Antropologia e teologia

    della narrazione

    Gianfranco Ravasi

    narrazionebibbia

    Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia – ama i racconti». Questo curioso aforisma giudaico spiega il fatto che la Bibbia sia una costante sequenza narrativa, anche perché alla base ha una storia della salvezza. Anzi, questo detto rabbinico sembra anticipare la convinzione di Elias Canetti che considerava «le voci degli uomini come il pane di Dio». Non per nulla il Dio biblico ha un orecchio attento a raccogliere racconti umani tristi e gioiosi e persino le provocazioni di chi non crede in lui. Ma continuiamo ancora con la tradizione giudaica.

    Narrare non è solo ricordare

    Quando Baal Shem Tov, il fondatore della tradizione ebraica mistica mitteleuropea detta dei "Chassidim" (i "pii"), doveva affrontare una missione difficile, si ritirava nei boschi e celebrava un rito di invocazione ed era esaudito. Quando, una generazione dopo, il suo successore si trovava nella stessa situazione, si recava in quel luogo nel bosco ma, essendo proibiti i riti ebraici, pregava in silenzio e veniva esaudito: Dopo un'altra generazione, quando incombeva la persecuzione, un altro maestro stava seduto nella sua residenza e diceva: «Non possiamo più celebrare il nostro rito, non possiamo recarci nel bosco a pregare, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». E il puro e semplice racconto aveva la stessa efficacia per vincere ogni paura.
    Abbiamo riassunto un testo molto più ampio evocato da Gershom Scholem nella sua nota opera sulle Grandi correnti della mistica ebraica (1941). Esso è illuminante per esaltare l'efficace funzione creatrice, oseremmo dire "sacramentale" del racconto: non per nulla la messa ha nel suo cuore il cosiddetto "canone", che comprende la narrazione evangelica dell'ultima cena, ed è così che si attua la presenza reale di Cristo nell'assemblea liturgica sotto i segni del pane e del vino. Nel rito e in altre situazioni di alto profilo narrare
    non è solo ricordare, ma anche generare una reviviscenza, come accade nell'haggadah ("narrazione"), il testo della celebrazione pasquale giudaica: la liberazione esodica dal faraone viene "riprodotta" nel dono divino presente della libertà che si sta vivendo (vedi Esodo 12,24-27).
    È un po' anche per questo che vale la battuta: «Se non ha una risposta da dare, l'ebreo ha sempre una storia da raccontare». Ed è ciò che si
    gnificativamente fa anche Gesù annunciando il regno di Dio attraverso le sue parabole (almeno 35 o forse 72 e più, se si inglobano anche le schegge narrative o le metafore espanse); a tal punto che Matteo (13,34) annota: «Gesù fuor di parabola non diceva nulla».
    Alla categoria antropologica prima ancora che teologica della narrazione sono stati dedicati infiniti saggi. Emblematico è uno degli straordinari racconti di Cechov, Malinconia, che ha per protagonista il vetturino lona Potapov «così povero e solo da dover chiedere al primo che incontrava la carità di ascoltarlo», una carità che gli è negata, così che la sua storia si rannicchia, si raggrinzisce e si pietrifica nel suo corpo quasi come un morbo insanabile. Infatti, raccontare è esprimere, rappresentare, interpellare, e questi sono atti capitali del comunicare e sono una necessità insopprimibile della persona umana che non è una monade sigillata. Non per nulla il racconto cechoviano reca come sottotitolo l'amaro interrogativo: «A chi dirò la mia tristezza?».
    È per questo che il narrare è l'atto in cui si esalta la magia della parola, la sua capacità non solo informativa, ma performativa, cioè la sua efficacia trasformatrice e liberatrice. Aveva ragione, perciò, lona: senza la comunicazione all'altro, il dolore si incancrenisce. Se si infrange la fiducia che ti fa versare nell'altra persona il tuo segreto, l'isolamento è in agguato, l'autismo spirituale ti rinchiude in una cella: «Quando la lingua si corrompe, la gente perde fiducia in quel che sente e questo genera violenza», scriveva un maestro della parola autentica, il poeta Wystan H. Auden. Il racconto è, dunque, un atto di fiducia e l'ascolto partecipe un atto d'amore. È un «cammino verso il senso» che scopri dipanando sia le fila della tua storia sia creando una vicenda esemplare pur se fittizia. Non si sbagliava, infatti, Italo Calvino quando, nelle sue Fiabe italiane, affermava che le favole sono, certo, frutto di fantasia, eppure sono vere, reali fino ad essere realistiche.

    La funzione liberatrice o pedagogica del narrare

    L'efficacia del raccontare è evidente nella preghiera. In essa l'invocazione all'ascolto del proprio dramma, che fiorisce spesso da un "corpo narrante" (maladie è anche le mal a dit), contiene in sé la certezza dell'esaudimento divino: non per nulla gli ebraisti hanno individuato nel Salterio il cosiddetto "perfetto precativo" nel quale l'implorazione («liberami!») è espressa già nel suo compimento col verbo al perfetto («mi hai liberato!»). C'è, dunque, un aspetto terapeutico nel narrare le proprie esperienze o ansie, come insegna non solo la supplica orante, ma anche la psicoanalisi e persino la "medicina narrativa" (Narrative-Based Medicine).
    Anzi, raccontare è addirittura salvare la vita, come insegnano Le Mille e una notte nelle quali Sharazad sopravvive alla pena capitale inanellando una collana in-finita di racconti. In sintesi possiamo dire che ogni autobiografia, a partire dalle Confessioni di Agostino giù giù fino alla Ricerca del tempo perduto e ai diari personali, sono una celebrazione della funzione liberatrice o pedagogica del narrare, tant'è vero che lo stesso Proust comparava la sua Ricerca a «una lente d'ingrandimento» offerta ai lettori come «il mezzo di leggere in sé stessi». Dopo tutto, Flaubert era convinto che «ogni vita merita un romanzo».
    È, allora, facile comprendere perché sia nata una teologia e un'esegesi "narrativa". Questo non è comandato solo dal fatto che, essendo quella biblica una rivelazione di Dio nella storia e nei suoi avvenimenti, essa postula il racconto come mezzo rivelatore, per non parlare poi dell'uso della fiction parabolica in pagine sacre di tale efficacia da aver generato uno sterminato repertorio artistico. La stessa professione di fede biblica (si legga, ad esempio, Giosuè 24,1-13) e cristiana (il "Credo" della messa), l'annuncio della fede basato sulla vita, morte e risurrezione di Cristo, la catechesi («ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore...», Salmo
    78,3-4) rivelano un profilo narrativo evidente.
    Ma c'è qualcosa di più. Il "memoriale" biblico non è semplice commemorazione, ma evento salvifico permanente, perché in sé custodisce un intervento divino che è eterno e può, perciò, attraversare la tridimensionalità del tempo irradiandola. È per questo che il sacerdote nella celebrazione eucaristica, narrando l'ultima cena di Gesù, rende presente nell'oggi il Cristo vivente del quale pronuncia le parole efficaci in prima persona: «Questo è il mio corpo... Questo è il calice del mio sangue».
    I vangeli stessi appartengono al genere dei racconti (diéghesis), come esplicitamente afferma Luca nel suo prologo; in essi l'evento storico (history) diventa storia vivente attraverso la narrazione (story) e, così, genera fede: «Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome», afferma programmaticamente l'evangelista Giovanni (20,31). Come ha sottolineato il filosofo Paul Ricoeur, nei vangeli non c'è solo la rappresentazione degli eventi "configurati" in trama, ma c'è anche la loro "rifigurazione", cioè la loro torsione verso lo svelamento di un senso trascendente, generatore di fede. Gesù stesso, grande maestro dell'annunzio cristiano narrativo attraverso le sue parabole, è per eccellenza il narratore di Dio, ossia il rivelatore del mistero divino del quale non si può parlare, ma che si può narrare, per usare una celebre battuta di Wittgenstein. Infatti, come scrive san Giovanni nella clausola finale del suo famoso inno-prologo, «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha narrato (exeghésato)», cioè rivelato (1,18).
    Ora, come scrive Umberto Eco nel suo famoso Lector in fabula, «il testo è un meccanismo pigro (o economico) che vive sul plusvalore di senso introdottovi dal destinatario», ossia il lettore. Ed è ciò che è stato ribadito dalla moderna narratologia applicata anche all'esegesi del testo biblico, a partire dal critico "laico" americano Robert Alter con la sua Arte della narrazione biblica del 1981 tradotta in italiano nel 1990. «Il testo, orfano del padre, l'autore, diventa il figlio della comunità dei lettori», osservava suggestivamente ancora Ricoeur. Per questo la Bibbia come racconto ricco e variegato attende la comunità che lo legga e proclami. Non per nulla essa è stata definita Biblia, cioè "i Libri", o anche "Scrittura/Scritture", ma nella tradizione giudaica diventa Miqra', cioè "Lettura". Per usare un'immagine della poetessa ebrea tedesca Nelly Sachs, Nobel 1966, «i profeti irrompono per le porte della notte» con la loro voce che «incide ferite», cercando «un orecchio come patria, un orecchio non ostruito da ortiche». 

    (da Vita pastorale, agosto-settembre 2014)