Affrontare la sfida
della creatività
Vayyaqhèl e Pequdè
(Es 35,1-38,20 e 38,21-40,38)
Daniel Taub

I due passi della Torà citati sopra descrivono l'atto di costruire il mishkàn, il sacro tabernacolo che accompagnò i figli di Israele nel deserto. I commentatori tracciano paralleli tra la costruzione del mishkàn e la fabbricazione del vitello d'oro, che abbiamo letto in precedenza.
In effetti il mishkàn e il vitello d'oro hanno molto in comune: entrambi erano fatti d'oro e pietre preziose donate da tutto il popolo; entrambi dovevano fornire un centro di interesse nazionale. Tuttavia il mishkàn era considerato come la più alta forma di creatività, il vitello d'oro come il peggiore dei peccati.
Perché questi due oggetti sono considerati in modo tanto diverso, e che cosa ci insegna questo riguardo all'atteggiamento ebraico nei confronti della creatività?
Il parallelo tra la costruzione del mishkàn e la fabbricazione del vitello d'oro è evidenziato, così ci insegnano i commentatori, dalla prima parola di ciascuno dei due passi.
La parola con cui inizia il primo passo (35,1), Vayyaqhèl (Mosè "radunò") descrive il modo in cui Mosè riunì in assemblea il popolo prima di ordinare la costruzione del mishkàn. È quasi identica all'espressione vayyiqqhèl ha'àm («Il popolo si radunò»: Es 32,1), usata per descrivere il radunarsi del popolo per costruire il vitello d'oro.
Il termine 'èlleh ("queste") che apre il nostro secondo passo, nell'espressione 'èlleh pequdè hammishkàn («Queste sono le istruzioni per costruire il mishkàn»: Es 38,21) è parallelo all'identico termine usato quando gli israeliti ribelli adorarono il vitello d'oro: «Ecco i tuoi dèi, Israele» (Midràsh Shemòt Rabbà).
La lezione da trarre da questi due paralleli è che la costruzione del mishkàn era la riparazione per il peccato del vitello d'oro. In altri termini, il vitello è il modello della creatività peccatrice; il mishkàn il modello del modo corretto di affrontare la sfida della creatività.
La lezione secondo cui il mishkàn è il modello corretto dell'espressione creativa ha avuto un effetto straordinario - e limitante - sull'arte ebraica nel corso delle generazioni.
Se per la nostra sensibilità moderna è soprattutto il vitello d'oro a rappresentare il concetto moderno di arte e di libera espressione creativa, l'arte ebraica tradizionale è molto più vicina, nella sua natura, al mishkàn. In particolare, come il mishkàn che non era un fine in sé quanto piuttosto un contenitore per le tavole sacre e gli accessori, così le forme tradizionali di arte ebraica sono veicoli e contenitori volti ad adornare una finalità superiore: musica per accompagnare le preghiere sacre, manoscritti miniati per ornare un testo religioso, oggetti rituali per abbellire la Torà.
Il messaggio agli artisti ebrei nel corso dei secoli è sempre stato che, se è appropriato abbellire gli aspetti rituali della vita ebraica, consentire la libera espressione creativa avrebbe probabilmente finito per traviarci. Come disse una volta il filosofo ebreo americano Joshua Heschel: «Lo scopo del giudaismo è che facciamo delle nostre vite un'opera d'arte». Non è certo una coincidenza che l'artista che aveva realizzato il mishkàn sia chiamato Besaleèl (Es 35,30-36,8), il cui nome alla lettera significa "all'ombra di Dio", a ricordare che ogni creatività umana è una pallida imitazione di quella divina.
È dunque questo prudente e limitato approccio l'ultima parola del giudaismo sull'argomento dell'espressione artistica?
Le haftharòt - le letture bibliche aggiuntive - che accompagnano la lettura della Torà suggeriscono che così non è. Il brano è tratto dal primo libro dei Re (7,40-8,21), e descrive un altro paradigma della creatività: la costruzione del tempio a Gerusalemme. La costruzione del tempio è per molti aspetti sorprendentemente diversa dalla costruzione del mishkàn. A differenza del mishkàn, in cui ogni elemento è descritto come realizzato da Besaleèl esattamente "come ordinato da Dio", all'artista incaricato della costruzione del tempio, Chiram di Tiro, fu consentito di esercitare la propria creatività. Anzi, è descritto mentre abbellisce la propria opera con fregi e incisioni di foglie, palme, fiori e angeli, tutti elementi che nel mishkàn non sarebbero stati ammessi.
Il netto contrasto tra la scarna nudità del mishkàn e la bellezza ornata del tempio suggerisce che esiste una differenza significativa nell'atteggiamento ebraico verso l'espressione artistica, quando gli ebrei vagano in esilio e quando costruiscono una casa in Israele.
Fintanto che gli ebrei andarono vagando, nel deserto o in esilio, la preoccupazione del giudaismo era che l'espressione artistica potesse creare una illusione di permanenza, inducendo il popolo a dimenticare che la loro patria ultima e definitiva era Israele. Il messaggio fu trasmesso definitivamente e chiaramente con la costruzione del mishkàn, ogni singolo elemento del quale era dotato di pali per il trasporto, a evidenziarne la natura temporanea. Ma questa preoccupazione non deve più turbarci quando siamo di nuovo a casa, così che possiamo consentire alla nostra creatività un maggiore individualismo. Fuori della terra l'unica cosa che avevamo da ornare erano i sacri oggetti rituali; in Israele abbiamo la terra stessa. Anche abbellirla mediante l'espressione artistica è un dovere, una mizvàh.

