Figure dell’incontro

    e dell’ascolto

    nel Vangelo di Matteo

    Mariano Crociata *

     

    Raccogliamo la testimonianza di alcuni incontri evangelici, che mettono a contatto con alcune figure tipiche di destinatari della parola di Gesù e della sua presenza. Accostarli sarà come apprendere la grammatica dell'incontro e dell'ascolto che Gesù presta a quanti incrocia sulla propria strada di annunciatore e di presenza personale del regno di Dio.

    Il paralitico

    Come primo esempio, scegliamo la guarigione del paralitico, per il suo carattere paradigmatico circa il tipo di ascolto e di annuncio che Gesù svolge nel corso della sua missione [14]. Nel brano, non c'è ombra di dialogo tra Gesù e il paralitico, e nemmeno tra lui e coloro che glielo stanno portando. Piuttosto il dialogo si svolge con «alcuni scribi» presenti alla scena. L'intento dell'episodio riportato è chiaramente messianico, volto a mostrare chi è Gesù e come egli disponga di niente di meno che della potenza stessa del Dio che solo può perdonare. Ma tale identità ultimamente divina di Gesù si palesa attraverso una capacità di penetrazione della condizione umana e dei cuori delle persone che non ha bisogno di parole superflue: dove si vede che l'ascolto, come del resto anche l'annuncio, non è questione di parole, ma di apertura e accoglienza del cuore e della mente. L'ascolto 'divino' di Gesù, dunque, non si manifesta solo nella conoscenza da parte di lui dei pensieri degli scribi, ma soprattutto nella comprensione radicale del bisogno del paralitico e dell'atteggiamento di fondo di coloro che glielo portano. La dichiarazione di Gesù va diritta al cuore della situazione del paralitico, la cui radice ultima è il peccato. La domanda di risanamento a partire dal male più radicale Gesù la ascolta e la coglie al semplice vedere il malato, e altrettanto pronto è il suo intervento, in qualche modo il suo annuncio. Egli è venuto ad annunciare e a portare il perdono dei peccati come salvezza che agisce sulla radice di tutti i mali che affliggono gli umani. Ma egli coglie anche un'altra presenza nel cuore delle persone che vanno a lui: la fede. «Vedendo la loro fede»: è la rivelazione di un mondo interiore, di un disegno e di una luce che avvolgono Gesù, colui che sa riconoscere la fede, anzi colui che va in cerca di fede, per farla venire fuori, confermarla e consolidarla. Sono tante le circostanze e gli incontri in cui Gesù sottolinea la presenza della fede nei suoi interlocutori. Egli ha a cuore soprattutto la fede; è venuto per suscitarla, anzi per risvegliarla là dove è stata deposta dal Padre nel cuore di uomini e donne disseminati lungo la sua strada. In questo modo abbiamo a disposizione le due dimensioni fondamentali di ciò che le persone hanno bisogno di far giungere a Gesù, ciò che esse desiderano che egli veda e ascolti: la radice del male e del peccato, la fede nel suo potere divino di salvare.

    Giovanni Battista

    La presenza di Giovanni Battista sulla ribalta evangelica non è circoscritta agli inizi, ma ritorna anche nel corso della narrazione. Uno dei momenti più drammatici è introdotto dalla domanda che Giovanni fa giungere a Gesù dalla prigione: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» [15]. Anche qui Gesù non risponde direttamente a Giovanni, ma parla ai suoi inviati indicando i segni di un compimento che tale si rivela agli occhi di chi guarda con nelle orecchie le parole dei profeti, e cioè la Scrittura santa, nella eco della quale unicamente è possibile cogliere la presenza del regno in Gesù. Non si dà una evidenza impersonale e banale del regno, ma solo un reticolo di segni che parlano a chi sa ascoltare e vedere. Sembra quasi di cogliere un rimprovero da parte di Gesù; in realtà egli capisce la difficoltà insormontabile che schiaccia chiunque si ponga di fronte all'opera di Dio e ai segni della sua presenza per discernerli. Perfino Giovanni Battista – in riferimento al quale il seguito del brano a più riprese attesta le dichiarazioni di Gesù sulla sua grandezza e sulla autenticità della sua testimonianza e del suo messaggio – non arriva a vedere e a capire. Un grande monito viene da questo inquieto domandare e dalla risposta di Gesù. Perfino il grande profeta che chiude l'era anticotestamentaria, come suo vertice [16], non riesce a cogliere l'identità e la missione di Gesù. Gli schemi dentro i quali si muove sono diventati come schermi insuperabili rispetto alla realtà. Il dubbio si insinua non per mancanza di fede in Dio, ma per difetto di apertura e di prospettiva su un modo di pensare e di agire di Dio che rompe perfino le più pure, ardite e rigorose aspettative religiose. Ma di Giovanni Gesù riconosce l'ardore dell'attesa e l'inesausta ricerca di Dio e del suo Messia, il desiderio divorante di vedere giunto il tempo della giustizia e della verità. La risposta di Gesù – il suo annuncio – dice che bisogna continuare a fidarsi della parola della Scrittura, attendere ancora e riconoscere la via dimessa e umile adottata da Dio nell'avvento del suo Messia. Anche noi – come non pochi altri, dentro e fuori il recinto ecclesiale – nutriamo tante volte aspettative religiose non rispondenti alle modalità scelte da Dio nella realizzazione del suo disegno: non viene misconosciuto il nostro desiderio sincero di successo del bene, della verità e della giustizia; ci viene solo chiesto di riconoscere le vie [17] e i tempi di Dio, e di continuare a perseverare nella fede con occhi il più possibile aperti.

    I farisei

    I farisei, spesso associati agli scribi, costituiscono un caso spinoso nella serie degli incontri di Gesù, perché personificano come categoria socio-religiosa l'atteggiamento tipico di coloro che sono rigidamente prevenuti nei suoi confronti, così che ogni sua parola o gesto diventa occasione o pretesto per alimentare la propria ostilità nei suoi confronti e rafforzare un piano di vera e propria eliminazione. Il capitolo 12 di Matteo riporta più di una controversia nelle quali Gesù si è trovato coinvolto. Nei vari scontri (più che incontri), vediamo Gesù rispondere alle domande o alle provocazioni con l'intenzione di indurre a riflettere e a ravvedersi. Le stesse invettive che si trova a lanciare contro di essi [18] , non sono altro che l'estremo tentativo di provocare a sua volta un salutare ripensamento. Gesù non si stanca di argomentare e di produrre ragioni volte a far rientrare in se stessi. Egli ascolta in tal modo anche il cuore dei farisei, di cui coglie l'ostilità e la durezza, vedendo proprio in ciò una sorta di estremo grido di aiuto, espressione di un bisogno di cambiare ma incapace di rompere la gabbia di ostinazione e di chiusura ermetica a ogni richiesta di cambiamento del proprio sistema mentale e pratico, secondo cui interessi religiosi e sociali si coagulano fino a costituirsi in una postazione inamovibile da difendere a tutti i costi. In fondo l'atteggiamento di Gesù è fino alla fine quello di chi vuole smuovere situazioni incancrenite per aprirle alla luce del vero e del bene nella libertà. Proprio questo, infatti, è il punto nevralgico di tutta la questione, la determinazione a ottenere una risposta libera, una apertura sincera che muova da una iniziativa propria della persona. L'esito estremo della vicenda di Gesù non è altro che l'ultima risposta a coloro che si rifiutano di riconoscerlo e accoglierlo: offrire loro la vita nel tentativo estremo, oltre il quale non può essercene altro, di toccare il cuore e avviare un suo cambiamento. Gesù preferisce farsi uccidere piuttosto che chiudere la porta a un possibile ripensamento e ritorno di chi si è reso sordo alla sua parola e ostile alla sua persona.

    I parenti

    Come Marco e Luca, anche Matteo contiene questo piccolo brano sui parenti di Gesù, precisamente «sua madre e i suoi fratelli» [19]. Se ci fosse bisogno di una prova ulteriore, esso conferma la libertà con cui gli evangelisti trattano perfino le persone più care e vicine a Gesù, prima fra tutte la madre, interessati al di sopra di tutto a riproporre la verità dei fatti e la genuinità dell'insegnamento di Gesù. Quale tipo di ascolto presta Gesù alla madre e ai parenti? Non si deve cedere facilmente all'impressione di freddezza o addirittura di ostilità. Più che mostrare un distacco dai parenti, Gesù testimonia un attaccamento e un amore più grande di quello dettato dalla natura. E il suo grande desiderio, per i discepoli e anche per i suoi cari, è quello di vederli tutti condividere il suo più grande attaccamento e amore, quello per Dio e per il suo regno. Gesù non ha bisogno di sforzarsi per percepire l'ansia sincera dei parenti non solo per la sua persona e la sua salute, ma anche per la sua immagine oltre che per il credito sociale della sua figura, insieme a quello dell'intera parentela. Ma questo è per lui un voler bene troppo umano, che egli capisce e non disprezza, ma che giudica necessario superare verso un affetto più grande e un credito che oltrepassi gli angusti confini dei piccoli ambienti chiusi in un perbenismo di poco valore e soprattutto in uno spirito reso asfittico dalla paura e dalla cura di interessi piccini. Gesù coglie il desiderio di salvaguardare e proteggere, ma vuole far capire che il modo migliore per farlo è guardare in grande, secondo le proporzioni dell'orizzonte infinito disegnato da Dio per tutti i suoi figli. Gli affetti si conservano e crescono se si allargano adeguatamente alla grandezza del cuore umano come uscito dalle mani del creatore. C'è bisogno di una famiglia più grande, quella di Dio, nella quale tutte le famiglie umane e le persone in esse possano trovare giusta collocazione e realizzazione. Più che rimproverare per un amore povero e gretto, Gesù indica e offre un amore più grande, nel quale si sciolgono tutte le paure e le ansie, i bisogni di sicurezza e di tranquillità, e cresce il desiderio del bene oltre i confini ristretti di legami possessivi e sterili.

    Il giovane ricco

    Nel brano noto come del 'giovane ricco' [20] traspare una disponibilità da parte di Gesù a lasciarsi condurre dalle domande, e quindi dalla ricerca, del giovane. Gesù riconosce un desiderio sincero di perfezione e asseconda con le sue risposte una gradualità nel suo percorso di approfondimento; non impone subito le esigenze più ardue, ma le fa scoprire e le indica sulla base dell'evoluzione della persona che gli si è avvicinata. Gesù ci fa capire che non bisogna forzare nessuno, ma condurre rispettosamente ciascuno nel suo cammino di accoglienza del regno di Dio. Nessuno deve adagiarsi, ma nemmeno sentirsi pressato, forzato. Con pazienza va colto il momento e la prontezza a compiere un passo ulteriore. L'insistenza del giovane fa conoscere a Gesù il suo sincero desiderio di perfezione, che egli asseconda presentandogli la possibilità («se vuoi») di entrare a far parte del gruppo dei discepoli, dopo aver compiuto il distacco che tutti essi avevano consumato per abbracciare Gesù e il regno dei cieli. Gradualità e cammino è lo stile dell'annuncio e dell'accompagnamento di Gesù nell'ascoltare e nell'accogliere quanti lo cercano e lo incontrano. Gesù, dunque, non impone alcunché, non costringe, fa invece intravedere la direzione da prendere e le scelte da fare, che offre alla decisione non come possibilità indifferenti tra altre, ma come opportunità da cogliere che diventano concrete e feconde nell'atto in cui vengono abbracciate. Il desiderio sincero di perfezione trova, però, un ostacolo nell'immagine che il giovane ha di essa, come di cosa da conseguire attraverso una serie ancora più rigorosa ed esigente di pratiche e di obblighi, come prestazione più elevata e raffinata rispetto a quella richiesta dalla semplice osservanza dei comandamenti. La sua idea di perfezione assomiglia molto a quella che esibiscono i farisei del Vangelo, frutto di una osservanza scrupolosa delle norme, che prescinde dall'orientamento del cuore e della persona. A differenza dei farisei, il giovane ricco coltiva un animo sincero nel desiderare ciò che i comandamenti e i precetti indicano e promettono. Ma essa è appunto una perfezione tutta propria, il risultato di uno sforzo umano e quindi il merito e il vanto di una pratica religiosa e morale integerrima; non è ancora una conversione di fronte alla vicinanza di Dio e della sua signoria sull'umanità e sulla storia sperimentata come un dono infinitamente più grande di tutte le prestazioni religiose. Non del tutto impertinentemente l'attaccamento alle ricchezze è un aspetto di tale immagine di perfezione, anzi ne rivela la debolezza e inconsistenza intrinseche, poiché una simile perfezione denota un attaccamento perfino esasperato a se stesso, alla propria immagine e alla propria riuscita. Al contrario la conversione a motivo della grazia del regno si compie nell'atto e nell'atteggiamento del rimettersi totalmente a Dio e al suo inviato, senza alcuna pretesa di accampare motivi di vanto; anzi nella presa di coscienza che qualsiasi prestazione religiosa è risibile a confronto con la incommensurabile grazia del regno di Dio nel quale si viene ammessi solo per il suo amore incondizionato e trasformante. L'aspetto morale di attaccamento alle ricchezze si compone con una visione religiosa e una immagine di Dio del tutto inadeguate rispetto all'effettiva iniziativa di Dio, ma non è la causa prima del tirarsi indietro del giovane e della sua tristezza. Egli in verità non riesce a lasciarsi amare e salvare, non riesce a rimettere il suo io a Dio, non si fida veramente di Dio, ma preferisce trattarlo come un padrone e un datore di lavoro [21].

    I discepoli e la madre dei figli di Zebedeo

    Anche in questo incontro [22] Gesù non reagisce con durezza verso la madre dei figli di Zebedeo che chiede per loro di sedere alla sua destra e alla sua sinistra. Egli non si sorprende né si irrita di fronte a un fraintendimento così grossolano, soprattutto dopo che ancora una volta aveva preannunciato il proprio destino di croce e di morte. Gesù accetta che ci sia un cammino da fare per comprendere la forma crocifissa del suo messianismo e della signoria di Dio: troppo difficile è accettare la croce non solo per ciò che essa è, ma anche come via prescelta da Dio per il suo inviato e poi per i suoi discepoli. Il dialogo che si sviluppa è volto a condurre prima la donna e i suoi due figli, e poi tutti i discepoli che nel frattempo si sono inseriti mostrando un pensiero e un sentire non molto diversi, a comprendere ed accettare proprio la via della croce come la via di Dio. Lo fa non limitandosi a ribadire l'esito drammatico del suo percorso personale, ma indulgendo alla pretesa impulsiva dei discepoli di «bere il calice», cosa di cui non comprendono la portata e che impareranno a far propria preparandovisi poco a poco, soprattutto grazie alla forza dello Spirito del Risorto. Ciononostante Gesù apre alla sovrana trascendenza e libertà di Dio nei loro riguardi, il cui mistero oscura ogni pretesa umana e riversa su di essi la sua grazia sovrabbondante, che abbraccia e supera le loro umanissime aspirazioni di affermazione, di preminenza e di successo. Così Gesù apre anche i discepoli al mistero della croce come iniziativa di Dio e indica la via del servizio reciproco a imitazione di lui, «che non è venuto per farsi servire», come lo stile proprio della sua comunità. Il farsi servi e schiavi gli uni degli altri è la traduzione della croce nella condizione ordinaria di vita e il senso della croce di Cristo, che ha accettato la morte perché i suoi abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Il servizio reciproco nella comunità dei discepoli di Gesù è il frutto della croce di Cristo e della partecipazione ad essa da parte di tutti i credenti in lui. In esso si impara e si fa esperienza di che cosa significhi essere veramente primi.

    Pilato

    Pilato non è l'unico straniero che Gesù incontra. In genere nei confronti degli stranieri Gesù mostra un atteggiamento distaccato, come evidenzia quanto dice della donna delle parti di Tiro e di Sidone: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele» [23]. È colpito, però, dalla fede sorprendente che scopre, come nel centurione romano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!» [24]. Gesù è veramente un cercatore di fede e deve egli stesso scoprire di trovarla dove non si sarebbe aspettato, al di fuori del suo popolo, entro il quale è costretto invece a constatare una chiusura che lo sconcerta e alla quale non si rassegna, anche se non nutre illusioni. Oltre a rivolgere molteplici richiami a quanti oppongono resistenza e ostilità al suo annuncio, non manca di preparare i discepoli che manda in missione a ciò che li aspetta, e cioè persecuzioni: «Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un'altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo» [25] A Pilato, di fronte a cui è stato condotto dopo l'arresto, Gesù risponde solo una volta, e precisamente alla domanda sul suo essere re dei Giudei, con una espressione («Tu lo dici») [26] che rimanda a chi l'ha formulata la responsabilità della risposta. Di seguito, in una scena animata dalle accuse dei capi dei sacerdoti e degli anziani, dalla folla vociante sobillata ad arte dagli emissari delle autorità giudaiche, dal messaggio al governatore da parte della moglie preda del presentimento di innocenza dell'arrestato, Gesù manterrà un completo silenzio. Che cosa ascolta egli di Pilato? Certamente la distanza spirituale, preso come questi è dalle sue preoccupazioni per il governo della riottosa Palestina del tempo e per i delicati rapporti ed equilibri con il potere centrale romano. Possiamo immaginare che Gesù percepisca in lui una certa indolenza a lasciarsi trascinare in questioni religiose locali e anche una qualche resistenza a farsi carico di una condanna probabilmente ingiusta. Pilato mostra di non volersi opporre frontalmente alla richiesta delle autorità locali, così che l'espediente del ricorso alla folla è solo un modo per far apparire non sua la scelta di liberare Barabba e condannare Gesù, enfatizzato dal gesto di lavarsi le mani di fronte alla massa vociante. Gesù ascolta l'inquietudine, l'indecisione e l'opportunismo, la sua ricerca di una qualche tranquillità a condizione che non sia intaccato il suo potere, chimera illusoria dal momento che la conservazione del potere e la ricerca del suo accrescimento diventano fonte di una apprensione senza fine, se non hanno già generato una smania senza requie e senza oggetto. Gesù ha compreso tutto questo e l'unica cosa che può fare, con le sue parole e con il suo silenzio, è lasciar cadere un enigmatico interrogativo sul senso di tutto ciò che egli vive e fa, nella speranza che il suo domandare inquieto penetri il suo animo e lo induca a più salutari pensieri.

    NOTE

    14 Cf. Mt 9,1-7.
    15 Mt 11,3; l'intero brano in 11,2-19.
    16 Cf. Mt 11,11; Lc 7,28.
    17 Cf. Is 55,8-9.
    18 Cf. Mt 12,34.
    19 Cf. Mt 12,46-50, qui 46.
    20 Cf. Mt 19,16-22.
    21 Cf. Mt 18,23-35; 20,1-16; 21,33-41; 24,45-51; 25,14-30.
    22 Cf. Mt 20,20-28.
    23 Mt 15,24. 24 Mt 8,10.
    25 Mt 10,23.
    26 Mt 27,11; per l'intero brano, vedi i vv. 11-26.

    * Vescovo della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno

    (Estratto da: Mariano Crociata, "Andate ad annunciare ai miei fratelli" (Mt 28,10). In ascolto dell’altro per un annuncio alla persona. Lettera pastorale 2016-2017)