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    L'umanità perduta

    Maurizio Bettini

    Ogni anno in Attica si svolgeva una cerimonia di aratura sacra durante la quale i sacerdoti, detti Bouzúgai ("aggiogatori di buoi"), lanciavano maledizioni contro tre categorie di persone ritenute particolarmente esecrabili: coloro che negavano fuoco o acqua a chi ne faceva richiesta; coloro che si rifiutavano di mostrare la strada a un viandante; coloro che lasciavano insepolto un cadavere.
    L'assoluta necessità di osservare queste norme viene ribadita più volte nel mondo antico. Cicerone le definiva communia, cioè obblighi "comuni a tutti i popoli", prestazioni che è necessario fornire a chiunque: tanto a un membro della mia comunità, quanto a uno straniero. Per accedere a questa soglia elementare di diritti, insomma, bastava essere "uomini", non era una questione di appartenenza o di cittadinanza. Ai communia di Cicerone, Seneca ne aggiungeva anzi un altro, l'obbligo di «porgere la mano al naufrago» – ma solo per dire che questo era davvero il minimo per potersi dire "umani".
    Il fatto è che, per gli antichi, trasgredire queste elementari norme di umanità avrebbe costituito un atto empio, tale da provocare la punizione divina. Per questo Priamo, quando chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore, lo esorta a «non violare il comandamento di Zeus» . La sepoltura non si nega neppure a un nemico, gli dèi non lo permettono. Questa però era l'Iliade, ossia un poema che risale all'VIII secolo avanti Cristo.
    Tutto al contrario, nei giorni passati noi italiani del XXI secolo abbiamo assistito allo spettacolo di una nave che, non riuscendo a capire dove sbarcare i cadaveri che aveva a bordo, ha deciso di lasciarli in acqua; e di un'altra, carica di naufraghi, a cui si negava l'accesso ai nostri porti. In altre parole, sotto i nostri occhi sono stati disattesi obblighi che gli antichi avrebbero considerato di semplice ed elementare "umanità". E questo non solo perché l'attuale governo ha deciso così, ma perché molti italiani hanno trovato giusto e legittimo ciò che i nostri antenati avrebbero invece ritenuto esecrabile. Com'è stato possibile? Che cosa è successo al nostro povero paese?
    Di fronte a un atto particolarmente inumano compiuto da alcuni mercenari cartaginesi, Polibio forniva la seguente spiegazione: costoro non avevano ricevuto sufficiente paidéia, mancavano cioè di "cultura", di "educazione". In altre parole, ci si comporta in modo non degno dell'uomo quando non si è stati " educati" ad esserlo, quando la "cultura" non è riuscita ad addolcire la brutalità dei costumi. Forse è proprio questo che ci sta accadendo. Decenni di progressivo degrado culturale, anzi, di esplicita e crescente ostilità verso la cultura e chi la rappresenta (insegnanti, intellettuali, giornalisti, istituzioni…) stanno facendo sì che noi italiani troviamo normale ignorare non solo quanto sta scritto nella "Dichiarazione dei diritti umani", ma perfino i communia di Cicerone e le maledizioni scagliate dai Bouzúgai dell'Attica. I Romani, per tradurre ciò che i Greci definivano paidéia, usavano una parola su cui varrebbe la pena tornare a riflettere: humanitas, cioè "umanità". Questa traduzione presuppone infatti l'idea che essere "umani" ed essere "colti" – "istruiti", " educati" – sia in definitiva la stessa cosa. Si ritiene insomma che, per essere veramente "umani", la cultura sia indispensabile.
    A questo punto qualcuno potrebbe forse obiettare che nel corso della storia non sempre la cultura ha impedito l'inumanità e la barbarie. È vero, ma ricordiamoci anche da quanta barbarie e inumanità la cultura è invece riuscita a difenderci fin qui. Siamone certi: senza la cultura – senza paidéia, senza humanitas – può essere soltanto peggio.

    (Repubblica, 19 giugno 2018)



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