Il noi difficile
Franco Cassano
Nella rapida ma intensa Introduzione al suo libro, Caffè Europa, Slavenka Drakulié, fa un breve esercizio di sociologia dei pronomi riflettendo sul difficile passaggio dal «noi» all'«io» nelle società ex comuniste. Lì la permanente prevalenza del «noi» rappresenta l'inerzia del passato, la timidezza dell'individuo, la paura dí uscire allo scoperto sfidando il conformismo del gruppo e la forza repressiva dell'autorità, l'ancor debole sentimento dei propri diritti. L'«io» invece emerge quando ci si stacca dagli altri e si rischia in proprio, si tratti del guadagno individuale o della denuncia delle prevaricazioni del potere. Il passaggio alla democrazia trova, secondo la Drakulie, nella diffusione armonica e non unilaterale della parola «io» l'indicatore più concreto: se gli individui non sono ancora abituati a uscire allo scoperto e a usare senza timore la prima persona singolare, quella transizione non è neanche cominciata.
Nel nostro paese una riflessione sul ruolo dei pronomi dovrebbe fare il percorso inverso. La nostra è la patria dei molti «io», ma di «io» asimmetrici e sbilanciati, pronti se si parla dei loro diritti e torpidi se si parla dei doveri. I «noi» (le istituzioni e le associazioni) non mancano, ma sono spesso ricalcati sulla stessa logica, occupati stabilmente dagli «io», che li piegano ai loro fini, oppure ristrutturati in funzione della difesa di privilegi corporativi. Questa logica asimmetrica in cui si ritiene normale ricevere e innaturale pagare ha fatto scomparire il «noi» trasformandolo in «loro»: alla terza persona plurale, la più lontana e la più esterna all'«io», vengono attribuite le responsabilità di tutti i mali. Il «loro» è la porta attraverso cui tutti gli abusi e le scorrettezze che caratterizzano la nostra vita civile vengono proiettati verso l'esterno e imputati agli altri, il cui comportamento costringe 1'«io» innocente ad adattarsi: se «loro» (cioè gli altri) sono furbi o rubano, se «loro» rispettano le norme solo quando gli conviene, la risposta più giusta è lasciar scorazzare l'«io» senza che nessun «noi» ne disturbi la libertà di movimento.
Come nelle guerre il paese che aggredisce sostiene sempre di farlo per difendersi da un'aggressione, così il furbo presenta il suo comportamento come la risposta obbligata alla furbizia altrui. In verità la furbizia sta proprio nella mossa dell'esimersi da ogni responsabilità scaricandola sugli altri. Il risultato di questo gioco collettivo in cui ognuno aggira «per necessità» le regole è la distruzione del «noi», la sua riduzione ad una forma retorica e caricaturale, priva dí legittimità e incapace di imporsi, proprio come le «gride» manzoniane, al turbine caotico degli «io».
Una società equilibrata è quella che sa muoversi tra l'«io» e il «noi», tra la libertà e le regole, tra i diritti e i doveri, che sa usare la prima persona sia al singolare che al plurale. Si potrebbe, riprendendo una coppia concettuale della psicanalisi, parlare di equilibrio tra codice materno, indulgente e permissivo, e codice paterno, severo e repressivo. Una società dominata dall'indulgenza materna è squilibrata esattamente come quella dominata dalla severità del padre: la prima è una collezione di «io» che a ogni minaccia di punizione corrono tra le gonne materne, la seconda un lager spietato, in cui l'uomo viene riconosciuto solo se e quando corrisponde alla norma fissata dall'autorità. Non è difficile capire quale delle due patologie prevalga tra gli italiani.
Nel nostro paese qualcosa cambierà sul serio solo quando la maggioranza degli italiani cesserà il gioco di scaricare le proprie responsabilità sugli «altri», cioè solo dopo la scomparsa di quel «loro» assolutorio che ha fatto dei nostri «io» degli strani individui, tanto furbi da diventare autolesionisti, stupidamente convinti che aggirare le regole non danneggi tutti, ma solo gli altri.















































