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    Cani

    Franco Cassano

     

    Se guardiamo il nostro cane negli occhi, possiamo scoprire dopo un po' una differenza, un'asimmetria che inquieta. Il nostro sguardo è mobile, attraversato da mille pensieri diversi, mentre quello del nostro cane, è personel nostro, esibisce senza vergogna una dipendenza totale, che prescinde dal nostro rango e dalla nostra fortuna. C'è qualcosa di animale o di divino in questa naturale capacità di non ribellarsi, di accettare fiduciosamente il destino. Un cane è un essere profondamente religioso: egli ha un'immensa fiducia nei suoi amici umani. È capace di aspettarli anche quando non tornano, al loro minimo segno scodinzola e ringrazia. Certo, da questa dipendenza egli ricava un'utilità precisa, il cibo, una casa o una carezza, ma il suo non è un rapporto contrattuale, e la sua fedeltà è illimitata, anche quando chi sta dall'altra parte non la meriterebbe o è il peggiore degli uomini. Ciò nonostante questo essere religioso ama il suo «padrone», è capace di sacrificarsi per lui. Egli non scruta angosciato il proprio destino, lo ha consegnato nelle mani del suo padrone.
    L'uomo, e specialmente l'uomo moderno, si è scostato con l'illuminismo da questa natura insieme divina ed animale, è diventato compiutamente uomo, ha preteso di guardare il futuro, di progettarsi, di dire la propria opinione su tutto, di modificare il mondo sulla scala dei propri bisogni. Nel mondo demagificato l'uomo si è mosso da solo, ha capito, a differenza del cane, che non poteva confidare sulla benevola attenzione di qualcuno molto in alto, ha cessato di ringraziare. Questo è l'orgoglio dell'uomo, dell'Occidente, della modernità; questo è anche il nostro orgoglio. I problemi nascono quando quest'orgoglio si assolutizza, disconoscendo i pregi presenti anche in quell'antica positura insieme animale e divina, in quell'abbandono al destino, che non è solo passività, adattamento alla schiavitù e alla subordinazione, indizio di un'anima piccola, priva di desideri e idee. Questa rappresentazione feroce di chi accetta l'asimmetria è un'immagine propagandistica, la proiezione dell'etnocentrismo del moderno, di un atteggiamento che, dietro i proclami di amore per la tolleranza, nasconde una straordinaria incapacità di capire l'altro da sé.
    Questo accecamento dell'illuminismo impedisce di vedere che, accanto alle virtù dell'emancipazione, esistono quelle dell'abbandono, sia nel senso della famosa conferenza di Heidegger, sia nel senso di Caussade, di abbandono alla provvidenza divina. Fino a quando tra questi due tipi di virtù ci sarà un rapporto di esclusione reciproca, fino a quando la civiltà del rischiaramento e dell'emancipazione da un lato, e quella dell'abbandono e della fedeltà dall'altro non riusciranno a riconoscersi e a coesistere, la nostra vita sarà povera, risucchiata da un'unilateralità rozza e volgare, da una lunga guerra tra fondamentalismi.
    Ribellarsi è giusto, ma non sempre: talvolta è più giusto accettare, talvolta la fedeltà e l'onore sono superiori allo spirito critico, specialmente quando quest'ultimo non costa nulla. Oggi, per esempio, la grande macchina del mondo e delle forze in esso dominanti ama l'ideologia dell'emancipazione, l'abbattimento di tutti i legami, di tutte le autorità e tutti i padri. Il nuovo potere ama la gente emancipata, senza legami e fedeltà, ansiosamente intenta a distillare i propri «nuovi bisogni» sullo stesso ritmo delle campagne pubblicitarie studiate a tavolino da altri. Talvolta l'emancipazione esce fuori di questa gabbia, guarda o allude a qualcosa di più e di meglio, ad una libertà più grande e generale, ma questa libertà sarà tale solo se sarà al di là dell'individualismo radicale, se saprà essere fedele agli altri e specialmente a quelli senza voce, se saprà trovare una nuova fiducia, se investirà nella banca di una ragione comune, se sarà capace di qualche attesa, di qualche continenza, se saprà far diventare la libertà seconda di qualche altra cosa.
    La storia della modernità è la storia della ribellione del finito contro l'infinito, una storia così grande da non aver bisogno di parole che la magnifichino e la esaltino. Eppure essa deve sapere che l'uomo dovrà ritornare prima o poi nella coltre immensa dell'infinito, che non può recidere i ponti di collegamento costruiti dalla fedeltà e dall'abbandono, quei ponti in cui il finito non si leva orgoglioso e ribelle contro l'infinito, ma trova collegamenti filiali e ridiventa secondo, figlio dell'infinito.
    È per questa ragione che oggi, quando siamo attenti solo a noi stessi, e riteniamo gli altri un'intromissione o un inferno (come disse un filosofo dell'emancipazione), dobbiamo ritornare ad ammirare i cani, la loro illimitata fiducia, la loro capacità di sentirsi secondi e di attendere, dobbiamo riconoscere in questa limitatezza animale un'impronta divina.



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