Beethoven
Edgar Morin
Beethoven fa parte della cerchia dei miei filosofi. Credo che possa esserci un grande pensiero nelle opere romantiche, nelle opere musicali, e nel caso di Beethoven siamo di fronte a un pensiero sublime, formidabile, per il quale non riesco a trovare un equivalente. Racconto ne I miei demoni come, ancora adolescente, scoprii Beethoven. Tutto ebbe inizio con il primo movimento della Sinfonia pastorale che sgorgò da una radio e mi fece sentire di colpo rapito. Provai la stessa estasi quando ascoltai il primo movimento del Concerto per violino, e poi in tutti i primi movimenti delle sinfonie di Beethoven. Un giorno, andai ad ascoltare la Nona sinfonia eseguita dall'orchestra Lamoureux diretta da Georges Bigot, nella salle Gaveau. Mi trovavo nelle gallerie, in piedi, stretto fra i popolani. Ecco che cosa scrissi ne I miei demoni:
Vi fu dapprima il lievissimo fremito proveniente da un vuoto primordiale, subito dopo il doppio appello di due note seguito da due note di risposta sospensiva, poi ancora una volta l'appello e la sorda risposta, e in seguito l'appello che ritornava, si concatenava, diveniva insistente, febbrile, intollerabile, lanciandosi in un movimento irresistibile fino allo squarcio incredibile, lo scoppio in big bang con un martellamento gigantesco, una formidabile creazione del mondo. Era la genesi, la nascita del cosmo nel caos, con tutto ciò che implica di energia colossale e che lancia poi l'avventura della vita con alternanze di tenerezza, violenza, dolcezza, follia, reinizio.
Per la prima e la sola volta nella mia vita, i capelli mi si drizzarono in testa. Fin dalle prime battute mi ero riconosciuto in quell'appello, e la risposta sospensiva mi segnalava che l'appello era stato percepito. Poi il crescendo smisurato mi invase totalmente e, facendo sorgere dal nulla la terrificante creazione del mondo, faceva zampillare il mio essere fuori dalle acque stagnanti, dotandolo di una formidabile volontà, come una reiterazione ardente e ormai assunta della mia nascita, mi sentii allora attraversato da uno slancio inaudito che mi dava coraggio, fiducia, risolutezza per l'avventura del vivere.
La folgorazione che sentii mi diede il senso delle forze primordiali, formidabili, del cosmo che si autocrea a partire dal nulla. Io che nella mia adolescenza vivevo terribili disperazioni, conobbi l'estasi di una verità che mi diceva: «Vivi, affronta il mondo, coraggio!». Fu un conforto che sfociò in un torrente di lacrime. Tutto questo non ha mai avuto fine poiché, ogni volta che si effonde, il primo movimento della Nona mi ridà sempre coraggio, fiducia, speranza.
Questo sentimento di estasi che annuncia la speranza e la rigenerazione in mezzo alla più profonda delle infelicità, lo conobbi un'altra volta, nel luglio 1945, alla porta di Brandeburgo, fra le rovine di Berlino. Ho raccontato questo episodio nelle prime pagine di Pensare l'Europa. Percorrevo fra lo stupore le rovine della gigantesca capitale, nei pressi del bunker di Hitler, ai piedi della cancelleria del Reich dove era crollato il Walhalla. In questo luogo si erano svolti gli ultimi combattimenti, con gli ultimi difensori del fiihrer, ragazzini, vecchi e soprattutto legionari francesi, olandesi, norvegesi delle SS. Anche in questo caso voglio riportare quel passo:
Uno straordinario silenzio regnava sulla città. D'improvviso, un canto sublime di violino, puro e lacerante, immenso, appena frangiato da un tenue accompagnamento di piano, scaturì dal nulla, incredibilmente vicino. Mi sentii riempito di una felicità e di una tristezza inaudite. Avevo riconosciuto la sonata La primavera di Beethoven. Il miracolo proveniva da un altoparlante installato, non so perché, dai russi, sopra la porta di Brandeburgo. Al di là delle guerre e dei massacri, questo violino che cantava per la pietra, per le rovine, per la morte, sembrava annunciarmi l'avvento lontano d'un'età di tenerezza.
Beethoven mi meraviglia con quel suo modo di agguantare la sofferenza e la miseria per la vita, con una stretta possente, per andare a cercare la gioia.
Schubert, per esempio, è diverso in questo. Esprime la sua sofferenza con un'umiltà, un candore e una dolcezza infinite; così ne La morte e la fanciulla, o nel secondo movimento del Quintetto d'archi, raggiunge una sublimità in cui l'espressione dell'infelicità ci lascia la gioia della sua musica, ma senza attenuare quell'infelicità. Beethoven, d'altro canto, ha scritto queste parole straordinarie: «Noi, esseri limitati dotati di uno spirito infinito, siamo nati unicamente per la gioia e per la sofferenza. E si potrebbe dire anche che i più eminenti si impadroniscono della gioia attraverso la sofferenza (durch Leiden, Freude)». Ne ho fatto ben presto la mia massima intima, essa mi ha aiutato a superare dolori e disperazioni e sempre mi ha ridato fiducia in me stesso e fiducia nell'avvenire. Aggiungo che essa contiene un profondo insegnamento estetico, che è d'altronde contenuto tutto intero nei meravigliosi primi movimenti beethoveniani. Il mondo è al tempo stesso meraviglioso e orribile. Il meraviglioso nasce dall'orribile e, di rimando, ci consola e ci permette di guardare l'orrore in faccia.
Trovo infine in Beethoven una fonte vigorosa di etica. Oltre ad aver detto: «Non mi inchino che davanti alla bontà», frase formidabile, vi sono queste parole sul libretto dell'ultimo movimento del suo ultimo quartetto: «Muss es sein? Es muss sein!» (Ciò deve essere? Ciò deve essere!). Esse esprimono la contraddizione dell'incertezza etica di fronte al mondo, al reale, al male. «Muss es sein?» è la rivolta contro il mondo, contro il male, contro il destino. «Es muss sein!» è la necessaria accettazione del mondo, del male, del destino, almeno per resistere alla crudeltà del mondo, lottare contro il male, emendare il destino.
Queste due formule contraddittorie si rivelano altresì complementari. Esse esprimono nella maniera più densa l'antagonismo e la complementarità fra accettare e rifiutare il mondo. Ed esse ci permettono di ritrovare l'incertezza, la contraddizione, la necessità della scommessa e della strategia nel cuore dell'etica e nel cuore di qualunque azione: come assumere questa contraddizione? Fino a che punto accettarla? Fino a che punto rifiutarla?
Secondo me, questa doppia formula riassume tutto il senso che do all'etica: «Es muss sein!» permette di prendere coscienza della crudeltà del mondo e della barbarie umana. «Muss es sein?» è la rivolta, è la resistenza a ciò che vi è di distruttivo e di impietoso nella natura e nell'ignobile crudeltà di homo sapiens/demens, al lato oscuro di homo demens, lo schiavismo, i bagni penali, Auschwitz, il Gulag. Ma tutto questo non sopprime, non supera lo «Es muss sein!». La speranza nasce dalla disperazione, senza sopprimere la disperazione, ma alimentandosene. E la disperazione rinasce per alimentare nuovamente la speranza. La resistenza alla barbarie umana è quindi la resistenza alla malvagità trionfante, all'indifferenza, alla fatica, però accettando, riconoscendo, conoscendo questo mondo di cattiveria e di indifferenza. L'etica della resistenza è un'etica dell'accettazione, che sola permette la resistenza.















































