Gesù la vite

    Anselm Grün

    vitetralci

    Nel Vangelo di Giovanni (15,1) Gesù dice: «Io sono la vera vite». In greco l'espressione «he aléthiné» («la vera») viene sottolineata ponendola dopo la parola vite. Con questa affermazione Gesù vuole dire: «Io faccio sì che quello che vedete in ogni vite diventi realtà. Se guardate attentamente, capirete qual è la mia relazione con me stesso, riconoscerete chi sono veramente». Gesù traduce in realtà l'archetipo della vite. Se osserviamo bene la vite, riconosciamo in essa un'immagine di Gesù.
    Quanto Gesù dice a proposito della vite, vale in ultima analisi per tutto ciò che esiste sulla terra. Ogni cosa, infatti, è immagine del mistero di Gesù. La porta trova il proprio significato in Cristo; il pane acquista importanza solo in Cristo. Gesù non è avulso dal mondo. Se osserviamo il mondo con occhio attento, scopriremo in ogni cosa un'immagine di Cristo. In ogni contadino, che semina e miete, nel granello di senapa, nel lievito, nella vite, in ogni muratore che costruisce una casa, in ogni insegnante che fa lezione ai bambini, in ogni elemento della natura e in ogni essere umano, possiamo riconoscere chi è Gesù e cosa significa essere uomini.
    Nella Bibbia la vite è immagine del popolo di Israele.
    Dio stesso è il vignaiolo, che si prende cura della sua vite. In Israele, la vite veniva anche considerata la pianta del Messia. In Grecia, invece, la vite era simbolo della pienezza di vita; era consacrata a Dioniso, divinità dell'ebbrezza, dell'estasi e della trasformazione e rinnovamento della vita. Definendo se stesso «la vera vite», Gesù afferma di essere la risposta a tutte le aspirazioni, i desideri che gli uomini hanno da sempre legato all'immagine della vite.
    Due sono le immagini che Gesù associa alla vite. La prima è quella dell'intima relazione esistente tra la vite e i tralci. In questa immagine si rispecchia l'intima relazione tra Gesù e i suoi. Coloro che credono sono i tralci: essi dipendono dalla vite, dalla quale traggono la linfa vitale. Senza la vite, i tralci non portano frutto, si seccano e cadono. La linfa vitale scorre dalla vite ai tralci. Chi rimane attaccato alla vite, porta frutto nella propria vita. Gesù spiega questa immagine usando il verbo «rimanere»: «Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto» (Gv 15,5s).
    Io sento in me il desiderio che la mia vita porti frutto. Talvolta rimango sconvolto quando incontro persone che sono senza frutto, senza vita, come tralci disseccati. Tuttavia so perfettamente che costoro non possono portar frutto da se stessi. Quest'ultimo potrà crescere in loro solo se rimarranno legati alla vite, se in loro scorrerà nuovamente lo spirito di Gesù come spirito che dà vita e porta frutto.
    La seconda immagine che Gesù utilizza è quella del vino, che dà nuovo gusto alla nostra vita. Il vino è il sangue della terra. Per gli antichi Greci, il vino era il sangue del dio Dioniso. Il vino è elisir di vita, dai Greci considerato addirittura bevanda che dona l'immortalità. Nel! ' islam il vino è considerato bevanda dell'amore divino e simbolo di conoscenza spirituale. All'inizio della sua vita pubblica Gesù ha trasformato l'acqua in vino alle nozze di Cana. La nostra vita viene trasformata dall'incarnazione di Gesù: dopo la sua venuta, essa non è più acqua morta, stagnante, bensì è diventata vino, che dà gioia al cuore dell'uomo. I Padri della Chiesa hanno messo a confronto le sei giare di acqua, trasformate in vino alle nozze di Cana, con le tre giare di vino della festa in onore di Dioniso. Gesù soddisfa l'aspirazione che i Greci mettevano in relazione con la figura di Dioniso, vale a dire l'aspirazione all'ebbrezza e all'estasi, l'aspirazione a una pienezza di vita. Ambrogio ha riassunto il desiderio dionisiaco parlando della «sobria ebbrezza dello spirito» che Gesù ci dona. Quello che Gesù ha operato all'inizio della sua vita pubblica, giunge a compimento con la sua morte. Nella morte, infatti, Gesù porta a compimento lo sposalizio con il genere umano, cui ha dato inizio facendosi uomo. Giovanni dice che Gesù ci ha amati sino a morire per noi. Gesù vuole essere per noi il vino che ci inebria, che ci riempie di amore e gioia. Quella che Gesù propone è un'immagine di se stesso ben diversa da quella di un asceta, che risveglia in noi solamente la nostra coscienza sporca. Ci sono persone, a fianco delle quali ci si arrischia a malapena a mangiare qualcosa, figurarsi a bere vino. L'influenza che Gesù esercita su di noi è ben diversa: egli infatti offre nel vino se stesso e il suo amore.
    Il mio confratello padre Meinrad una volta, durante un'omelia, ha chiesto che «gusto di Gesù» avremmo, se egli avesse detto: «Sono una camomilla che rilassa lo stomaco». Se così fosse stato, avremmo associato a Gesù qualcos'altro: ascesi, preoccupazione per se stessi e la propria salute, malinconia, prudenza. Gesù invece associa la sua persona alla vite e al vino. Vuole essere per noi fonte di estasi, di dolcezza e di buon sapore. Gesù vorrebbe trasmetterci in modo particolare il gusto dell'amore e della gioia e non l'insipido gusto del conformismo.
    Quando sei innamorato, ti capita probabilmente di bere vino in compagnia del tuo ragazzo o della tua ragazza. Che cosa ti succede, quando assapori il vino? Che gusto ti lascia in bocca? Riesci a ricordarti di un vino che ti ha incantato in modo particolare, che ha fatto scorrere dentro di te l'amore? Sono queste le esperienze che i primi cristiani hanno associato a Gesù.

    (Nuovi volti di Gesù, pp. 106-109)