Aspetti
biblico-antropologici
del ricordare
e del perdonare
Giorgio Bonaccorso
La relazione tra il ricordare e il perdonare, tra la memoria e il perdono, è quanto mai complessa e può essere indagata sotto diverse prospettive. Per un verso, la memoria è, in un modo o nell’altro, la condizione previa del perdono, dato che questo riguarda la reazione al ricordo di un evento che ha infranto i rapporti umani. Per un altro verso, però, il perdono è un atteggiamento che contribuisce a costruire la memoria.
Dalla memoria al perdono
La dinamica tra l’offesa, la memoria, l’oblio e il perdono1 può venire inquadrata puntando l’attenzione sulla memoria per riconoscervi il luogo originario di un possibile perdono. Dalla memoria al perdono, ossia: la memoria è quanto io conservo per rapportarmi all’altro sotto il profilo del perdono.
1.1. Alcune premesse antropologiche.
La memoria è un dispositivo neurologico che consente all’organismo di conservare informazioni necessarie per risolvere i problemi emergenti dal rapporto con l’ambiente2. Essa svolge un ruolo particolarmente rilevante nell’uomo, nel quale si possono osservare una memoria implicita e una memoria esplicita3. Il punto nodale è il rapporto col tempo e con la coscienza, osservabile tanto a livello di memoria a breve termine quanto a livello di memoria a lungo termine, tipica soprattutto dell’uomo. Nonostante le posizioni parzialmente diverse, si deve riconoscere una innegabile interdipendenza tra memoria e coscienza4. In tal modo, la memoria, ha una considerevole valenza psichica, come emerge anzitutto dalla dinamica tra la sfera inconscia e la sfera conscia: i ricordi sono distribuiti a diversi livelli, ossia al di qua e al di là della linea di consapevolezza. La memoria è quindi più ampia della coscienza e la condiziona nella sua visione del mondo e nelle sue scelte. Tutto ciò avviene all’interno dei rapporti che coinvolgono la dimensione sociale: la creazione umana dei ricordi, infatti, è legata alla possibilità di semiotizzarli, ossia a quei linguaggi verbali e non verbali che implicano il rapporto intersoggettivo. La memoria è una costruzione psico-sociale a più livelli: ricordi inconsci, ricordi consapevoli, passaggio dall’inconscio al conscio.
La conseguenza di quanto si è detto sopra è che la memoria è una costruzione psicosociale che condiziona le scelte degli individui, compreso il perdono. Tale condizionamento dipende anzitutto dal fatto che il perdono implica il ricordo di una qualche offesa. C’è però un altro motivo, per comprendere la quale occorre tenere presente che la relazione significativa con la realtà (appunto il valore) non è data da un’oggettività astrattoargomentativa ma dalla memoria: ogni giorno io incontro qualcosa o qualcuno, la cui consistenza è garantita anzitutto dal fatto che la memoria rende «duratura» la presenza di quel qualcosa e di quel qualcuno. La memoria è la realtà stabile che impedisce la disintegrazione negli innumerevoli frammenti dell’esistenza. In quella memoria è conservata anche la stabilità dei rapporti con gli altri e quindi la condizione a partire dalla quale si gestiscono i rapporti con gli altri. Alla luce di tutto questo si può affermare che la memoria condiziona il perdono sotto due profili:
a) La memoria come ricordo di un’offesa: il perdono accordato oggi presuppone un’offesa avvenuta nel passato e conservata come ricordo;
b) La memoria come costruzione di un atteggiamento: l’atteggiamento del perdonare dipende dai valori conservati dalla memoria collettiva.
1.2. Qualche indicazione teologica.
Il secondo punto della memoria coinvolge le dimensioni filosofica e teologica. La memoria, nelle sue dinamiche neuro-psico-sociali, sembra delinearsi come un modo col quale l’individuo si inserisce nell’ambiente inteso sotto il profilo del tempo: la memoria è un entrare nel tempo. In termini più filosofici, potremmo affermare che la memoria è un modo per rimanere nel tempo. L’antica filosofia greca, però, elabora un’altra interpretazione del ricordare. Per Platone, la memoria è ciò che consente all’anima di riconoscere quelle cose le cui essenze ha contemplato prima di essere unita a un corpo: se non conservasse un qualche ricordo di quelle essenze non riuscirebbe neppure a riconoscere le realtà del mondo sensibile. Si tratta, però, di ricordi, per così dire, impliciti, ancora troppo immersi nell’oblio. Il cammino dell’anima deve essere quello di risalire alle essenze, al loro pieno ricordo. In altri termini, l’anima, che proviene da un essere senza tempo e vive in un tempo senza essere, deve uscire dall’oblio e tornare alle sue origini. In ultima analisi, la memoria è un uscire dal tempo.
L’aspetto sorprendente è che il mondo biblico sembra coniugare le due attitudini della memoria, delineate sopra, grazie a una prospettiva molto diversa da quella greca: un entrare nel tempo ma anche l’apertura a ciò che è oltre il tempo. Possiamo condensare queste due 3 attitudini della memoria negli aspetti rispettivamente profetico ed escatologico della visione giudeo-cristiana. L’aspetto profetico è la memoria che inserisce nel tempo, nella storia: in esso scopriamo l’attitudine ad assumere le vicende umane e a modificarle secondo alcuni eventi fondanti. L’aspetto escatologico è la memoria che apre orizzonti oltre il tempo e la storia: esso è caratterizzato dall’annuncio del Regno definitivo, dove la morte è ormai sconfitta, sollevando l’uomo dalla paura tipica di chi è nel divenire temporale e storico.
Le due modalità appena segnalate implicano il patto di alleanza che appunto perché diventa «memoria» del popolo ebraico chiede il suo mantenimento nei comportamenti attuali: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato» (Dt 5,15; cf Dt 5,18)5. Nel NT il caso emblematico è rappresentato dall’istituzione dell’eucaristia: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”» (1Cor 11,23-25).
La memoria dell’alleanza implica una complessa relazione umana e teandrica che prevede anche il perdono: tanto il perdono da parte di Dio verso il suo popolo, quanto il perdono tra i membri del popolo o della comunità. Le memoria teologica costituisce l’orizzonte, profetico ed escatologico di un possibile incontro di perdono.
Dal perdono alla memoria
Il rapporto tra la memoria e il perdono può prestarsi a un importante capovolgimento evidenziabile già da un punto di vista antropologico. Il capovolgimento, però, sembra particolarmente evidente se ci si sposta sul versante teologico-biblico6. Il percorso è dunque dal perdono alla memoria, ossia: il perdono è un rapportarsi all’altro che condiziona e costruisce la memoria.
2.1. Un presupposto antropologico sul perdono.
Il ruolo accordato al perdono nella costruzione della memoria implica l’abbandono del pregiudizio secondo il quale alla base dei ricordi c’è la ragione. Indubbiamente, la sfera intellettuale costituisce una componente inalienabile per la memoria, ma appunto come componente e non come origine assoluta. Non esiste infatti, una ragione pura da cui promanerebbe tutta l’attività umana, compresa la capacità di ricordare, ma una ragione condizionata, ossia intrinsecamente segnata dalle situazioni biologiche, psichiche e sociali. Proprio per questo motivo, le funzioni cognitive della mente, e quindi la ragione, sono condizionate dalla sfera emotiva7 nelle sue diverse qualifiche neurologiche, psichiche e sociali. In modo particolare, le emozioni condizionano i ricordi che non sono quindi relegabili alla semplice attività intellettiva. L’aspetto che qui interessa maggiormente, però, riguarda il perdono, che non può essere inteso solo come scelta razionale dipendente da una posizione razionale, ma anche come interscambio emotivo tra le persone. Il perdono, anzi, sembra un caso emblematico di collaborazione tra ragione ed emozione: collaborazione che incide sulla memoria individuale e collettiva.
Il rapporto tra il perdono e la memoria può essere esaminato alla luce di dispositivi razionali ed emotivi che giocano tra costruzione e ricostruzione dei rapporti umani. In termini estremamente sintetici, possiamo affermare che se il perdono, nel suo senso più profondo e complesso, può essere inteso come una dinamica razionale ed emotiva che consente la ricostruzione dei rapporti umani e se la memoria, sotto il profilo psico-sociale, implica la costruzione dei rapporti umani, allora la relazione tra i due assume un risvolto tale per cui il primo condiziona la seconda. In termini più semplici: poiché la costruzione dei rapporti è la condizione originaria della memoria, la ricostruzione dei rapporti, ossia il perdono, è parte integrante di quella condizione. In termini ancora più sintetici: il perdono condiziona la memoria. Questa affermazione risulta particolarmente vera se si accede a un ambito diverso, non più strutturale-antropologico ma storico-teologico, ossia se si esamina il mondo biblico.
2.2. L’essere perdonato: la memoria di un senso che include la sua negazione.
«Il perdono cristiano colpì gli intellettuali antichi»8, e in effetti nella prospettiva evangelica l’atto del perdonare svolge un ruolo centrale sotto diversi profili che condizionano la memoria. Il primo e più importante è costituito dall’essere perdonati da Dio, come appare già nell’AT: «Pesano su di noi le nostre colpe, ma tu perdoni i nostri peccati» (Sal 65,4). La storia del popolo ebraico è il racconto di una ininterrotta disposizione divina a perdonare: l’essere perdonata qualifica la comunità credente al punto che potremmo definirlo come l’asse portante del grande codice biblico.
Nel NT il momento centrale del perdono col quale Dio riconcilia a sé gli uomini è quello pasquale, espresso sulla croce: «Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”» (Lc 23,34). Nel momento stesso in cui viene rifiutato, Dio perdona. Altri passi evangelici si muovono sulla stesso piano. Al paralitico calato dal tetto, Gesù dice: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Occorre aprire il tetto della casa, per lasciare spazio alla possibilità inedita di ricevere la salute, fisica e spirituale. E occorre ugualmente sfondare la casa dei pregiudizi per ascoltare la frase di Gesù alla peccatrice: «Ti sono perdonati i tuoi peccati» (Lc 7,48). Qui inizia la costruzione della memoria nella quale si conserva la condizione umana. L’essere perdonato è un atto retrospettivo: un atto accolto oggi e che consente di avere una prospettiva sul passato. Il perdono ricevuto è un racconto che svela la condizione umana, la condizione, cioè, di essere peccatore (come emerge soprattutto nei testi paolini e giovannei), e di essere anticipati nell’atto della riconciliazione. Già in questo senso, l’essere perdonato costruisce la nostra memoria.
Il racconto del figlio prodigo è emblematico: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,20-24). Da una parte la coscienza di una rottura: «non sono più degno di essere chiamato tuo figlio»; dall’altra l’affermazione di una parentela che non si può distruggere: «questo mio figlio…». Il perdono, inteso come essere perdonato, crea il ricordo di un’origine insuperabile: si appartiene all’origine del mondo e dell’esistenza, con un legame che non può venire spezzato da nessun comportamento negativo. In tal modo, il perdono costruisce la memoria in modo del tutto originale: una memoria, cioè, che consente di orientarsi nella vita e che include fin dall’inizio il negativo.
La cosa più preziosa della memoria è di consegnarci il senso della vita; essa, però, conserva anche le ferite che distruggono il senso della vita. Il perdono, come atto dell’essere perdonato, coniuga i due aspetti della memoria, perché apre al senso in quella modalità del tutto peculiare che include il fallimento del senso. All’inizio non c’è il bene o il male, ma il perdono che fa subito i conti col male per poter indicare il bene. La memoria, costruita sul perdono, viene trasformata perché avverte del male interno a ogni costruzione di bene. Il perdono è la costruzione di una memoria nella quale il senso ha già messo in conto la negazione del senso.
2.3. Il perdonare: la memoria di una relazione che include la sua rottura.
L’essere perdonati rappresenta l’origine dell’esistenza e quindi ne qualifica lo sviluppo nella forma del perdonare: «Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22). Il perdonare non è semplicemente ciò che mi devo ricordare di fare il più volte possibile, ma la ricostruzione di rapporti con coloro senza i quali non può esistere una memoria che mi orienta nella vita. Abbiamo un capovolgimento del rapporto tra la memoria e il perdono. Col termine memoria si può intendere la raccolta dei ricordi, ossia il contenitore di oggetti mentali: in base a questi 6 ricordi posso decidere alcune azioni da compiere, tra le quali quella di perdonare o meno. La dinamica è evidente: tra me e gli altri ci sono dei ricordi, e sono questi ricordi a decidere del rapporto tra me e gli altri. In tal modo il perdono è condizionato dalla memoria. Nel testo citato sopra, Gesù suggerisce un altro atteggiamento, ossia quello di partire non dalla memoria ma dal perdono: perdonare sempre vuol dire che il perdono non dipende dai ricordi, ma viceversa che i ricordi sono ricostruiti dal perdono. La dinamica è evidente: i ricordi dipendono dal rapporto tra me e gli altri, ed è questo rapporto a decidere dei ricordi. Il capovolgimento è fondamentale, perché mettendo al primo posto il perdono, si considerano più rilevanti i soggetti umani rispetto agli oggetti che chiamiamo ricordi.
La controprova evangelica più clamorosa di questa affermazione è l’amore al nemico: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,43-46; cf Lc 6,27ss). Il primato del perdono sul ricordo, legittima l’amore al nemico nonostante che nella mia memoria rimanga un nemico. Da ciò emerge una conseguenza di primo piano. Il nemico è il non prossimo, il non vicino, e più ancora il segno di una rottura. L’amore al nemico non è la sparizione del nemico o della rottura, ma l’atteggiamento che mette nella memoria anche il nemico e la rottura. Non si cancella la rottura dei rapporti ma la si include in una logica più ampia (la logica agapica): in tal modo il nemico non è più il simbolo della rottura dei rapporti ma è reso parte integrante dei rapporti. Il perdono è la costruzione di una memoria nella quale la relazione ha già messo in conto la negazione della relazione.
NOTE
1 Cf J. LAFITTE, Il perdono trasfigurato, Bologna, Dehoniane, 2000, 67-73.
2 «Le conoscenze più singolari che oggi abbiamo sono sulla memoria», G. SASSO, Psicoanalisi e neuroscienze, Roma, Astrolabio, 2005, 40.
3 Cf E. R. KANDEL – J. H. SCHWARTZ – T. M. JESSELL, Fondamenti delle neuroscienze e del comportamento, Milano, Ambrosiana, 1999, 675-718.
4 Cf, indicativamente, i seguenti studi: G. M. EDELMAN – G. TONONI, Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Torino, Einaudi, 2000; A. R. DAMASIO, Emozione e coscienza, Milano, Adelphi, 2000; J. LEDOUX, Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003; ID., Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo, Milano, Raffaello Cortina, 2002; M. SOLMS – O. TURNBULL, Il cervello e il mondo interno. Introduzione alle neuroscienze dell’esperienza soggettiva, Milano, Raffaello Cortina, 2004.
5 Ovviamente le citazioni si possono moltiplicare. Si pensi, per esempio, al cantico di Mosé: «Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani» (Dt 32,7).
6 Cf J. LAFITTE, Il perdono trasfigurato, Bologna, Dehoniane, 2000, 129-324.
7 Una tematica sempre più trattata: cf, per esempio, G. CORRADI FIUMARA, La vita affettiva della mente. Una ricerca psicoanalitica e filosofica, Torino, Bollati Boringhieri, 2003. 8 L. TROIANI, Il perdono cristiano e altri studi sul cristianesimo antico, Brescia, Paideia, 1999, 95.

