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    Voglio mettere il dito

    nell’infinito dell’uomo

    Andrej Tarkovskij

     

    Tutte le volte che ci si imbatte in un film con la schematicità di un personaggio, involontariamente si immagina un autore seduto che pensa a come raccontare la storia nel modo più allettante, più interessante possibile; senti lo sforzo enorme teso al modo di incuriosire a qualunque costo lo spettatore.
    Sostanzialmente, questo è il principio fondamentale del cinema commerciale. La molla principale è la spettacolarità e non il fascino vivo dell’immagine, che viene sostituita da uno schema costituito da un elenco di verosimiglianze. Quindi, diciamo, affinché si possa dar vita davvero a un personaggio «vivo», bisogna all’inizio, necessariamente, mostrarlo sotto un aspetto in qualche modo ripugnante, non attraente...
    Quando invece si ha a che fare con un’autentica opera d’arte, con un capolavoro, si ha a che fare con una «cosa a sé», con un’immagine tanto inspiegabile quanto lo è la vita stessa. Non appena ci si mette a parlare di procedimenti, di modi, di metodi per rendere l’opera «attraente», inevitabilmente ci si ritrova dentro i confini dell’imitazione commerciale della vita.
    La vera arte non si preoccupa dell’impressione che produce sullo spettatore.
    Alle volte ci si può imbattere in un simile ammonimento: «un film non deve avere niente a che fare con la vita». Ecco questo proprio non lo capisco. Si tratta, scusate, di una sorta di delirio. Perché l’uomo vive dentro gli avvenimenti del suo tempo; egli stesso e i suoi pensieri costituiscono il fatto di una realtà che vive oggi. «Non avere niente a che fare con la vita» è una cosa che potrebbe fare un marziano.
    È evidente che ogni arte ha a che fare con l’uomo, anche quella di un pittore che dipinge solo nature morte.
    Spesso si sentono giudizi del tipo: «forse non solleviamo abbastanza problemi legati a questo o a quell’argomento: all’agricoltura, alla classe operaia, all’intelligencija del periodo sovietico o a qualsiasi altro tema».
    A mio avviso non si può porre così la questione. Programmare l’arte cinematografica, secondo i nessi che intercorrono con un argomento piuttosto che un altro, è vano se si vuole ottenere un risultato di qualità. A me sembra che il cinema, come qualsiasi altra arte, con il suo contenuto e il suo fine, debba avere sempre al centro la persona, prima di tutto la persona. Non serve occuparsi di questo o di quell’altro argomento. Vorrei ricordare un’espressione stupenda, conosciuta e diffusa, ma di cui spesso ci si dimentica. Engels diceva che «quanto più è nascosto il punto di vista dell’autore meglio è per l’opera d’arte».
    Che cosa vuol dire? Per come la capisco io, significa che non si sta parlando di assenza di tendenziosità – ogni opera d’arte è tendenziosa – ma si sta parlando della necessità di nascondere quanto più profondamente possibile l’idea, l’intento dell’autore, perché l’opera d’arte possa acquisire una forma viva, umana, espressiva, un significato artistico, nel quale predomini un’immagine artistica in grado di camuffare una tesi semantica.
    Si sta parlando del fatto che il punto di vista dell’autore si palesa in una visione di insieme, è frutto di riflessioni assai serie, di emozioni vissute e di come vengono presentate. Bisogna ricordare che l’artista pensa per immagini e solo così è capace di manifestare il proprio rapporto con la vita. L’arte si occupa solo dell’uomo e non potrebbe occuparsi di altro, anzi questo significa che non può neanche oltrepassare i confini di uno sguardo umano, non può, come dire, gettare uno sguardo sull’uomo partendo da qualcos’altro, dal «non umano».
    Con questo principio mi sono scontrato ben due volte nel corso della mia carriera. In Solaris mi è sembrato fosse indispensabile riprendere una scena con uno sguardo non umano, rinunciando a una percezione tipicamente umana. Parlo della scena del tentato suicidio di Chari e del suo graduale recupero. Tuttavia non ne è venuto fuori nulla. Era semplicemente impossibile girarlo. Questo perché qualsiasi tipo di stilizzazione e d’imitazione; favorisce non un’immagine, ma unicamente un sistema, per così dire, di dimostrazione logica.
    L’autentica immagine artistica non possiede un’interpretazione razionale, ma delle caratteristiche emozionali non riconducibili a una decodificazione univoca. Ecco perché le leggi musicali della costruzione del materiale, fuori da ogni logica, sono tanto più precise e artistiche di quanto non lo sia un famigerato senso comune. Ecco perché l’arte è il tentativo di stabilire un equilibrio tra l’infinito e l’immagine.
    L’opera d’arte deve essere capace di suscitare una forte emozione, una catarsi. Deve essere in grado di toccare la viva sofferenza dell’uomo. Lo scopo dell’arte non è quello di insegnare a vivere (forse Leonardo ci insegna qualcosa con le sue Madonne o Rublev con la sua Trinità?). L’arte non ha mai risolto i problemi, semmai li ha posti. L’arte trasforma l’uomo, lo prepara a percepire il bene, sprigiona l’energia spirituale. È qui che risiede il suo alto fine.

    Avvenire 3 giugno 2012



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