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    L'Ucraina e la violenza

    se l'Occidente cede

    alla sua assuefazione

    Massimo Recalcati


    Un amico oncologo mi raccontava il suo stupore nel non sentirsi più di tanto coinvolto nei drammi dei suoi pazienti di fronte alla malattia. «Il tempo - mi spiegava - è come se avesse disattivato le mie emozioni». Accade anche con ogni esperienza di lutto: il fattore tempo è determinante per spegnere il bruciore inizialmente insopportabile della perdita. «Impossibile continuare senza, ma impossibile non continuare senza», scriveva Beckett. Ma quello che avviene nelle pieghe più intime della nostra vita privata si ripete anche nella dimensione pubblica della nostra vita collettiva. Un esempio fra tutti è quello della guerra in Ucraina. Le maratone televisive e i servizi giornalistici febbrili dei primi tempi hanno lasciato il posto ad una informazione tristemente routinaria. Della guerra in sé si tende a non parlare più, a non dedicarvi più la nostra attenzione se non per le conseguenze dirette che essa provoca sulle nostre vite: aumento delle bollette, caro vita, maggiore precarietà economica e sociale, futuro incerto. È scattato quel meccanismo di assuefazione psichica che ha coinvolto anche il mio amico oncologo.
    Freud ne parlava proprio a proposito della guerra e dell'indifferenza alla quale essa costringe gli esseri umani di fronte ai numerosi cadaveri anonimi che genera quotidianamente. Il peso emotivo che la vista del cadavere di una persona affettivamente cara può provocare sembra scomparire.
    L'assuefazione è l'effetto di un distanziamento psichico finalizzato alla neutralizzazione di un fattore giudicato perturbante. Ma, in realtà, questo distanziamento è, a sua volta, l'effetto di un'eccessiva prossimità inconscia all'oggetto dell'angoscia. Accade anche allo psicoanalista che quotidianamente è esposto all'incontro con la sofferenza dei suoi pazienti. Lacan, non a caso, paragonava la sua funzione a quella di una discarica: raccogliere ed evacuare il peggio, il negativo, l'insopportabile. Il fenomeno dell'assuefazione è un fenomeno di difesa dal trauma: l'abitudine vorrebbe poter ridurre lo scandalo - indigeribile psichicamente - di ciò che accade. Avviene anche di fronte alla violenza di ogni genere: anziché restare storditi, colpiti, offesi dalla brutalità e crudeltà del male, esiste nell'umano un'insidiosa tendenza all'adattamento, all'assimilazione di ciò che non può essere affatto assimilabile. Avviene con la fame nel mondo che più che una piaga che mobilita il dovere civile del soccorso, viene percepita come se fosse una fatalità naturale. Avviene con la violenza razzista, con quella femminicida, con gli incidenti sul lavoro e in tante altre occasioni della nostra vita collettiva.
    Come indicano diversi antropologi, la nostra civiltà dello spettacolo tende a trasformare ogni evento in una sorta di apparizione televisiva o cinematografica, destinata a scadere di interesse in tempi sempre più brevi per gli spettatori annoiati dal "già visto", quali, in fondo, tutti noi tendiamo ad essere.
    La guerra in Ucraina resta un evento in sé al limite del concepibile, indigesto, scandaloso, ma il sistema della comunicazione sa bene che il carattere eccezionale di tutti i fenomeni che divengono oggetto assiduo di informazione tende a durare sempre di meno, dunque, a generare meno audience.
    L'assenza di risposta allo stimolo è infatti un fenomeno comportamentale tipico di ogni fenomeno dell'assuefazione. Ora, dopo il tempo della guerra, è il turno della campagna elettorale a polarizzare i nostri interessi. È quello lo spettacolo che ha inevitabilmente calamitato l'attenzione dei media.
    Col rischio però che vi sia assuefazione anche nei confronti della nostra vita politica. Non a caso assuefazione e disaffezione, come mostra il fenomeno dell'astensionismo elettorale, possono essere due facce della stessa medaglia. Eppure cosa c'è di più coinvolgente – in senso letterale – della vita politica? I nostri interessi personali e collettivi ne sono profondamente toccati. Ma questo dato di realtà non è sufficiente e rischia di non essere nemmeno percepito. Accade lo stesso con una guerra, che nonostante sia esplosa nel cuore dell'Europa, non è in grado di disinnescare il fenomeno dell'assuefazione. Assuefazione diviene infatti sinonimo di assimilazione; il carattere indigeribile della guerra viene rimosso rendendo la guerra parte del nuovo paesaggio dell'Europa. Sembrerebbe inverosimile ma è proprio quello che sta accadendo. Del resto, in pagine divenute giustamente celebri, Primo Levi, parlando della tragedia della vita nei campi di sterminio, ha mostrato quanto la spinta dell'umano all'adattamento in condizioni di vita inverosimili possa raggiungere vertici tenebrosi. Per questa ragione ammoniva sulla necessità di testimoniare con tenacia l'orrore per impedire non solo che esso potesse ripetersi, ma che possa anche divenire possibile assuefarsi alla sua esistenza. È, infatti, solo la testimonianza insistita dell'orrore a riconoscere l'orrore come tale impedendo la sua assimilazione assuefatta.

    (La Stampa, 31 luglio 2022 )



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