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    Ivan Illich

    Edgar Morin

    Non si è mai preso sufficiente coscienza della vastità e dell'importanza del messaggio che Ivan Illich ci ha consegnato fin dagli inizi degli anni Settanta, probabilmente perché questo messaggio riguardava le stesse basi della nostra civiltà. Esso è stato formulato nello stesso periodo in cui si manifestava, provenendo dalla California, la coscienza ecologica che è l'altro messaggio importante di quegli anni. L'uno e l'altro sono del resto complementari. Si può dire che il messaggio ecologico, dopo molti ritardi, intoppi e contrattempi, oggi si è diffuso abbastanza nella coscienza politica. Il fatto è che le degradazioni del mondo esterno diventano sempre più evidenti, mentre le degradazioni psichiche, che Ivan Illich aveva diagnosticato, sembrano ancora appannaggio della vita privata e restano invisibili alla coscienza politica. Il malessere psichico fa ancora appello a cose come le medicine, i sonniferi, gli antidepressivi, le psicoterapie, le psicoanalisi, i guru, ma non riesce ancora a essere percepito come un effetto della civiltà.

    Il messaggio di Ivan Illich è dunque restato circoscritto. Secondo la sua diagnosi il malessere psichico si accompagna ai progressi del benessere materiale, che alla fine produce altrettanti mali che benefici. Ivan Illich insisteva sulla degradazione interiore delle nostre esistenze sotto gli effetti dell'iperspecializzazione, della meccanizzazione, della mercantilizzazione generalizzata. La medicina iperspecializzata cura sempre più gli organi e sempre meno le persone, mentre la scuola centralizzata, burocratizzata, irrigidita frammenta la conoscenza e apporta più accecamento che illuminazione. Sfortunatamente, gli «espertocrati», i tecnocrati e i politici rimangono sempre ciechi a queste analisi.

    Ivan Illich cercava di promuovere una riforma della civiltà che migliorasse i rapporti umani e favorisse l'avvento di una civiltà della «convivialità». E mi dispiace che quest'idea di riforma della civiltà, fondata soprattutto sullo sviluppo della convivialità, non sia ancora abbastanza presente oggi, benché sia chiaro che una presa di coscienza ha cominciato a diffondersi. Germi di una riforma della vita, di un'altra civiltà, sono presenti un po' dappertutto, ma restano insufficienti e dispersi.

    La nostra civiltà, che annunciava il benessere materiale, ha suscitato molto malessere spirituale senza riuscire a cancellare immense sacche di disagio materiale. Essa ci ha fatto identificare il benessere qualitativo con quello quantitativo. Gli esperti e i governi credono ancora che il malessere e i guasti della società spariranno con lo sviluppo economico e la crescita. Dobbiamo però ripensare lo sviluppo e la stessa idea di sviluppo. Così come lo concepiamo oggi, indicizzato esclusivamente sull'accrescimento quantitativo dei beni, crea più problemi di quanti ne risolva, ed è nel medio termine insostenibile finanche quando viene declinato come «sviluppo sostenibile». Bisogna dunque uscire dal regno esclusivo del quantitativo, che non sa leggere altro che la crescita del PIL e il numero dei disoccupati dimenticando il disagio dei disoccupati. Bisogna rimpiazzare il quantitativo «di più, di più!» con il qualitativo «di meno, ma migliore».

    Rischiamo di assistere alla rivincita di Ivan Illich, il cui messaggio non è stato compreso. Le nostre società planetarie conoscono povertà e angoscia del futuro, crisi ripetute (sanitarie, economiche, ecologiche, tecnologiche, finanziarie, alimentari). La tristezza, l'abbandono e la solitudine cercano una consolazione negli acquisti e nei consumi. Abbiamo creato innumerevoli intossicazioni da civiltà, di cui parlo ne La via (2011). Ciò che ne risulta è l'aumento delle solitudini. Ecco perché dobbiamo ridestare l'idea illichiana di una società di convivialità, che sarà anche una società di solidarietà, in cui ciascuno potrà mobilitare i fermenti etici generatori che porta in sé.

    D'altronde, questa fiducia profonda nelle capacità di umanità e di solidarietà di ogni individuo era l'idea di Ivan Illich. A differenza di Illich, tuttavia, io penso che non si debbano sopprimere le istituzioni come la scuola e la sanità ma che si debba invece trasformarle. Ciò richiede una profonda riforma della civiltà. Bisogna sburocratizzare, collegare le istituzioni, eliminare la falsa razionalità tecnica e gestionale che occulta, in tutti gli aspetti della vita umana, quel che non può essere calcolato né manipolato: la sofferenza, la felicità, la gioia, l'amore.

    L'instaurazione di nuove solidarietà è un aspetto essenziale di una politica di civilizzazione. Questa reclama un obiettivo che non si trova al momento in alcun programma politico, nemmeno in quelli ecologici, ed è la necessità di cambiare le nostre vite, non solo nel senso della sobrietà (obiettivo adottato dai movimenti ecologisti), ma soprattutto nel senso della qualità e della poesia della vita. La poesia della vita è d'altro canto anche un aspetto dell'etica. Le nostre forze etiche lottano contro la crudeltà del mondo, ma esse mirano al tempo stesso alla realizzazione dell'essere umano nella qualità della vita, ovvero la convivialità e la poesia. Solidarietà, convivialità, poesia della vita sono interdipendenti e non possono realizzarsi se non l'una attraverso l'altra.

    Dobbiamo intraprendere una riforma di vita che ci porti a restaurare la convivialità pensata da Illich, che è secondo me questa attitudine alla simpatia e al dialogo con i compagni delle nostre vite quotidiane, a cominciare dai nostri vicini ma anche con i perfetti sconosciuti che incontriamo. Possiamo farlo nei modi che ho indicato ne La via. Ciò permetterebbe a ciascuno di trovare il suo posto, facendo valere le sue competenze, la sua sensibilità, il suo genio peculiare. Ho spesso parlato (in particolare in Una politica di civiltà e ne La via) dei lavori che si potrebbero creare per instillare più convivialità e solidarietà nella società: aiuto nelle persone deprivate materialmente, ma anche moralmente e psichicamente, ai bambini piccoli, alle madri, alle persone sole, ai vecchi dimenticati nei loro ospizi, mestieri di umanizzazione e di svariata assistenza negli ambiti del consiglio amministrativo, giuridico, tecnologico, finanziario, educativo...

    Un aspetto che mi sembrerebbe particolarmente importante è l'instaurazione di una democrazia cognitiva che permettesse a tutti l'accesso alla conoscenza e potesse, a immagine e somiglianza delle «reti educative» di Ivan Illich, mobilitare quelli che sanno in aiuto di quelli che non sanno. L'idea di Illich era di istituire queste reti attorno a un ufficio di coordinamento che fornisse insegnanti appropriati per le richieste di ciascun allievo. Si sarebbe trattato di soprassedere alle imposizioni disciplinari, ma anche all'istituzione rigida e inegualitaria che è la scuola. Possiamo ispirarcene per pensare a una riforma educativa. Ma le iniziative locali e individuali devono essere accompagnate da iniziative globali e da atti politici che favoriscano la diffusione dei saperi al di là delle scuole e delle università e, soprattutto, dando vita a una riforma del pensiero che sappia collegare e articolare le discipline. In ogni modo, il problema dell'educatore è essenziale. Abbiamo bisogno di educatori che ci insegnino il mestiere di vivere, come sosteneva Rousseau.

    Credo che si debba riattualizzare, amplificare, generalizzare il messaggio di Ivan Illich e recepirlo come l'appello a una metamorfosi. In questo senso, tutte le riforme di cui abbiamo bisogno, riforma della vita, riforma etica, riforma del pensiero, riforma dell'educazione, riforma della civiltà, riforma politica, si interpellano reciprocamente. I loro sviluppi particolari permetterebbero loro di dinamizzarsi vicendevolmente.



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