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    Il Covid mostra

    il doppio volto dell'altro:

    quello di Caino,

    e del fratello che ci salva

    Massimo Recalcati

    Dimenticheremo presto tutto? Il prima possibile? Questa vita spaccata, stramba, dolorosa, minacciata sarà solo un brutto incubo che il vaccino finalmente dissolverà per sempre?
    Prolifereranno libri, film, documentari, magari serie televisive su quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo? Saremo una massa di posttraumatici impegnati a seppellire in qualche modo la ferita subita? E se, invece, provassimo a non dimenticare?
    A trattenere con noi l'orrore, il buio, il mortuum, come direbbe Hegel? Perché non è proprio possibile né giusto dimenticare senza imparare nulla dal Covid 19. Eppure la dimenticanza sembra già oggi un'esigenza impellente mentre il virus nel mondo continua a seminare le sue vittime. Essa riflette una inclinazione profonda dell'apparato psichico: rifiutare tutto ciò che non è adeguato alla nostra rappresentazione ideale della realtà.
    Certamente si tratta innanzitutto di dimenticare il rischio tremendo di una malattia che può aggredire in modo mortale e che ha devastato le nostre condizioni normali di vita infiltrandosi nelle pieghe dei nostri corpi e delle nostre relazioni.
    È un fatto sul quale dovremmo riflettere: niente come l'esistenza del Covid 19 ci ha fatto vedere la doppia faccia che caratterizza la nostra relazione con l'altro. Per un verso la mancanza dei contatti sociali ha rivelato quanto l'altro sia per noi una risorsa preziosa, ma per un altro verso questa esperienza ci ha anche rivelato quanto l'altro sia sempre un fattore di perturbazione sino ad identificarsi con un veicolo di malattia e di morte.
    Questo è stato infatti il modo con il quale il Covid 19 ha rivelato il doppio volto del nostro simile. Minaccia e risorsa preziosa.
    Il primo volto che il virus ha messo in luce è quello cainesco della minaccia che la metafora inadeguata della guerra ha provato ad esorcizzare. Abbiamo dovuto registrare con fatica che nel caso dell'epidemia non era affatto in corso una guerra perché il nemico non apparteneva ad un altro paese, non abitava al di là delle nostre frontiere, non viveva in un altro mondo. Il nemico era piuttosto il nostro prossimo: l'amico, il collega, il vicino di casa, l'amante, il figlio, il fratello. Il virus ha rivelato così la natura maligna del prossimo. Nel racconto biblico, non a caso, questa malignità inaugura col gesto di Caino la storia dell'umanità. Le relazioni con il nostro simile sono sempre pericolose, fonte di instabilità e di perturbazione ingovernabile. Non a caso Canetti in Massa e potere si riferiva alla paura del contagio come una delle paure più arcaiche dell'essere umano. La difesa dei propri confini definisce il carattere securitario della pulsione: difendere la nostra identità da possibili intrusioni. L'infezione è stata l'esperienza nella quale abbiamo tutti dovuto rivisitare questa antica paura. Con l'aggiunta che il carattere incombente della presenza del virus tra di noi coincideva con la sua impossibile localizzazione. Era tra noi, dappertutto, ed era invisibile, incombente e indeterminato al tempo stesso.
    La prima risposta a questa intrusione mortale è stata la quarantena. Se i nostri confini erano stati pericolosamente minacciati si trattava di rafforzarli. Questa misura - descritta dai populisti di destra e da diversi intellettuali di sinistra come una misura liberticida dagli effetti potenzialmente totalitari, come una sorta di illegittimo abuso di potere - , è stata, in realtà, una misura necessaria non solo a garantire la nostra sopravvivenza individuale, ma soprattutto a rallentare la corsa rovinosa del virus permettendo la cura delle persone ammalate e più bisognose.
    È, dunque, stata, al tempo stesso, una misura che ha tutelato la nostra vita ma che ha anche segnalato l'altro volto delle relazioni umane, non il volto cainesco che distrugge la fratellanza, ma quello di una fratellanza possibile. Se il primo volto delle relazioni umane è quello cainesco del conflitto e della minaccia mortale, della violazione angosciante dei confini, il secondo è quello della necessità della presenza dell'altro e della solidarietà. È un punto sul quale nella mia lettura dell'esperienza traumatica del Covid 19 ho insistito molto.
    Senza l'altro non c'è salvezza, senza legame con l'altro non c'è possibilità di vita umana. Non è forse questo un insegnamento elementare che la brutalità del virus ha impartito? La difesa securitaria della mia vita se non è corrisposta dai comportamenti del mio simile risulta inutile. «Nessuno si salva da solo», disse papa Francesco in una piazza san Pietro deserta e battuta dalla pioggia nei giorni più tragici dell'epidemia. La salvezza dell'uno dipende dai comportamenti dell'altro e viceversa. È un motivo che il testo biblico ricorda in più luoghi, per esempio nell'Ecclesiaste quando si legge: «guai a chi è solo e cade senza che abbia qualcuno che lo rialzi». Il virus ci ha spinti, in altri termini, a ripensare il nostro concetto di libertà. Siamo stati abituati a ritenere che la libertà fosse una proprietà dell'individualità, che fosse la manifestazione esclusiva di un Io incapsulato su se stesso, che ogni limite alla libertà fosse un attentato alla nostra dignità. In questo modo il nostro tempo ha perduto di vista il nesso che lega la libertà alla comunità. La pulsione neo-libertina ignora, infatti, l'esistenza della comunità definendo come unica forma possibile della Legge il diritto alla sua illimitata affermazione. Si tratta - dal punto di vista psico-evolutivo – di una concezione solo puberale della libertà perché nella sua rigida opposizione alla comunità la libertà perde ogni legame con la responsabilità.
    L'attuale insistita negazione delle potenzialità infettive del virus non solo nel nostro paese ma nel mondo intero è una manifestazione evidente di una libertà che si vorrebbe emancipata da ogni vincolo. Come accade nelle forme patologiche dell'adolescenza la libertà senza responsabilità rigetta ogni limite interpretandolo come un sopruso o un abuso di potere. Nell'adolescenza patologica il limite viene infatti costantemente violato perché espressione di un mondo senza vita. Il discorso educativo contemporaneo è travolto da questo inno sconsiderato della libertà che coincide con la volontà anarcoide di fare quel che si vuole senza rendere conto a nessuno. Diversamente l'esperienza della quarantena ci ha insegnato che esiste un altro volto della libertà.
    Non era in gioco una repressione brutale dei nostri diritti, il pericolo di una svolta totalitaria che avrebbe messo a rischio la nostra democrazia, ma una esperienza etica inedita della libertà. Non la libertà come liberazione dall'oppressione del limite, come emancipazione della vita individuale dalla comunità, ma la libertà come fondamento della vita sociale, come solidarietà e come fratellanza. Se per un verso il mio simile è colui che mi deruba della mia libertà e dei miei privilegi assoluti, è colui che attenta alla mia vita e pertanto è una minaccia mortale per la mia vita che deve essere soppressa, come insegna tragicamente il gesto di Caino, per un altro verso, se nessuno si salva da solo, il mio simile è colui che mi può trarre fuori dal baratro, accompagnare la mia vita, sostenerla se cade, condividere una eguaglianza fatta di differenze.

    (La Stampa, TuttoLibri, 12 settembre 2020)



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