Dio non tira in porta

    Franco Cassano

    Chi segue lo sport in televisione ha forse notato che, spesso, chi esce vincitore da una prova o da una competizione ringrazia in modo pubblico e clamoroso Dio, credendo di trovare nella propria gioia e fortuna il segno di una predilezione divina. Questa invocazione dell'aiuto divino contro gli altri è un'abitudine antica e importante, che gli uomini non sembrano capaci di superare. Esso è la forma agonistica e guerriera di quell'impulso che spinge, dopo un incidente, i superstiti a ringraziare Dio, accusandolo inavvertitamente di avere voluto la morte degli altri. Se Dio ha salvato qualcuno, ha evidentemente deciso di non farlo per tutti gli altri.
    Gli uomini sono fragili e mortali, attraversano la vita incontrando sfide e paure, vincendo o perdendo le diverse partite. È quindi comprensibile che i popoli e gli individui chiedano a Dio di aiutarli nell'attraversamento del traffico della vita, che gli chiedano protezione e un'attenzione particolare. C'è un pensiero di Cesare Pavese, breve ma illuminante che dice: «La religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo, proprio per questa ragione». Non sentirsi soli, ma custoditi e assistiti, dà sicurezza e combattività nei passaggi più difficili, tanto se il Dio che ci protegge è un padre duro e geloso, quanto se esso è materno e indulgente. Questo antico e sempre risorgente modo di amare Dio è un modo molto umano, forse troppo.
    Se infatti questo desiderio di protezione è comprensibile e in sé non necessariamente colpevole, lo diventa quando la tutela divina viene invocata contro altri uomini, come un privilegio, una prelazione che esclude altri. Esso infatti conduce a dividere l'umanità in due campi contrapposti, l'esercito dei «veri» fedeli, che meritano protezione e assistenza, e quello di tutti gli altri, gli infedeli, che diventano invece i destinatari del disinteresse divino oppure delle più crudeli punizioni. In tal modo Dio viene chiamato in causa per le questioni più basse, e se ne chiede la firma sugli atti più ignominiosi: nessuno può dimenticare che persino le SS portavano scritto sui loro cinturoni Gott mit uns, Dio è con noi.
    Ma al di là di questo caso estremo, il problema presenta un carattere generale: molti crimini gravi non sono stati impediti, ma talvolta addirittura facilitati da nobili ragioni, come l'esercizio di un mandato divino. Non è casuale che la violenza sia così presente nell'Antico Testamento: la straordinaria predilezione di Dio per un popolo lo conduce non solo a travolgere quelli che hanno la sventura di trovarsi sulla sua strada, ma anche a infliggere punizioni esemplari a tutti coloro che, pur appartenendo al popolo eletto, tradiscono la sua fiducia. Ovviamente si tratta soltanto di un esempio: la tentazione di «rendere Dio partigiano in una guerra» (Simone Weil) non riguarda solo il popolo ebraico e l'Antico Testamento, ma è conosciuta da tutti i popoli e da tutte le religioni. La storia degli uomini è la storia della continua tentazione di schierare Dio nelle proprie beghe condominiali, di convocare nella propria squadra un giocatore divino per vincere partite molto terrestri.
    Ci piacerebbe che Dio, infastidito da tante strumentalizzazioni, decidesse un giorno di inviare una lettera commerciale di questo tenore a tutti quelli che in suo nome incitano a sopraffare gli altri: «Siamo venuti a conoscenza della circostanza che la Signoria Vostra usa ripetutamente il nome della nostra ditta per vendere giochi che mettono gli uomini gli uni contro gli altri. Mettendola al corrente che questo gioco non è mai stato progettato né prodotto dalla nostra casa, la diffidiamo dall'usare il nostro nome per trarne illeciti vantaggi. Le chiediamo di voler trasmettere a tutti i fedeli il testo della presente lettera. Potrà avere la nostra paterna benedizione solo se si atterrà a quanto richiesto. Grazie».