Dove nascere,
dove morire
Franco Cassano
I due momenti più straordinari della vita, l'inizio e la fine, sono stati strappati alla famiglia e alla comunità dal sistema sanitario con conseguenze molto rilevanti sul modo di concepirli. Oggi infatti si nasce in ospedale e la donna che sta per mettere al mondo un figlio si «ricovera» diventando una «paziente» circondata da medici e infermieri; la nascita viene «curata» da un'azienda medica il cui prodotto finito sono madri e figli in buona salute e quindi in grado di tornare a casa.
È facile vedere i vantaggi di questa medicalizzazione della nascita: rispetto a un passato neanche tanto lontano i casi di morte dei neonati e delle madri si sono drasticamente ridotti e oggi anche un bimbo prematuro o una madre con una grave emorragia possono sopravvivere, così come è possibile, attraverso una serie di esami, tutelare la vita di entrambi sin dal periodo della gestazione.
Il problema nasce se si guardano gli effetti culturali di questo fenomeno: diventando un evento medico la nascita viene letta secondo un'altro codice. L'esasperazione del rischio implicito in ogni parto non solo modifica la scena che assorbe l'evento, ma suggerisce anche che mettere al mondo un figlio è un'esperienza prossima alla malattia, qualcosa da cui ci si deve curare. Questo fa sì non solo che si nasca in luoghi impropri, anonimi e legati al dolore, ma anche che la materialità della nascita venga allontanata dalla propria esperienza come una patologia, che quello straordinario mistero che è il venir fuori di un corpo da un altro venga visto sempre più come un disturbo da minimizzare e se ne perdano i significati.
Una riflessione analoga si potrebbe fare sul momento opposto, quello in cui si prende congedo dal mondo. Tutti sappiamo quante vite la medicalizzazione del morire abbia strappato all'abbraccio vorace della morte e non possiamo dimenticare il debito verso quelli che riescono a far tornare indietro chi sembrava già andato via. Nella Peste di Camus il protagonista, il dottor Rieux, che lotta in prima fila contro l'epidemia, sa che il suo lavoro è destinato a «un'interminabile sconfitta» perché è in conflitto con l'ordine della creazione (gli uomini devono morire), ma questa destinazione allo scacco rende ancora più nobili le sue provvisorie e fragili vittorie.
Quando però questo sistema sequestra permanentemente il malato, quando si accanisce in una resistenza tecnologica che rende la morte solitaria, un muto dialogo tra un corpo e le macchine, quando segrega la morte separando chi sta andando via da chi gli è caro, allora forse l'agonia si allunga e diventa crudele, rende la morte l'ultima porta scura di un lungo corridoio che si percorre da soli e nel buio. C'è una preziosa e non casuale analogia tra il nascere e il morire: entrambi, essendo oggi divenuti appannaggio di esperti, vengono segregati mentre invece dovrebbero avvenire nelle braccia di altri. Si nasce e si muore in primo luogo per qualcuno: se alla nascita siamo accolti da chi ci accompagnerà durante la vita, una morte può essere perfetta se avviene nelle braccia di chi ci è stato vicino, se la nostra ultima immagine è il suo viso e non la lampada accecante di una sala anonima ed efficiente.
Non si tratta di rinnegare i vantaggi che la medicina ci ha messo a disposizione, ma di evitare di cedere in cambio della sicurezza assoluta il privilegio di nascere e morire tra le braccia di qualcuno. Oggi le stesse conquiste della scienza, con le reti telematiche, la diffusione dell'educazione sanitaria, le tecnologie diagnostiche, il miglioramento delle vie di comunicazione, permettono di pensare a un decentramento e un addolcimento della prevenzione, offrono la possibilità di tornare a nascere e morire tra i nostri cari. Il postfordismo dovrebbe arrivare anche nella medicina, intrecciare la salute ai significati, la quantità alla qualità della vita, reinserire gli esperti all'interno di reti sociali intelligenti ed informate, ma capaci di chiamare per nome chi viene al mondo e chi se ne deve andare. Spesso il destino della scienza e della tecnica non è così duro e squadrato come noi temiamo, ma solo reso tale dalla pigrizia intellettuale, dal cinismo di chi vive di quel sistema e vede ogni sua umanizzazione come un'eresia scientifica e una perdita di potere.

