, egli avrebbe una volta per sempre adempiuto al posto dell'uomo.

    «Gli dice il giovanetto: "Custodii tutte queste cose"» (Mt).
    «L'altro gli disse: "Maestro, tutte queste cose le osservai dalla mia giovinezza"» (Mc).
    «Ed egli disse: "Custodii tutte quelle cose dalla giovinezza"» (Lc).
    Tutti i comandamenti sono dunque stati osservati dal giovane; egli non sa di non essersi mai trovato nella condizione di poterli trasgredire. Quanto poco conosce il proprio cuore! Egli ha custodito i comandamenti, ma non li ha amati. Non poteva amarli, poiché non conosceva colui dal quale procedevano. Erano per lui i comandamenti della Legge, e non della vita; egli obbediva, quindi, per sfuggire a una pena, non per vivere secondo la vita.

    «"(...) che cosa manca ancora?"».
    È la vita che manca! «E la vita era in lui e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta» (Gv 1,4-5). Il giovane ha fatto quanto la Legge esigeva da lui; resta nondimeno nel suo animo un grande vuoto e un'insopprimibile insoddisfazione. Vuole arrivare alla vita con i suoi sforzi, e nella sincerità del suo cuore commuove Gesù.
    Vi è una chiave per entrare nei comandamenti che danno la vita, questa chiave è l'amore. Non è possibile osservare i comandamenti senza amore. Il primo comandamento è quello di amare Dio. Possiamo noi amare Dio? La risposta è «no!». L'uomo naturale non conosce Dio, e neppure può amarlo. L'amore dell'uomo per Dio è un riflesso dell'amore di Dio per l'uomo. Scrive Giovanni: «E questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma Dio amò noi per primo» (1Gv 4,10). Vedere Dio in Gesù vuol dunque dire cogliere in Gesù l'amore del Padre per ognuno di noi.

    «Or Gesù, avendolo guardato, lo amò» (Mc).
    Gesù lo aveva guardato fin dall'inizio, non aveva mai distolto lo sguardo da lui; cosa guarda ora dunque? Prima Gesù guardava il suo volto, guardava quel che diceva; ora guarda il cuore, e avverte quanto grande sia la ferita d'amore del giovane. Gesù vede quel che non dà pace al suo cuore. Noi avvertiamo una grande solitudine, la solitudine di chi non ha trovato quel che sperava dalla vita.
    «Avendolo guardato»: vuol anche dire che per un attimo i loro sguardi si sono incrociati, si sono visti. Il Creatore contempla la sua creatura, e un fremito attraversa e commuove l'intera creazione. Gesù lo amò, riferisce la Scrittura; fu travolto dal suo stesso sentimento che lo spinse a creare tutte le cose in vista dell'uomo. Se ne accorsero i discepoli, se ne accorse il giovane.
    Tutto l'animo di Gesù si riversò in quello sguardo, si protese come il mattino verso il cielo, nel tentativo di raggiungere la cripta del cuore del suo interlocutore. Lo amò con tutta l'impotenza dell'amore, con le parole che dicono del silenzio, con il dolore di chi può solo amare.
    L'amore dato senza nulla prendere non muore mai; nell'animo del giovane quell'amore continuò a guardare un volto e uno sguardo.

    «Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto"» (Mt).
    «Gli disse: "Una cosa ti fa ritardare"» (Mc).
    «"Ancora una cosa ti manca"» (Lc).
    «Se vuoi essere perfetto», riporta Matteo: questo vuol dire che Gesù non trovò il giovane errante lungo le vie tortuose dell'esistere, ma soltanto non ancora compiuto alla presenza di Dio.
    «Una cosa ti manca», riferisce Luca: questo vuol dire che tutte le cose che il giovane aveva fatto erano state da Dio approvate.
    «Una cosa ti fa ritardare», dice Marco: il giovane trasportava dunque un peso che rallentava il suo cammino; depositare tale peso ai piedi di Gesù era l'opera che gli mancava, per essere libero come gli uccelli del cielo.

    «"Va', vendi le tue risorse e dà ai mendicanti, e avrai un deposito nei cieli, e orsù, seguimi!"» (Mt).
    «"Va', vendi quante cose hai e dai ai poveri e avrai un deposito in cielo, e vieni qui e seguimi"» (Mc).
    «Or avendo udito, Gesù gli disse: "Vendi tutto quanto hai e distribuisci ai mendicanti, e avrai un deposito nei cieli, poi vieni qui e seguimi"» (Lc).
    La via della perfezione passa dunque attraverso la povertà; la povertà è ciò che manca al ricco. Egli ha tutto per vivere nel regno dove la luce disegna le ombre, ma non ha nulla per vivere dove tutto è soltanto luce.
    Basandoci sulla riflessione umana, come possiamo giudicare una simile richiesta fatta da Gesù al giovane? E se egli la rivolgesse anche a noi? Dare via tutto quello che abbiamo è veramente ciò che Dio vuole da ognuno di noi? Non ci sono forse altri passi biblici nei quali tale richiesta sembra essere alquanto ridimensionata? Ognuno darà la sua risposta; una risposta misurata secondo la disponibilità del proprio cuore. Certo, una simile richiesta sembra essere eccessiva, eppure Gesù la pone senza cedere nulla alla sua radicalità. Possiamo portare tutte le nostre argomentazioni, affinché egli ci venga incontro, e scenda a patti con noi, nondimeno egli resta irremovibile, le sue condizioni per seguirlo sono state dettate una volta per sempre, per ogni tempo, per tutti gli uomini: andare, vendere, donare, poi venire e, infine, seguire.
    «Andate!». È il momento della decisione. È l'ordine che Gesù rivolge a quanti, ancora oggi, gli chiedono di essere accolti al suo seguito. È un tornare sui propri passi, per raccogliere tutto di noi; non soltanto i nostri beni materiali, ma anche i nostri ricordi, i nostri affetti, le nostre opere. Raccogliere tutto per disfarsene, per vendere ogni cosa in cambio della libertà.
    «Vendete!». È il momento della liberazione. Non sempre però vendiamo tutto; quasi sempre dimentichiamo di disfarci dei ricordi, del nostro sapere, della nostra intelligenza. Abbiamo bisogno di essere sciolti da molte cose per non predicare Cristo con le nostre ricchezze e con le nostre forze! Per non predicare un dio a nostra immagine e somiglianza! «Vendere» vuol dire sciogliere dentro di noi tutti i legami che ci tengono legati alla terra. La povertà è una conquista, non quella secondo il mondo, ma quella di Cristo, la più desiderabile delle ricchezze. È la povertà di chi non è più nessuno.
    «Date!». Soltanto chi è libero può dare. È il momento della verità; la verità della nostra scelta, della nostra sincerità, del nostro amore. Gesù dice di donare ai poveri; perché? Forse i poveri hanno bisogno delle donazioni dei ricchi per vivere? No di certo! Dio provvede loro. Neppure bisogna donare ai poveri per un senso di umana giustizia. Bisogna dare ai poveri perché sono gli unici a saper ringraziare Dio e, nell'abbondanza del ringraziamento, un tesoro si accumula nel cielo per noi. Per ogni grazie che un povero innalza a Dio dalla terra al cielo, cento grazie insieme con la vita eterna attendono in cielo colui che, per amore di Gesù, ha dato (Mt 19,29).
    Il giovane certamente non si attendeva da Gesù una simile richiesta; neppure noi pensiamo che Gesù possa rivolgere lo stesso comando a noi; eppure questo è il passo che ogni credente deve compiere se vuol diventare un apostolo di Cristo nel mondo. Gesù non dice al giovane: «se vuoi lasalvezza», ma: «se vuoi essere perfetto». La salvezza è per grazia, non costa nulla all'uomo, ma la perfezione dipende dalla nostra disponibilità a voler seguire Gesù. Egli non impone a nessuno la sua santità, ma ci avverte che senza la santificazione nessuno vedrà Dio (Eb 12,14).
    Credere in lui non costa nulla, ecco perché egli ci scongiura (Gv 8,24), ma il discepolato ha un prezzo, per questo ci invita a sederci e a calcolarne il costo (Lc 14,28-33). Egli non esclude nessuno dalla sua sequela, ma pone una condizione che solo i folli possono soddisfare.
    Gesù, tuttavia, non avrebbe mai fatto una simile richiesta al giovane se questi non fosse stato in condizione di poter rispondere liberamente. Gesù lo aveva amato e poteva perciò chiedere.
    Il giovane aveva molti beni, ma come può Gesù dare a un ragazzo un tale ordine? La Scrittura precisa che il ragazzo era molto ricco; probabilmente non aveva più i genitori; se avesse avuto i genitori, questi, non il ragazzo, sarebbero stati ricchi. Se accogliamo l'ipotesi che un improvviso lutto si fosse abbattuto sul giovane, potremmo meglio comprendere la sua quasi spasmodica ricerca di un ancoraggio per la sua anima, la sua ansia di ottenere la vita eterna. Se così è, potremmo meglio comprendere la sua attesa angosciosa, e il bisogno di trovare qualcuno sufficientemente buono da accoglierlo e rassicurarlo. Se così è, potremmo anche intravedere nel suo comportamento lo sbigottimento di chi, pur avendo sempre osservato la legge di Dio, non comprende più le vie di Dio, e non sa più come ottenere la vita eterna; potremmo inoltre avvertire, nei suoi gesti e nelle sue parole, lo stupore di chi improvvisamente scopre la propria solitudine. Sì, il ragazzo è solo e ha paura; va da Gesù e chiede l'unica cosa che può perdere, la vita.
    Gesù è sicuramente buono, ma non della bontà secondo il mondo; cerca di suggerire al giovane la sua bontà divina e quindi la sua identità, ma non si spinge oltre, non volendo con la verità turbare il suo animo. Gesù è Dio, è Padre, e qui ha incontrato il figlio. Egli è pronto ad accoglierlo in una nuova famiglia, a dargli un nuovo nome e una nuova casa. L'ama perché ogni cosa ha cooperato dall'eternità affinché quel che sta avvenendo avvenisse.
    «Poi vieni qui e seguimi!». Non basta distribuire ai poveri e farsi poveri, bisogna ritornare ancora una volta sui propri passi, là nel luogo dell'incontro, ove Gesù ci attende. Abbiamo creduto al suo amore, ora dobbiamo seguirlo, cioè imparare ad amare.
    «Poi» e «qui»: l'uno indica tempo, l'altro il luogo; Gesù resterà immobile ad aspettare, finché tutto lo splendore del mondo non svanirà e non avremo altra luce che «la luce degli uomini» (Gv 1,4).
    «Vieni qui», cioè ritorna nel punto esatto in cui ci siamo lasciati, davanti alla porta di un cuore che si è innamorato di te. A volte impieghiamo tutta la vita prima di ritornare indietro, ma Gesù ci attende anche sulla soglia della morte per un ultimo bacio, oppure per darci il primo dei baci della sua bocca (Ct 1,1). Venire a Gesù è il momento dell'entrata nel Regno, poiché egli soltanto è la porta (Gv 10,7).
    «Seguimi!». Cosa ha da proporci Gesù, se lo seguiamo? Null'altro all'infuori del camminare con lui. Su questa terra egli non ci promette nulla, e ci invita a seguirlo, affinché non siamo tentati di fermarci. Seguire Gesù è come seguire il sole da oriente a occidente, è come seguire il vento dalla terra al cielo, è come seguire il profumo di un giardino lontano, un canto, un ricordo annodato nell'anima, quello in cui Dio «poneva la pietra angolare, e tutte le stelle delmattino cantavano assieme, e tutti gli angeli del cielo forte gridavano di giubilo» (Gb 38,6-7).

    «Or il giovanetto, udita la parola, se ne andò rattristato, infatti era uno che aveva molti beni» (Mt).
    «L'altro, essendosi rattristato per la parola se ne andò, affliggendosi, era infatti uno che aveva molti beni» (Mc).
    «Or egli, avendo udito queste cose, divenne afflittissimo, era infatti assai ricco» (Lc).

    Signore, questo giovane sono io!
    Ho udito la tua voce,
    e mi sono nascosto.
    Tu hai detto:
    «Vai, vendi e dona.
    Nella povertà, ho nascosto la perfezione che tu cerchi.
    La serenità sarà il tuo diadema,
    più desiderabili dell'oro saranno le tue parole,
    più cara dell'argento diverrà la tua voce;
    i tuoi sorrisi come da una fonte sgorgheranno,
    acquemarine saranno i tuoi sguardi.
    La riconoscerai, di colori soltanto è vestita, rugiada e brina l'adornano,
    si avvolge di pace, come in un mantello, belletti sono i suoi digiuni,
    monili intarsiati, le sue preghiere.
    Perla di gran valore è l'amore per lei».
    Torna, Signore, e vieni qui!
    Prima dell'inverno, raggiungimi!
    Parlami ancora,
    una parola del tuo libro io attendo,
    e il tuo mantello su di me
    distrattamente lascia cadere!

    (Gli incontri di Gesù, EDB 2006, pp. 123-141