La spiritualità del docente


    Mariano Crociata

    (NPG 2021-04-53)
     

    Il rapporto tra Chiesa, educazione e scuola ha una lunga storia ma continua a mostrare una intatta e viva attualità. Il Sussidio sulla pastorale “per la” scuola Educare, infinito presente, voluto dalla Commissione episcopale della CEI per l’educazione cattolica, la scuola e l’università[1], si propone di rimotivare e rilanciare tale rapporto, alla luce della situazione odierna della società, della comunità ecclesiale e della stessa scuola. Il presente contributo si propone di riflettere sulla spiritualità del docente sullo sfondo delle istanze raccolte dal Sussidio.

    Spiritualità: una figura di relazione

    La parola “spiritualità” è l’astratto di “spirito”, che potremmo sciogliere come “il modo di essere” proprio dello spirito. Le antropologie dalle quali veniamo – intendiamo dire quelle di impronta biblica, siano esse di impianto duale o triadico – rimandano allo spirito umano come alla dimensione – non alla parte – più intima e unificante della persona. Questo stesso senso di interiorità e di unità è da riferire in qualche modo – cioè per analogia – alla Persona divina dello Spirito nella comunione e nella circolarità dell’essere e della vita di Dio. Scrive san Paolo: «Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio» (1Cor 2,11). Segreti o profondità, come dice il versetto precedente, incontrano una straordinaria corrispondenza tra spirito dell’uomo e Spirito di Dio nel penetrare rispettivamente quanto muove il sentire e il pensare dell’essere umano creato a immagine di Dio[2] e di Dio stesso. Ci viene fornito in tal modo il tratto essenziale della spiritualità, come ciò che ispira, muove, dirige, alle radici stesse della coscienza e della vita di una persona, l’orientamento, le scelte, l’agire.
    L’accostamento che san Paolo fa è illuminante per intendere la specificità cristiana della spiritualità, così intrinsecamente in sintonia con il suo senso umano. In un contesto in cui si parla di ciò che Dio ha rivelato, egli aggiunge: «Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato» (1Cor 2,12). E ancora: «L’uomo mosso dallo Spirito […] giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2,15). La spiritualità cristiana si caratterizza per la presenza personale dello Spirito nel credente, dono del Risorto che gli consente di non essere guidato da niente altro che da Dio stesso nel giudizio sulla realtà e nella conduzione del suo agire. L’azione dello Spirito di Dio, per un verso, innerva l’intimo dello spirito umano, ma non per sostituirvisi o per strumentalizzarlo bensì per inverarlo. In quanto creatore e redentore, lo Spirito di Dio fa essere veramente se stessa la creatura umana che l’accoglie con fede e amore. Lo stesso Spirito opera animando la persona del credente nelle condizioni concrete, storiche, sociali e culturali, nelle quali essa si trova collocata esistenzialmente.
    Al di là delle circostanze contingenti, nelle quali abbiamo potuto riconoscere distintamente una chiamata, lo Spirito lo crediamo comunque operante nel percorso di una vita impegnata nella relazione educativa che prende corpo dentro la scuola. È la relazione il luogo privilegiato dell’opera dello Spirito, che è la Persona divina della relazione tra il Padre e il Figlio. E lo Spirito opera dentro la relazione educativa innanzitutto a partire dal cammino di crescita e di formazione umana del docente che, dal suo sentire profondo, intreccia gli affetti e il sentimento della vita che lo hanno messo fin dall’inizio in movimento verso la meta. Egli è stato condotto a plasmarsi attraverso molteplici esperienze, compresi lo studio e la formazione professionale, fino a vedere formulato sempre più chiaramente in sé l’impegno e il lavoro di docente. Non c’è bisogno di annoverare esperienze peculiari, e tanto meno straordinarie, per credere all’opera dello Spirito nella propria vita, perché essa si intreccia e si confonde con tutto ciò che anima e dà espressione a quanto sentiamo, cerchiamo, decidiamo nella luce della fede. Perfino la condizione di chi si ritrova, non per caso ma nemmeno per effetto di una determinazione iniziale chiara e assoluta, ad insegnare, deve essere considerata segnata dall’iniziativa e dall’animazione dello Spirito.
    In che cosa si deve riconoscere il primo frutto di questa misteriosa azione interiore? Semplicemente – ma non è certo cosa da poco – nella destinazione umana del movimento che conduce ogni persona verso il compimento di se stesso. E la modalità fondamentale del compimento umano è l’apertura all’altro, in particolare la dedizione di sé a favore delle nuove generazioni che nascono e crescono. In questo senso il parallelo con la paternità e la maternità non ha nulla di casuale o estrinseco. Un docente, dunque, non deve andare a cercare fuori di sé quella configurazione personale interiore, spirituale appunto, che lo plasma a partire dalla sua esperienza e dalla sua storia e dalla coscienza di sé coltivata nel senso di Dio e della fede in lui, poiché essa è ciò che lo costituisce più intimamente e che lo interpella nella sua identità più profonda per l’azione dello Spirito accolta e assecondata.
    In secondo luogo l’azione dello Spirito vive nella relazione educativa che si stabilisce tra docente e studenti nel quadro dell’attività scolastica. Ciò che il docente soprattutto offre, nello svolgimento del lavoro di insegnamento, è la propria persona, l’esposizione del suo modo di essere umano; e ciò che lo studente cerca, dentro il processo di apprendimento, è un termine di confronto attendibile nella ricerca della propria figura di persona e di umanità, un esempio, anzi un modello, a confronto con il quale possono trovare risposta le proprie speranze e le proprie aspettative. Stanno di fronte l’uno all’altro chi cerca se stesso e chi in qualche modo si è trovato. Certo un adulto si deve guardare dall’illusione di essere già arrivato, poiché ciò che lo rende tale è una ricerca di sé diventata lavorio costante su di sé. Ciò che lo rende umanamente plausibile è la cura di sé, intesa come esercizio di pratiche umane e spirituali, quali il dare attenzione, il fare silenzio interiore, il concedersi tempo, il togliere via, il cercare l’essenziale, il coltivare l’energia vitale, lo scrivere il pensare[3]. Come dice il titolo di una delle ultime conferenze del filosofo Hans Georg Gadamer, «educare è educarsi»[4]. L’azione dello Spirito opera nel docente dentro la relazione educativa che impegna la sua presenza e forma il suo compito essenziale[5].
    In terzo luogo, la spiritualità del docente si evidenzia nella sua libertà nei confronti degli studenti, che vuol dire distacco da sé e anche da ogni bisogno di esibire risultati e meriti, e meno ancora di conquistare discepoli adoranti, ma solo il desiderio di arrivare al punto di diventare inutile, come dovrebbe essere ogni padre, quando il figlio ha imparato a camminare da solo, ad affrontare la vita con le risorse che è diventato capace di trovare dentro di sé. «Sin dall’inizio sa che, in un modo o nell’altro, è destinato a scomparire»[6]. C’è bisogno di educatori, e non solo di istruttori, perché tutto ciò che viene acquisito deve trovare consistenza attorno alla percezione che la vita ha un senso per sé ed è una avventura che merita di essere intrapresa. Il docente dovrebbe essere una persona – proprio perché interiormente libera – appassionata, che trasmette e accende passione per il sapere, per l’amicizia, per la vita.
    È ciò che vuole far passare Romano Guardini quando si chiede:

    «Cosa dunque significa educare? Di certo, non che un pezzo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d’uno scultore. Piuttosto, educare significa che io do a quest’uomo coraggio verso se stesso […]. Con quali mezzi? Sicuramente, avvalendomi anche di discorsi, esortazioni, stimolazioni e ‘metodi’ di ogni genere. Ma ciò non è ancora il fattore originale. La vita viene destata e accesa solo dalla vita. La più potente “forza di educazione” consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere […]. Siamo credibili solo nella misura in cui ci rendiamo conto che un’identica verifica etica attende me e colui che deve essere educato. Innanzitutto, vogliamo entrambi diventare ciò che dobbiamo essere»[7].

    Educare consiste nel trasmettere come una fiamma che si accende da cuore a cuore, che attraverso la conoscenza e tutte le forme dell’apprendimento e della cooperazione scolastica rende possibile che la percezione del senso si accenda in un cuore di ragazzo o di giovane. Lo Spirito è passione di vita che accende desiderio di vita piena in tutte le dimensioni dell’umano[8].

    Spiritualità e cultura

    L’ambiente istituito da una relazione significativa tra docente e studenti, come pure degli studenti tra di loro, forma il contesto ideale perché la scuola persegua la sua finalità principale, che potremmo indicare come trasmissione del sapere, un sapere che abbraccia molteplici dimensioni, dal saper essere, al saper pensare, al saper fare; la scuola vuole abilitare alla capacità di cercare e di capire, in ambito umanistico, scientifico-tecnico e sociale, o, con altre parole, a «imparare ad imparare», come ricordava il papa nel suo primo discorso al mondo della scuola in Italia[9]. Il contesto relazionale ha un valore decisivo perché si sviluppi l’amore al sapere, il desiderio di apprendere, la passione per la conoscenza. Il compito è particolarmente arduo in questo tempo. Sono ormai troppe le cose che solleticano l’attenzione dei ragazzi e dei giovani, primo fra tutti il mondo dei social e della comunicazione digitale in genere. Notizie e informazioni giungono a valanga, così da formare, per accumulo, una sorta di barriera rispetto a quanto la scuola vorrebbe e dovrebbe far passare. Questo non deve diventare una ragione per demonizzare o alimentare sterili contrapposizioni; si tratta di creare alleanze e valorizzare strumenti e condizioni nuove di comunicazione e di apprendimento.
    È soprattutto la carenza o l’assenza di qualità relazionale dell’ambiente scolastico che produce demotivazione e disinteresse. Ogni ragazzo che non viene agganciato dall’interesse per ciò che la scuola propone, è una preda offerta alla perdita di sé. Il fatto è che le nuove generazioni sono alla ricerca di senso e di genuinità. I loro tragici ripieghi hanno spesso alle spalle adulti inadeguati e proposte irrilevanti per le loro attese e i loro bisogni affettivi e intellettuali. Ciò che è necessario è fare breccia nel muro di indifferenza che troppo spesso si costruiscono addosso rispetto alle proposte scolastiche per dissimulare o stordire la loro delusione o il vuoto che li divora[10]. Ancora di più si tratta di avere e offrire passione e autenticità: passione per ciò di cui ci si occupa, e autenticità del desiderio di trasmetterlo come importante per il destinatario, ragazzo o giovane che sia.
    Sussiste un nesso molto stretto tra spiritualità e cultura, perché tutto ciò che i gruppi umani esprimono, elaborano, creano, è frutto della vitalità e della creatività dello spirito umano. Per questo è impressa nel cuore di ragazzi e giovani una affinità incancellabile, una predisposizione costitutiva a percepire la corrispondenza tra il loro sentire che si risveglia alla vita e quanto di bello, ammirevole e grandioso ha prodotto lo spirito umano in ogni epoca e in ogni luogo. È vero che le minacce alla sopravvivenza dell’umanità e del pianeta stesso, dalla produzione delle armi al degrado ambientale, dalle crisi economiche, alle minacce pandemiche, alle migrazioni di massa, vedono crescere le nuove generazioni in un clima psico-sociale depresso e privo di respiro; tuttavia la capacità sorgiva di apprezzare il vero, il bello e il buono non è affatto cancellata, e costituisce anzi la riserva che deve assicurare la ripresa e la prospettiva di futuro proprio nel confronto con quei problemi e con quelle minacce. Come dice il papa, «la missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello»[11]; ma questo è possibile perché c’è già nel cuore dei ragazzi e dei giovani il confuso presentimento – se non un consapevole desiderio – di verità, di bene, di bellezza, cioè un bisogno di incontrare il senso della realtà e di imparare a nutrirsene per vivere.
    Non sono pochi gli intellettuali e gli scrittori che in questi anni si sono occupati della scuola[12]. Una delle critiche più ricorrenti alla sua configurazione attuale riguarda proprio la riduzione, se non la rimozione, della trasmissione del patrimonio culturale, senza il quale non crescono persone consapevoli e responsabili, veri cittadini, autentici credenti. E questo a favore di formule abilitanti competenze tecniche e professionalizzanti. Senza farsi catturare dalle sterili diatribe tra sostenitori e critici delle svolte digitali dell’insegnamento e delle forme di apprendimento, e ancor meno da quelle sulle riforme che si sono succedute negli ultimi decenni, ciò che va ritenuto è la necessità di entrare in contatto con la lingua, il sapere nelle sue variegate forme, le conquiste scientifiche e tecniche che hanno plasmato un popolo con la sua storia. L’assimilazione di un patrimonio culturale, come l’apprendimento della lingua, non è una imposizione arbitraria, ma l’unica forma di abilitazione a diventare umani, a qualunque popolo o gruppo umano si appartenga[13]. Il problema forse sta nelle modalità aride e senza vita con cui i vari contenuti di quel patrimonio sono stati presentati. Solo l’amore alla cultura testimoniato personalmente può suscitare a sua volta amore in chi si accosta ad essa per la prima volta.
    In ultimo, l’esperienza più frequente è fallimentare, almeno a prima vista, quando si tratta di verificare l’interesse e l’impegno degli studenti. Bisognerebbe in qualche modo immunizzarsi rispetto a questo possibile deludente risultato, perché l’impresa educativa è sempre una scommessa dai risultati imprevedibili. Semmai bisognerebbe trarne la ‘lezione’ ponendosi alla ricerca della qualità, e anzi, dell’eccellenza dell’insegnamento, qualunque sia la reazione dell’altra parte. Insieme con ostinazione. La mente e il cuore degli studenti sono come il terreno della parabola evangelica del seminatore, che incontra terreni diversi in uno dei quali soltanto il seme mette radici e produce frutto. Bisogna seminare senza calcolo e senza pretesa immediata di vedere risultati[14].
    È esperienza frequente, nondimeno, che un insegnamento svolto con competenza appassionata non lascia indifferente nessuno. E se è spontanea l’obiezione secondo cui la passione per il sapere uno non se la può dare da se stesso, bisogna rispondere che solo in parte è vero, poiché un bene apprezzato e cercato con determinazione e metodicità non tarderà a conquistare, non mancherà di fare breccia perfino nel muro più resistente. Probabilmente c’è un difetto molto più profondo, che oscura la mente addirittura da secoli, ed è l’idea che il sapere e la vera conoscenza siano anaffettivi, di una razionalità algida e indifferente[15]. Oggi scopriamo di nuovo che conoscenza e amore sono circolari e indisgiungibili[16]. Senza amore non c’è conoscenza e senza conoscenza l’amore si impoverisce e si raffredda. Bisognerebbe reimparare dai bambini, i quali sono nutriti nella mente, e perfino nel corpo, dall’amore che li circonda prima ancora che dal cibo con cui li si alimenta. E i ragazzi e giovani portano ancora viva la traccia degli affetti, in cui sono stati generati e sono cresciuti e che ora cercano con una fame nuova di conoscenza, ma non per disfarsi dell’amore originario, bensì per ritrovarlo in una nuova sintesi di affetti e di razionalità. Ci vuole un nuovo innamoramento della conoscenza e una rinnovata conoscenza dell’amore.

    Spiritualità, scuola e società

    Non è un caso che le prime parole del primo capitolo del Sussidio richiamato all’inizio, dal titolo Parole che accendono una passione, siano Cultura e culture[17]. Finora abbiamo usato la parola cultura in maniera indifferenziata; in realtà essa ha accezioni che vanno precisate, distinguendo almeno la cultura accademica da quella antropologica. Anche la letteratura, le arti, la scienza, la tecnica, l’informatica hanno una dimensione antropologica, ma quando parliamo in questo senso di cultura, vogliamo abbracciare tutto ciò che l’uomo crea elaborando il suo senso dello stare al mondo, la comprensione di se stesso e dei propri simili, tutto ciò che serve a dare forma ai suoi progetti, alla sua immaginazione e alla sua fantasia, ai suoi desideri e ai suoi ideali, come pure alla convivenza e alle relazioni. E questo lo fa in una pluralità di forme e di condizioni materiali, sociali, geografiche e storiche. Da credenti siamo convinti che lo Spirito è all’opera nel cuore dell’umanità e delle sue culture, nel cuore del mondo.
    La scuola dovrebbe abilitare a orientarsi in questo groviglio di realizzazioni con cui l’uomo plasma la sua esistenza associata in un determinato tempo e in un preciso luogo. Oggi tutto si è messo di nuovo in movimento, anzi subisce un vero e proprio sommovimento, così che meno che mai avviene più che una determinata cultura viva isolata dalle altre; è in corso una mescolanza di lingue, di razze, di stili di vita e di modi di pensare, di culture insomma. L’abilitazione a vivere in un mondo come l’attuale passa ormai per l’apprendimento della capacità di orientarsi dentro la pluralità e la complessità, ma che richiede, di base, l’assimilazione di una determinata cultura intesa come vera e propria introduzione all’umano. Una tale capacità può mettere in conto anche l’incontro e la conoscenza di elementi e strutture di culture altre, apprezzando e rispettando le quali si impara a diventare compiutamente umani, ma esige sempre il radicamento in una specifica configurazione culturale di partenza. Senza una base culturale di partenza non si acquisiscono nemmeno gli strumenti per prendere la necessaria distanza critica da essa, oltre che per imparare ad apprezzarne di altre.
    Diventa sempre più difficile, ma non meno necessario, un processo che abiliti alla capacità di orientarsi e di scegliere nella complessità della società odierna[18]. Paradossalmente, la rimozione della libertà si presenta più facile della stessa libertà, perché è meno faticoso non dover fare alcuna scelta ma lasciarsi vivere cancellando i dilemmi e le differenze e cedendo, proprio per ciò, all’indistinto. Ma la coscienza e lo spirito critico sono il contrario dell’indifferenza e dell’indistinzione, perché non c’è niente da conoscere là dove tutto è uguale[19].
    La scuola, proprio attraverso i processi conoscitivi che attiva e sviluppa, promuove la capacità di orientarsi nel mondo, di osservare e valutare, di scegliere e di decidere. Senza spirito critico non sopravvive l’umanità dell’uomo. Accanto alla conoscenza critica, poi, l’uomo ha bisogno della capacità di scegliere e decidere. A questo bisogno la scuola non è titolata a rispondere, almeno formalmente, proprio per il carattere plurale della società e della sua scuola, dal punto di visto etico e valoriale; di fatto, tuttavia, proprio la presenza di una varietà di docenti e di un ambiente comunitario fornisce comunque modelli di riferimento per misurarsi e apprendere l’arte della scelta e della decisione.
    C’è un aspetto che, sopra altri, la scuola ha il compito di insegnare a comprendere, per scegliere e decidere di conseguenza: il carattere originario della socialità per l’essere umano. I guasti umani che a tutti i livelli si producono attorno a noi sono il frutto, oltre che di un sapere anaffettivo, anche dell’individualismo in cui è stato gettato l’uomo moderno e contemporaneo. Un uomo ridotto a sola ragione, pretende di trovare a partire solo da se stesso la soddisfazione di tutti i suoi bisogni e l’appagamento di tutte le sue aspirazioni. La scuola ha la possibilità di insegnare, col solo fatto che continua ad assolvere al suo compito e a svolgere il suo mestiere, che si diventa e si permane umani solo insieme. Pur con tutte le aberrazioni che le aggregazioni umane hanno potuto escogitare e perpetrare, separarsi dagli altri non può che crearne di nuove, di aberrazioni. Un docente – e ancor meglio, un gruppo di docenti – è nelle condizioni di plasmare una speranza nuova di socialità buona, e non a partire da una ideologia societaria di qualsivoglia genere, ma a partire dall’esperienza della cooperazione nell’apprendimento e nello studio, nella ricerca di risposte alla sete di conoscenza, di verità e di bellezza. Bisogna guardarsi dalla facile retorica della comunità scolastica; ma questo non vieta di cercare con sincerità di stabilire relazioni e obiettivi condivisi che orientino comunque verso quell’ideale di comunità che può diventare la forma regolatrice di un cammino comune[20].
    Anche una buona convivenza e relazioni genuine, anzi esse più che mai, sono comunque un frutto dello spirito, dello spirito buono dell’uomo reso tale dallo Spirito Santo di Dio. Il credente si sente stimolato ad andare nella sua direzione perché sa bene che non c’è fedeltà alla vocazione di docente, per quanto fedele e motivata cristianamente, e impegno culturale per una visione e una esperienza della realtà animate dal riferimento personale a Cristo, che non porti in sé il germe e il sogno di una società rinnovata dal fermento cristiano. Tutta l’azione della scuola, in forma di «custodia e cura, socializzazione, accompagnamento alla crescita, acculturazione, istruzione, promozione delle competenze personali e civiche, tutela della salute, contrasto al disagio»[21], vanta un valore decisivo di fermento di una società della cura per la persona nei suoi rapporti oltre che nella sua crescita e formazione personali.
    Uno dei problemi più delicati della società e della cultura di oggi è la dissociazione tra coscienza e cultura[22]. Tra i fenomeni che affiancano l’individualismo si deve registrare l’impossibilità di trovare nella collettività orientamento e sostegno alla coscienza e alle sue scelte; questa si ritrova abbandonata a se stessa in un privato su cui nessuno può sindacare ma anche che nessuno può e deve aiutare. Siamo lontani dalla società integrata nella quale il singolo trovava nella comunità umana di appartenenza gli elementi essenziali di un ethos condiviso, e non lo diciamo certo perché nutriamo nostalgia del passato. La perdita di un ethos condiviso, tuttavia, taglia fuori dalla dialettica sociale ogni considerazione di ordine etico, essendo l’interesse pubblico limitato alla correttezza procedurale che deve regolamentare le dinamiche sociali, riservando così all’ambito privato le motivazioni ideali e le opzioni etiche da adottare. Una tale perdita va in qualche modo riparata, se non si vuole rischiare semplicemente di mettere a repentaglio la sopravvivenza di una convivenza civile.
    Non dobbiamo aver paura di dire che la scuola può diventare, non certo una palestra di scontri ideologici, ma un luogo plurale in cui non solo sia possibile, ma anzi doveroso mettere in campo una scelta di vita, un orientamento ideale, una opzione religiosamente motivata, una fede scoperta e testimoniata come sorgente di senso per l’esistenza[23], e di lasciare fermentare nella libera e critica mente dei giovani l’opzione fondamentale della propria vita in una possibile relazione con chiunque la condivida e in un dialogo leale e aperto con chiunque viva e pensi diversamente. Questo è uno dei compiti decisivi di un docente, il cui svolgimento dipende dal suo modo di essere e dalla sua consapevolezza matura ed esemplare, più e prima che da tutta l’attività scolastica di insegnamento. Conquistare alla libertà che sa scegliere e volere anche un solo cuore giovane, possibilmente aperto all’orizzonte della fede, equivale ad aver dato nuovo inizio al mondo e impulso a una rete di relazioni dalla quale può nascere un modo nuovo di stare assieme e di fare comunità umana. Da credenti dobbiamo dire che non è altra l’azione da promuovere né va cercata altrove la presenza dello Spirito di Dio.

     

    NOTE

    [1] Cf. Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Conferenza Episcopale Italiana, Educare, infinito presente. La pastorale della Chiesa per la scuola. Sussidio, Roma 2020.
    [2] Cf. Pontificia Commissione Biblica, “Che cosa è l’uomo?” (Sal 8,5). Un itinerario di antropologia biblica (nn. 45-53), LEV, Città del Vaticano 2019, 42-48.
    [3] Cf. L. Mortari, Aver cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 2019, 151-186.
    [4] Cf. H.-G. Gadamer, Educare è educarsi, Il Melangolo, Genova 2014. «“Chi educherà gli educatori?” C’è una risposta: è che essi si autoeduchino con l’aiuto degli educati» (E. Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina, Milano 2015, 80). «Chi educa forma se stesso» (E. Affinati, Via dalla pazza classe. Educare per vivere, Mondadori, Milano 2019, 237). «Il paradosso dell’educatore è che nell’asimmetria si apre lo spazio della reciprocità. Aveva ragione Aristotele: l’insegnamento è l’atto comune del maestro e dell’allievo. Tutti e due insegnano e apprendono» (P.C. Rivoltella, Un’idea di scuola, Scholé, Brescia 2018, 80).
    [5] «La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. Ma soprattutto è una missione. Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune» (Francesco, Discorso commemorativo, Barbiana, 20 giugno 2017).
    [6] E. Affinati, Via dalla pazza classe, 48.
    [7] R. Guardini, Persona e libertà. Saggi di fondazione della teoria pedagogica, La Scuola, Brescia 1987, 223.
    [8] Quello della passione educativa è un motivo ricorrente in chi si occupa di scuola. «Per insegnare, affermava Platone, c’è bisogno dell’Eros, cioè dell’amore. È la passione dell’insegnante per il suo messaggio, per la sua missione, per i suoi allievi che garantisce un’influenza possibilmente salvifica, che fa sbocciare una vocazione» (E. Morin, Insegnare a vivere, 64). «L’insegnante credibile […] “ci crede”, è innamorato del suo mestiere e la passione che lo anima si percepisce: fa tutto per i suoi studenti, sa le cose, è un professionista serio e competente, ha metodo» (P.C. Rivoltella, Un’idea di scuola, 37). «Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: trasmettere la sua passione. […] riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. Insegnare nozioni o suscitare passioni, è questo il grande discrimine» (S. Tamaro, Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare, Solferino, Milano 2019, 8).
    [9] Cf. Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.
    [10] «Dovremmo però riflettere su un punto: certamente non ci si suicida per gioco. Se tanti ragazzi lo fanno, è perché c’è qualcosa di più grave che li spinge a fuggire dalla vita, che evidentemente appare loro priva di senso, di allegria, di speranza, e per questo genera disperazione. Non basta l’anonimo in Rete, insomma, per spingere un giovane a uccidersi. Ma sulla Rete quel “buco nero” dell’anima rappresentato negli adolescenti dall’urgenza precoce di definire una propria identità, invece inevitabilmente ancora in formazione, li rende estremamente vulnerabili al giudizio del gruppo dei coetanei; può dunque essere amplificato e condiviso, riprodotto e trasformato in un’onda che travolge un’intera generazione» (A. Polito, Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza eredità, Marsilio, Venezia 2017, 90).
    [11] Ib. Cf. anche Educare, infinito presente, 13.
    [12] Cf., tra una non piccola varietà di titoli, M. Lodoli, Il rosso e il blu. Cuori ed errori nella scuola italiana, Einaudi, Torino 2009; N. Bottani, Requiem per la scuola, Il Mulino, Bologna 2013; A. Bajani, La scuola non serve a niente, Laterza, Roma-Bari 2014; E. Affinati, Elogio del ripetente, Mondadori, Milano 2015; G. Ferroni, La scuola impossibile, Salerno, Roma 2015; Far crescere la persona. La scuola di fronte al mondo che cambia, a cura di G. Vittadini, Fondazione per la sussidiarietà, Milano 2016; F. Garelli, Educazione, Il Mulino, Bologna 2017, 89-109; G. Floris, Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, Solferino, Milano 2018; D. Novara, Cambiare la scuola si può. Un nuovo metodo per insegnanti e genitori, per un’educazione finalmente efficace, BUR, Milano 2018; E. Galli della Loggia, L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la scuola, Marsilio, Venezia 2019; M. Veladiano, Parole di scuola, Guanda, Milano 2019.
    [13] Da tempo è oggetto di lamentele e critiche da ogni parte l’impoverimento della conoscenza della lingua italiana in quanti frequentano la scuola anche per diversi anni, mentre proprio il suo possesso ha un ruolo costitutivo nella formazione della persona, nella sua capacità di conoscenza e nel suo spirito critico. «La lingua non è solo lo strumento per trasmettere il proprio pensiero, ma è anche il codice necessario a formare quel pensiero, a pensarlo […] perfino il più intimo dei pensieri, che si presume essere la cosa più personale e individuale al mondo, ha in realtà bisogno di parole che appartengano anche agli altri, e senza di quelle non esisterebbe perché non sarebbe comunicabile nemmeno a se stessi» (A. Polito, Riprendiamoci i nostri figli, 48-49). «L’unicità dell’uomo – la rivoluzione dell’evoluzione – è legata alla presenza della parola. E la parola è strettamente legata al principio della verticalità. Potremmo parlare allo stesso modo, se fossimo costretti a vivere a quattro zampe? Solo noi e gli alberi abbiamo il privilegio di crescere in direzione del cielo» (S. Tamaro, Alzare lo sguardo, 118-119). «L’unica patria in cui credere è la lingua: il luogo della responsabilità etica» (E. Affinati, Via dalla pazza classe, 89).
    [14] Cf. Mc 4,1-20.
    [15] Cf. D. Cornati, «Ma più grande è l’amore». Verità e giustizia di agápe, Queriniana, Brescia 2019.
    [16] Cf. Agostino, De Trinitate, IX, 10, 15.
    [17] Cf. Educare, infinito presente, 12-13.
    [18] «La persona non è solamente destinataria dell’opera educativa, ma è protagonista del proprio cammino di crescita. L’autentico educatore, infatti, è colui che, senza rinunciare ad essere testimone e maestro, sa riconoscere e attivare le migliori facoltà e risorse di ciascuno, aprendo percorsi di libertà e di responsabilità. Vana è l’azione dell’insegnante e del formatore se ad essa non corrisponde l’impegno di ogni persona a prendere in mano il proprio cammino e condurlo attivamente» (Educare, infinito presente, 15).
    [19] «La libertà è intesa come possibilità di fare quel che si vuole; essa va a detrimento della possibilità di volere davvero quel che si fa. Le libertà al plurale appaiono in tal senso nemiche della libertà al singolare […]. La libertà al singolare invece allude a una sovranità del soggetto agente sul proprio agire tale da consentirgli di disporre, mediante il proprio agire, addirittura di se stesso […]. La libertà concepita, apprezzata e vissuta come esonero da ogni debito minaccia di estenuare la libertà intesa come attitudine a volere davvero quel che si fa» (G. Angelini, La libertà a rischio. Le idee moderne e le radici bibliche, Queriniana, Brescia 2017, 6).
    [20] «La scuola è una comunità costituita dalle relazioni fra tutte le persone che vivono in essa: alunni, docenti, dirigenti, personale non docente, famiglie. Senza collaborazione e rispetto, stima reciproca e riconoscimento sociale, fallisce ogni obiettivo di costruire un ambiente positivo di insegnamento e di apprendimento, e dunque di crescita» (Educare, infinito presente, 14). «La relazione educativa è il cuore della scuola. Istituzione e comunità al tempo stesso, la scuola educa attraverso la relazione tra adulti e giovani, mediante l’istruzione e la cultura» (Ib., 14). «Posta di fronte ad attese epocali, la scuola può riguadagnare la centralità del suo ruolo facendo leva prima di tutto su se stessa, quale comunità di persone, e su una riserva di fiducia da parte di tutti senza la quale non è possibile educare» (Ib., 37).
    [21] P. Triani, La grande dimenticata: ma tornare a scuola non basta. La sicurezza non sia alibi per la pedagogia, in «Vita e Pensiero» 5 (2020) 64.
    [22] «La distanza tra coscienza e società distingue le società moderne da quelle antiche» (G. Angelini, Educare si deve ma si può?, Vita e Pensiero, Milano 2002, 174; cf. specialmente 187-198). Cf. anche G. Angelini, Antropologia teologica. La svolta necessaria, in «Teologia» 34 (2009) 322-349.
    [23] Sul tema del «dare senso» della scuola e alla scuola, cf. Educare, infinito presente, 18-19.