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    Buchi

    Franco Cassano

    Una massima famosa afferma che una buona politica richiede il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà, ma tenere distinti i due piani non è facile, non è come costruire un muretto. Spesso infatti il pessimismo sconfina fuori del campo assegnatogli e contagia la volontà producendone l'indebolimento, favorendo il disfattismo, la resa senza condizioni agli eventi. Le analisi apocalittiche, che disegnano scenari terribili e vorrebbero scuotere gli animi, nella maggior parte dei casi, invece di produrre una reazione di lotta, seminano il panico e spingono a mettersi in salvo, alla ricerca affannosa della salvezza privata.
    C'è ovviamente anche il rischio opposto, che l'ottimismo della volontà retroagisca sull'analisi finendo per farne un supporto propagandistico dell'azione. Molte filosofie della storia peccano di questo ottimismo: prima travestono i sogni in tendenze storiche, poi ci fanno credere che tra la nostra volontà e il corso del mondo esista una concordanza profonda, una complicità che ci permetterà di vincere. E la forma più alta e radicale di propaganda, così ben fatta da aver convinto per primo e più di tutti il propagandista stesso.
    Una massima non radicalmente diversa da quella ricordata è contenuta nella «Preghiera della serenità» ricordataci da Gregory Bateson: «Mio Dio, concedici la serenità per poter accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio per cambiare le cose che possiamo cambiare, e la saggezza per riconoscere la differenza». Nulla è più folle che lottare contro un limite invalicabile o, al contrario, arrendersi a ciò che poteva essere combattuto. L'uomo saggio sa che non si può sconfiggere la nostra natura mortale, ma si può provare a rendere la vita più lunga, più piacevole oppure più alta e virtuosa.
    Come si fa a individuare la differenza tra un limite insuperabile e quelli che è invece possibile spostare e manipolare? E come facciamo a riconoscere la linea di demarcazione tra la temperatura fredda e lucida dell'analisi e quella calda e appassionata dell'azione? Entrambe le massime ci dicono quali sono i punti cardinali, ma non ci forniscono una bussola che serva ad orientarci qui ed ora, a trovare la rotta giusta tra gli scogli che ci circondano. Ed infatti la storia degli uomini è piena di mosse sbagliate, di sanguinosi ed inutili assalti al cielo o di terribili e ingiuste rassegnazioni. Quanti despoti si sono trasformati in Dio per rendersi inattaccabili e viceversa quante dissacrazioni si sono fondate sull'illusione che un limite lo si potesse abbattere eliminando il suo rappresentante! Quante volte abbiamo preferito credere alla nostra propaganda e quante volte invece la freddezza dell'analisi era solo il travestimento di quella del cuore!
    Chi fa il mestiere dell'intellettuale, dallo sciamano al sacerdote, dal filosofo allo scienziato, è chiamato dagli uomini semplici a dare degli orientamenti: a questo fine elabora massime suggestive, ma spesso difficili da tradurre in pratica. Talvolta, per onestà intellettuale dovrebbe dire che non ha risposta, che una ricerca anche seria ed intensa, può non approdare a nulla, ma non è questo che si vuol sentir dire da chi ha studiato e deve perciò saperne di più. Noi intellettuali siamo stati messi sui sagrati e sulle cattedre perché ne sappiamo di più, e per offrire risposte o indicazioni pratiche a chi esita intimidito di fronte alla complessità del mondo.
    In taluni casi dovremmo avere il coraggio di rinunziare alla concorrenza tra di noi (che spesso ci rende piazzisti delle nostre risposte) e dire che ci sono buchi nella nostra sapienza, che ci sono risposte che non abbiamo e non possiamo dare, anche su questioni importanti. Non sarebbe la confessione di un fallimento, ma una professione di onestà, un invito ai semplici a riflettere sul grande mistero che ci circonda, su quanto l'interrogare sia infinitamente più grande e sicuro delle risposte. Ma forse questa confessione ai chierici di ogni tipo non conviene.



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