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    Marc Augé : un freno alla società degli eccessi

     

    Per secoli abbiamo guardato al passato come a un’eredità significativa, a un percorso con un senso e una direzione costruito per accumulazione e osservabile per punti di riferimento. Anche al futuro si è pensato con il cuore carico di domande e speranze; nel guardare avanti siamo stati colti da uno sfrenato ottimismo, talora da un ossessivo catastrofismo. Così da sempre ogni uomo ha patito in sé il paradosso della propria individualità limitata e piccina in un mondo che collettivamente ha raggiunto obiettivi ambiziosi, fatto e promesso di fare passi da giganti, evoluzioni e rivoluzioni. Oggi siamo al capolinea: fine della storia. Almeno se guardiamo alla modernità – anzi alla surmodernità – con gli occhi disincantati di Marc Augé che nel suo ultimo saggio intitolato Che fine ha fatto il futuro (Eleuthera, 110 pagine, 12 euro) ci catapulta in questo nostro eterno presente, sgombro dalle categorie dello spazio e del tempo, che da sempre ci hanno permesso di strutturare e organizzare il pensiero e il pensiero della storia. Ultima tappa di un percorso che analizza con sguardo critico la contemporaneità nei suoi eccessi e rischi, il saggio di Augé pone un interrogativo cui segue un’analisi scoraggiante. 
    Per l’antropologo dei non luoghi e della surmodernità – la società degli eccessi e dell’accelerazione – il presente assoluto e statico che ci è piovuto addosso è il risultato di molti fattori: una globalizzazione planetaria che abbattendo le frontiere ha azzerato gli spazi, un fluire del tempo talmente veloce che ci impedisce di percepire il movimento e ci inchioda all’inerzia, un’ipercomunicazione tecnologica, un consumo sovrabbondante. E chi più ne ha ne metta. La conclusione è che l’ideologia del presente e dell’evidenza, se da un lato rende obsoleti gli insegnamenti del passato, dall’altro paralizza lo sforzo di immaginare il presente come storia, dunque valicabile, e il futuro come utopia. «Da uno o due decenni – sostiene Augé – il presente è diventato egemonico. Agli occhi dei comuni mortali esso non è più frutto di una lenta maturazione del passato, non lascia più trasparire i lineamenti di possibili futuri, ma si impone come fatto compiuto, schiacciante, il cui improvviso sorgere fa sparire il passato e satura l’immaginazione del futuro». Il presente perenne ci mette a corto di nuove idee; anche davanti a un progresso che fa passi da gigante ci fa rinunciare a ragionare sulle finalità di tanta ambizione scientifica e tecnologica. Insomma la sparizione del tempo, sostiene l’antropologo, è un problema preoccupante per i riflessi che ha sulla nostra vita sociale e sulla democrazia. Non è un caso che ogni totalitarismo ambisca a bloccare la storia, a negare valore all’eredità del passato e a disattivare l’impegno e le aspettative sul domani. Insomma, avverte Marc Augé, dentro un passato abolito e un futuro bloccato ci siamo messi nel bel mezzo di una crisi sociale di identità e per averne orrore basterebbe pensare ai guasti prodotti dalla colonizzazione in Africa, il più recente esempio di sparizione della storia. «La derisione e l’annullamento del passato condiviso – scrive Augé – ha scatenato, tra le giovani generazioni, un sisma mentale tanto più traumatico in quanto eliminava ogni prospettiva di futuro anche a breve termine». Il disastro si ripropone oggi con gli esiliati e gli immigrati nei nostri Paesi, i più esclusi dalla storia, che potrebbero rientrarvi per le vie più pericolose e folli. Che un mondo migliore, pacifico, senza disparità e sfruttamenti sia affidato a una prioritaria rivoluzione nel campo dell’istruzione è l’ancora di salvezza che Augé evoca in conclusione, forse per non deprimerci totalmente. Ma si tratta di una verità così semplice che il nostro mondo complesso e accelerato non riuscirà neppure a cogliere. 
    Secondo il teorico dei «non luoghi» la globalizzazione che ha abbattuto le frontiere cancella passato e futuro

     

    (Rossana Sisti, Avvenire 12 novembre 2009)

     



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