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    La vacanza è abitare con sé

    Non bisogna riposarsi solo per poi tornare al lavoro

    Enzo Bianchi


     

    È arrivato anche quest’anno il tempo delle vacanze per molti, anche se un buon numero a causa della crisi economica e dell’inflazione crescente non può permettersi questo tempo “altrove”, “fuori casa”, in cui si prendono le distanze dal quotidiano vivere e lavorare.
    Vacare, fare vacanza in realtà non è così facile, non è automatico, soprattutto se siamo convinti che nel vacare ci sia l’idea del “fare niente”. Il far nulla per riposare è infatti un’arte da imparare: non è difficile interrompere un’attività faticosa, ma questo non significa ancora riposare. Spesso si passa da un’occupazione all’altra, non si riesce a stare fermi, ad abitare con se stessi, e si continua a essere divorati da azioni varie che ci impegnano e non ci permettono il “fare niente”. Sembra che il pensiero soggiacente nelle persone sia quello di concedersi il riposo solo per poter lavorare e correre dopo.
    Eppure Pascal ammoniva: “Ogni male degli uomini viene soprattutto dal fatto di non saper stare a riposo in una stanza”. Diceva questo anche se era a conoscenza che nelle culture umane la tradizione sapienziale ripeteva: “Se vuoi essere un uomo non cercare mai il riposo!”.
    Ma il riposo non è inazione, bensì un compimento: è staccarsi dal lavoro e dal quotidiano per contemplare, osservare ciò che si è operato, misurarlo sulla bellezza, farne un discernimento a partire dalle proprie convinzioni, e quindi lasciar posto alle diverse domande che sorgono dalle nostre profondità.
    Proprio da questo stare in pace con se stessi, permettendo ai tumulti del cuore e alle angosce profonde di calmarsi, si può accedere a uno sguardo più libero che ascolta prima di guardare, che riscopre come la bellezza non sia un’idea, ma un evento da cui può nascere una comunicazione che ci apre alla comunione profonda.
    In quest’arte di riposare finiamo per tralasciare le molte parole con le quali riempiamo le nostre giornate, e impariamo ad ascoltare il silenzio che non è mai vuoto, ma sempre abitato da voci flebili che sussurrano, voci cariche di verità perché nascono dal nostro profondo.
    Ma dall’habitare secum nelle vacanze si deve passare anche all’habitare in mundum, abitando innanzitutto la natura. Facilmente ci possiamo accorgere che noi vediamo ma non guardiamo. Non abbiamo mai tempo nella vita quotidiana di guardare le cose nella loro bellezza o nella loro umiltà: anche un muro sgretolato può essere visto e diventare eloquente quanto un albero o un merlo che si avvicina beccando cibo nell’erba.
    C’è tempo per stupirci in vacanza, per la contemplazione, dicevano gli antichi, che è operazione per cui con altri occhi si vedono il mondo, le persone, il Creatore. Saint Exupery chiamava questo “vedere con il cuore”, primo passo per vedere in grande, pensare in grande, diventare visionari e profeti. Anche l’incontro con gli altri, o il “vacare con gli altri”, è un modo diverso per vivere le relazioni, rinnovando la grammatica umana dell’attenzione, della gentilezza, della pazienza. Per questo, Gabo Marquez diceva che le vacanze sono ricche di apocalissi, di rivelazioni.
    E nel vacare, almeno nel nostro occidente, fin dal tempo dei greci, non può mancare il libro, e oggi i diversi strumenti informatici, assolutamente necessari per un dialogo nella solitudine, un dialogo nell’alterità, con altri mondi…
    Leggere per rendere abitato il riposo senza rompere il silenzio, leggere per rendere il riposo abitato, luogo di accoglienza culturale, spazio di amicizia senza confini.

    (La Repubblica - 4 luglio 2022)



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