La persona è il fine unico dell'educazione


    Cristiano Ciferri *

    (NPG 2021-03-26)


    La persona è il centro e il fine dell’educazione; non può mai diventare il mezzo di un progetto educativo sia pure animato delle migliori intenzioni.
    L’educazione non è uno sviluppo solo intellettuale ma un processo che investe l’intera persona. Ogni educatore è consapevole di essere il mediatore di un umanesimo centrato sulla promozione di ciascuna persona per quello che è e per quello che può diventare. Fondamento di ogni azione educativa è l’amore. Amare chi si educa vuol dire rispettare la sua libertà e farne al tempo stesso il fine e il mezzo dell’azione educativa: educare con libertà alla libertà. Solo così viene riconosciuto il valore della persona da educare, alla cui disposizione l’educatore si pone con spirito di servizio. La stessa educazione religiosa, compito proprio della Chiesa, si fonda sulla libertà personale, senza la quale essa finirebbe per tradire la natura della persona: la religione è per l’uomo e non l’uomo per la religione.

    Diamanti e zirconi

    Quando ci incamminiamo in quell’avventura stupenda che è l’educazione, lo facciamo sempre perché abbiamo delle mete che vogliamo raggiungere. Una su tutte si staglia però all’orizzonte: quella di aiutare noi stessi, come educatori, e coloro che ci sono affidati a diventare sempre più delle “persone”, a essere cioè pienamente se stessi. Questo, che è l’unico vero fine dell’educazione, presuppone però che si abbia ben chiaro a quale modello di uomo intendiamo riferirci mentre educhiamo. Descrivere l’essere personale dell’uomo in poche righe non è certo cosa semplice, ma possiamo provare a farlo con alcune brevi pennellate. Per fare questo, serviamoci di una metafora, quella del brillante a 6 punte. Ogni ragazzo è un diamante allo stato grezzo che, nella relazione educativa, viene aiutato progressivamente ad assumere la forma lucente e definita del brillante, senza accontentarsi di essere uno zircone. È questo il motivo per cui, come ci ricorda don Bosco, il compito dell’educatore è trovare in loro le corde più sensibili e farle vibrare affinché il loro essere personale si manifesti in tutto il suo splendore.

    1. Incarnazione
    Il punto di partenza è quello di riconoscere il legame profondo tra la nostra dimensione corporale e quella spirituale. Noi non “abbiamo” un corpo ma “siamo” il nostro corpo. È la dimensione corporea che consente alla persona di interagire con gli altri e col mondo, per questo ne vanno scoperte e orientate tutte le potenzialità, vedendo i propri limiti costitutivi non come degli ostacoli ma come le occasioni per traguardi ulteriori. Il corpo è allora la manifestazione della singolarità di un “io” personale col quale porsi in relazione, nel quale ri-conoscersi e dal quale essere ri-conosciuti.

    2. Storicità
    L’essere incarnati comporta anche l’inserimento in precise coordinate nel tempo e nello spazio, confini ineludibili della particolare visione prospettica sul mondo che è la vita di ciascuno di noi. La corporeità non esaurisce infatti l’essere dell’uomo: sono le sue emozioni, i suoi sogni, i suoi pensieri, le sue azioni, le sue relazioni a formare in concreto la sua storia. Ciò che conta davvero nell’essere personale dell’uomo è allora la sua vita biografica, non semplicemente quella biologica. Il valore del tempo vissuto non è da intendersi in termini quantitativi, quanto piuttosto nel suo valore qualitativo. In una società del “tutto e subito” va riproposto il senso dell’attesa quale capacità di sapere aspettare i tempi giusti per assaporare il gusto di un “senso” interiorizzato e integrato con il resto della propria esistenza. In una cultura dove “nulla è per sempre” va dato il giusto valore, razionale e cordiale, alla memoria, a una visione della storia in cui siamo inseriti quale “narrazione di narrazioni”. Occorre anche aiutare i ragazzi a vivere pienamente gli spazi (anche virtuali) che abitano, perché sappiano discernere quelli più “belli”, in grado cioè di aiutarli ad essere veramente e pienamente se stessi. Un educatore deve, in ultima analisi, conoscere bene la storia e la geografia dei ragazzi che incontra.

    3. Vocazione
    Possiamo dire che questa è la coordinata principale della persona umana, il fine della persona stessa. Comprendere la propria vocazione significa rispondere ad un appello che ci chiama costantemente ad autotrascenderci, a non accontentarci di ciò che è dato ma ad agire per realizzare il senso profondo del nostro essere personale. Possiamo dire che tutta la nostra azione pastorale ed educativa debba avere questo intento, di aiutare i ragazzi a scoprire chi sono chiamati ad essere e a trovare i mezzi migliori per realizzarlo. Autotrascendimento vuol dire anche, per loro, affidarsi a qualcuno che li aiuti ad immergersi nel mistero che sono, laddove il concetto di “rischio” educativo differisce da quello di “pericolo” perché include la possibilità di una opportunità per cui vale la pena affrontarlo. La realizzazione della propria vocazione comporta anche il bilanciamento della propria libertà, alla ricerca del quadro di valori, di un fine al quale orientare le decisioni del proprio agire, non solo intenzionale ma intenzionato, cioè progressivamente attuato. La scelta libera dell’educatore, di porsi a servizio dei ragazzi, ha allora come scopo principale quello di liberare la loro libertà, non solo una libertà “da” o “di”, ma soprattutto “per”.

    4. Interiorità
    Per scoprire la propria vocazione ed appartenersi pienamente occorre però inabissarsi nella profondità della propria interiorità. Essa non è una fuga dal reale o un ripiegamento narcisistico, ma è il rinnovamento dell’agente e, mediante lui, dell’azione, un “trampolino di lancio” grazie al quale la persona non indietreggia se non per spiccare meglio il salto. L’interiorità rende quindi il ragazzo capace di ascolto, in vista di una risposta che coinvolga tutte le dimensioni del suo essere personale. Lo mette in grado, con l’aiuto dell’educatore, di fare ordine tra le proprie esperienze di vita per comprendere quale sia la persona che desidera essere. Ma è soprattutto il sacrario nel quale intessere progressivamente il proprio colloquio con Dio che ci “abita dentro”.

    5. Dono
    La relazione educativa accompagna quindi il ragazzo in un cammino di ricerca interiore di pienezza, la cui prima e fondamentale acquisizione è quella del dono che è la propria persona e, in essa, del dono di ciò o di chi coopera a realizzarla nella sua integralità. Il ragazzo scopre il dono del proprio essere incarnato in una precisa storicità e, rispondendo alla propria vocazione interiore, si scopre anche in grado di restituire a sua volta questo dono, non asetticamente così come lo ha ricevuto ma con lo sviluppo e il potenziamento di cui è capace. La gratuità del dono, proprio perché si attua nella libertà, è sempre orientata a rispondere a ciò che ci interpella e pur svolgendosi senza garanzie certe, sia in merito alla sua ricezione che in merito alla relazione che inaugura, assume però una importante connotazione etica: l’obbligo di restituire in qualche modo il dono che si è ricevuto è una necessità per goderne pienamente.

    6. Relazione
    Si passa così alla coordinata che ha lo scopo di chiudere il diamante, laddove il dono si fa donazione. Strettamente connesso con la visione di persona umana che qui si vuole proporre è l’impegno dell’educatore di far maturare nei ragazzi la propria dimensione relazionale aiutandoli a rendersi conto che il compimento integrale dell’io passa attraverso la relazione col tu, verso la realizzazione del noi. Nell’incontro con l’altro ci sentiamo chiamati per nome per quelli che siamo e la bellezza del nostro essere si manifesta proprio nel riuscire a trovare e a fornire le risposte migliori agli appelli che riceviamo: è questo il dono più grande che ognuno può fare, con la porzione di umanità che lo caratterizza.

    L’essere personale è un essere responsoriale

    La persona umana è allora costitutivamente responsoriale perché inserita in una circolarità di chiamate e di risposte reciproche che orientano il nostro essere e il nostro agire verso una compiutezza che si staglia all’orizzonte. La risposta dell’uomo alla propria vocazione interiore e agli appelli che riceve fuori di sé richiede una interpretazione che è sua e solo sua, sebbene essa maturi all’interno di una coralità. Facendosi compagno di viaggio, l’educatore sostiene nel ragazzo questo percorso, rispondendogli lo aiuta a rispondere. In tal modo il cammino educativo rende le persone, se non perfette, almeno migliori; e camminando insieme andrà perfezionandosi anche il luogo del nostro viaggiare, il mondo stesso in cui viviamo.

    * Docente di Filosofia dell’educazione presso l’Università Pontifica Salesiana