Velocità
Franco Cassano
C'è un nuovo despota nella nostra immagine del mondo, un dogma che non si mette mai in discussione, una potenza che non si osa mai sfidare: la velocità. Ormai tutti abbiamo interiorizzato la velocità, come se fossimo nati su un treno ín corsa e credessimo che non è il treno ad attraversare lo spazio, ma sono gli alberi, le case, il paesaggio a correre intorno a noi.
È difficile concepire la modernità senza questa sempre più irresistibile tendenza all'accelerazione: dai trasporti alle comunicazioni, la storia degli ultimi secoli è quella di una crescente riduzione dei tempi, della vittoria del tempo sullo spazio. Quest'ultimo una volta signoreggiava e teneva a distanza gli uomini, i prodotti e le notizie; veniva varcato solo da capitani coraggiosi, da esploratori che al loro ritorno (se riuscivano a ritornare) narravano le meraviglie o gli orrori visti. Appena cento anni fa occorreva quasi un mese per attraversare l'Atlantico, oggi lo si fa in poche ore; all'inizio del secolo la velocità era ancora un'esperienza d'élite e affascinava i futuristi, oggi è una pratica di massa che consuma e penetra quotidianamente il pianeta, collegando uomini e luoghi una volta lontanissimi.
Noi ci siamo ormai abituati a trasformare le distanze spaziali in periodi di tempo, i chilometri in ore di percorso.
Lo facevano anche gli antichi, parlando di giorni o mesi di viaggio, ma basta confrontare quella nozione ancora «naturale» con un moderno orario dei voli per capire che il tempo di cui parliamo è una nostra costruzione razionale, sottoposta continuamente a revisione e tesa a rendere sempre più piccolo il pianeta. La velocità d'altronde non è solo fuori di noi, ma abita anche al nostro interno, nei desideri e nelle abitudini, nelle nostre impazienze, nella maglia sempre più fitta dei nostri impegni e delle nostre agende. Anche alle emozioni del tempo libero si chiede la stessa cosa: di essere tante, pronte per l'uso, forti e sempre più fitte.
Come gli esami, anche gli incrementi di velocità non finiscono mai. La globalizzazione, di cui tanto si parla, non è che un'intensificazione del dominio della velocità su tutte le sfere della nostra esistenza. Essa infatti è in primo luogo velocizzazione massima del movimento dei capitali liberi di spostarsi in tempo reale in ogni angolo del pianeta: a questa libertà di movimento finalmente non si frappone nessun ostacolo etico, politico o tecnologico ed essa può seguire senza distrazioni l'unica legge del massimo profitto. Se il Phileas Fogg di Verne compiva un giro del mondo in ottanta giorni, oggi, attraverso i circuiti finanziari, un capitale può fare ottanta giri del mondo in un giorno solo. Tutto questo comporta una straordinaria acutizzazione su scala planetaria della concorrenza, perché gli investimenti (e quindi il lavoro) andranno solo laddove c'è maggiore attitudine alla corsa, a intensificare la velocità. Tutto ciò che non serve (uomini, culture, paesi) viene buttato via, diventa spazzatura.
Ogni sguardo veramente autonomo sul nostro tempo deve riuscire a evadere dall'etnocentrismo della velocità, che pensa il mondo come lo farebbe un tachimetro, e partire dall'inventario delle forme di esperienza che esso mette fuori-legge e getta fuori dai finestrini. La velocità è come una linea retta, la distanza più breve tra due luoghi e due persone: ci spinge a considerare inutili e noiose tutte le strade che conoscono la salita, le curve e la sosta, il mutare delle prospettive. Anche nei rapporti umani il mo mento più importante, la sosta, il lento costruirsi di un'intimità, íl gioco e l'elaborazione del desiderio vengono buttati via come un'inutile perdita di tempo. Tra un uomo e una donna la linea retta, quando non è stupro o rapporto mercenario, è un fast food dell'anima, poco di più di una bibita gelata.
La lentezza, con la sua fantasia e i suol spazi per la meditazione e l'elaborazione, è un giudice lucido e durissimo dell'ingordigia della velocità. Chí ama andare a piedi conosce il tremito violento della strada a ogni passaggio di vettura. Bisogna cercare in terra, ai margini della strada, per capire la terribile limitatezza del nostro mondo, perché è su questo lato che esso compie il gesto in cui più si concentra la sua violenza: scartare, rendere obsoleti e superflui, gettar via. Di qui si deve ripartire perché, prima o poi, e nei modi più impensabili, proprio a questi scarti si rivolgerà il mondo mandato in frantumi dal dispotismo della velocità.















































