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    “La cultura si trova là

    dove gli uomini si preoccupano

    della verità e la cercano”

    Francesco Follo

     

    Signor Presidente della Conferenza Generale, 
    Signor Direttore Generale,
    Eccellenze,

    È per me un grande onore prendere la parola davanti a questa prestigiosa Assemblea e presentarle le felicitazioni più vive di Sua Santità Papa Benedetto xvi per la sua elezione.

    Desidero altresì esprimere i ringraziamenti e l'apprezzamento della Santa Sede per i lavori della Segreteria dell'Unesco. I documenti elaborati, soprattutto i 35 C/3, C/5 e C/6, hanno richiamato la sua attenzione. Essi mostrano le realizzazioni e le sfide principali che l'Unesco deve esaminare nell'esercizio di ognuna delle sue cinque funzioni. Pongono inoltre l'accento sullo sviluppo sostenibile, come sottolineano, per esempio, alcuni temi delle Conferenze sull'educazione, al fine di cercare di dare una risposta alla gravità della crisi finanziaria, economica e sociale che il nostro mondo sta vivendo. La preoccupazione di rispondere alle domande relative alla gestione del pianeta, vale a dire della «città», si estende anche al governo degli oceani.

    A tale proposito, nella sua ultima enciclica Caritas in veritate, il Santo Padre insiste sull'importanza dei valori morali che devono sottendere un'analisi della globalizzazione. Egli ritiene che «la globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace» (n. 57).

    Permettetemi dunque di sottoporvi una riflessione sui principi fondamentali che sostengono tutto il progetto dell'Unesco. Se ne possono individuare tre: la verità, la cultura e la «città». Una simile riflessione può essere utile per tutte le iniziative di cui l'Unesco è promotrice o parte attiva.

    Quale relazione hanno fra di loro queste tre dimensioni, ossia la verità, la cultura e la «città»? La cultura serve da termine intermedio, da legame fra la verità e la «città». Da un lato essa permette agli uomini di vivere insieme e cementa questo stesso «vivere insieme». In effetti, non c'è comunità umana senza cultura, né cultura senza comunità umana, ossia senza «città». D'altro canto, le culture meriterebbero solo l'attenzione degli etnologi se non fossero portatrici di quelli che vengono chiamati «valori» o, per meglio dire, verità. Si tratta di fatto di verità sull'uomo, sull'insieme degli uomini, e dunque sulla «città».

    «La complessità e la gravità dell'attuale situazione economica» ha scritto Benedetto xvi nella stessa enciclica, «giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore» (n. 21).

    È importante prendere coscienza del fatto che l'economia è al servizio dell'uomo. L'uomo è un cittadino e la «città» è il luogo in cui gli uomini discutono della verità, il luogo in cui a volte la trovano, il luogo in cui spesso viene insegnata loro. Per favorire questo dibattito è necessaria la stabilità economica, ma la cultura — quella che i greci chiamavano paideia, dunque l'accesso dell'uomo alla sua piena umanità — non è un lusso riservato solo alle economie prospere. L'economia deve servire l'uomo e la cultura. E uno dei nobili obiettivi dell'Unesco è di proclamare e di promuovere ciò.

    La cultura si trova dunque là dove gli uomini si preoccupano della verità e la cercano. È possibile ricordarne due forme. La prima sembra evidente: è quella dell'insegnamento, o dell'educazione, che la «città» deve prodigare a quanti la costituiscono. La «città» non può riposare su approssimazioni o su errori collettivi. Se vuole essere educatrice, deve necessariamente trattare i cittadini come uomini, come persone ragionevoli e rispettabili. La seconda forma che deve suscitare l'interesse della «città» per la verità è l'apertura della mente, che è una forma dell'umiltà poiché accetta, attraverso la sua disponibilità, la ricchezza dell'altro e delle altre culture.

    La Chiesa, da parte sua, si è interessata molto rapidamente e in maniera particolare allo sviluppo delle scienze. La teologia medievale aveva individuato il terreno che dovevano occupare le scienze. La prima accademia scientifica ad essere fondata è stata la Pontificia Accademia delle Scienze. È stata creata nel 1603. Fra «scienza» e «umanità» non può essere scavato un fossato, ma indubbiamente lo è stato. Noi parliamo correntemente e troppo spesso della cultura in generale e della cultura scientifica in particolare come di due realtà separate o indifferenti l'una all'altra, anzi persino opposte. Converrebbe dunque colmare poco a poco questo fossato.

    La «città» è una realtà naturale e spetta a essa emanare culture. Queste ultime tuttavia meritano di essere chiamate così solo quando accettano di essere ispirate dal rispetto dell'uomo e fondate su di esso.

    Cos'è l'uomo? È una domanda vasta e complessa con la quale ogni cultura veramente umana deve confrontarsi e alla quale deve rispondere. La risposta a tale domanda sarà degna di nota solo se supererà le barriere culturali senza ignorarle. La risposta vera non può che trovarsi nell'uomo, nella sua verità. Questa verità, sempre da riscoprire, è una realtà possibile. Per esempio, noi siamo esseri umani poiché abbiamo avuto il diritto di nascere. Questa realtà genera di per sé altri diritti. Evitiamo dunque di parlare di questi diritti senza avere coscienza e senza fare riferimento al fatto che sono radicati nel profondo rispetto per l'uomo totale, dal suo concepimento fino alla sua morte naturali. Una cultura non si può dire nobile se non in funzione della sua attitudine a cogliere l'uomo nella sua verità e a riconoscergli i diritti legati alla verità del suo essere. Senza dimenticare che, come dice Papa Benedetto xvi, «l'uomo va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l'esperienza. Trascurare l'interrogativo sull'essere dell'uomo porta inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva sull'essere nella sua integrità e, in tal modo, a non essere più capaci di riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell'uomo, di ogni uomo» (Discorso ai partecipanti al convegno inter-accademico promosso dalla Académie des Sciences di Parigi e dalla Pontificia Accademia delle Scienze, Sala dei Papi, 28 gennaio 2008).

    Cerchiamo dunque di non rinchiudere ogni cultura in se stessa, come se avessimo a che fare con un'entità autonoma e autosufficiente. Se la nostra istituzione, l'Unesco, ha un senso, è proprio quello di mostrare non solo che gli uomini istruiti possono conversare insieme — cosa che noi sicuramente facciamo —, ma anche e soprattutto di far comprendere che una cultura vive sempre in interazione con altre culture, e che «la» cultura è un evento più che un fatto stabilito e acquisito.

    Siamo consapevoli che le grandi culture non solo hanno un valore universale, ma che dialogano anche fra loro nei diversi ambiti in cui s'incontrano e si completano. Le culture si ravvivano, poco a poco, quando accettano una interpenetrazione reciproca basata sul rispetto l'una dell'altra, e soprattutto sul rispetto dell'uomo che è padrone e soggetto della cultura. Andando oltre, è possibile dire che l'inter-culturalità esiste già, ma ha anche un dovere da realizzare maggiormente. L'interculturalità è autentica solo se permette al futuro di essere fedele al passato, in ciò che esso ha di meglio, per cercare di costruire un futuro positivo per l'uomo e per la «città».

    L'Unesco potrà, forse, puntare maggiormente sul suo ruolo di agenzia «pensante» all'interno del sistema delle Nazioni Unite e rafforzare così i mezzi e gli strumenti che ha per essere un vero «laboratorio d'idee», aperto al contributo di tutti. In tal senso, è necessario riconoscere, anzi persino riscoprire, l'utilità e la necessità della riflessione filosofica, purtroppo considerata troppo spesso come la più inutile delle discipline poiché è la più libera dagli interessi particolari e di parte. È invece una disciplina utile e indispensabile perché è particolarmente al servizio dell'uomo, e dunque del bene dell'umanità intera, della «città». Promuovendo tutto ciò che contribuisce ad accrescere la dignità dell'uomo, della sua mente e della sua intelligenza, l'Unesco sarà fedele alla sua vocazione e alla sua alta missione.

    Grazie per la vostra attenzione!

    Intervento della Santa Sede alla 35ª sessione della Conferenza generale dell'Unesco

     



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