Vita comune. Orientamenti pratica e pastorali


    Pietro Bianchi [1]

    (NPG 2020-03-31)



    Dopo una lunga e attenta analisi e una seria riflessione sul tema dei giovani e la vita comune ci si accorge davvero che può essere questo un terreno fertile per un rinnovato incontro tra le persone, tra le generazioni, tra l’istituzione e la gente, tra i giovani e la Chiesa. Un luogo con il giusto clima perché Dio possa parlare. E l’uomo mettersi in ascolto. In tempi sempre nuovi, lo Spirito creativo suscita nuove strade, apre sentieri in parte inesplorati, rimodella nuove forme perché la fede si concretizzi, si incarni. La Chiesa non ha una forma predefinita, un modello prefabbricato a cui ogni volta adattarsi, ma in un gioco e un incontro di libertà, rispettando la maturazione e i tempi di ciascuno, incontrandosi con la storia, la cultura e le tradizioni, i problemi e i carismi di ogni tempo, trova espressioni nuove per dire se stessa e per camminare verso il Regno. Certo, la forma è Cristo. Ma l’incarnazione è un processo serio. Non una finzione o un gioco. La carne è concreta. Ha a che fare con la vita, con la maturazione, con la crescita. E sappiamo bene che il peccato è all’opera per frenare o inquinare questo processo, questo “matrimonio” tra Dio e l’umanità. Ingannando la nostra libertà, indebolendo la nostra volontà, frenando le scelte.
    La vita comune sembra quindi un’occasione che lo Spirito ci offre per incarnare la fede nel nostro oggi. In un tempo dove le comunità cristiane faticano a sentirsi comunità, famiglia, in cui l’individualismo serpeggia anche nella Chiesa, dove la solitudine è diventata una malattia molto diffusa (dati alla mano in Italia le “famiglie unipersonali”, composte cioè da una sola persona, sono circa il 35% del totale dei nuclei familiari), dove, come diceva Vasco già decenni fa, “ognuno è perso dentro i fatti suoi”, questa forma di vita può essere un cammino percorribile e fecondo in sè. Affermare questo non significa sedersi a tavolino e stendere subito un progetto (forse servirà anche questo). Ma se questo tema ha fatto breccia nel Sinodo Universale della Chiesa e sta ora occupando gli incontri e le sedi delle Pastorali Giovanili in Italia è perché i giovani, molto più vivaci e attivi di ogni riflessione o pensiero, vita comune già hanno iniziato a praticarla. Vuoi per motivi di studio o di lavoro. Vuoi per risparmiare qualche soldo dividendo le spese. Vuoi per condividere un cammino di fede o un’amicizia, o anche solo una vicinanza umana. Già lo fanno. Altrimenti non saremmo qui a parlarne.

    La vita è più veloce delle idee

    D’altronde sempre è stato così, per fortuna. La vita è più veloce delle idee. Anticipa sempre la definizione, la teoria. La vita è creativa e imprevedibile. Chiederà poi sì una regola, una forma precisa, una strada più definita. Ma intanto i pionieri sono andati avanti. Hanno aperto il sentiero e provato. I risultati scontati. Dove c’è Vita c’è Dio. Dove duo o tre sono riuniti nel Suo nome, cioè condividono il tetto e le spese, apparecchiano la tavola e cucinano insieme, si aspettano la sera e provano ad essere amici sul serio, si aiutano nelle necessità più concrete, costruiscono un legame forte di cura e premura, lì è tutta Vita divina che scorre.
    E la Vita, lo sappiamo, è il luogo privilegiato dove Dio si rivela, si manifesta, si fa conoscere e realizza il Suo piano salvifico. Che fare allora? Cosa può fare la Chiesa? Qui sono le mamme a venirci in aiuto con il loro tratto dolce e materno. Cosa può fare una mamma alla notizia di una vita nuova che cresce nel suo grembo? Rallegrarsi. Ecco cosa può fare. Rallegrarsi. Non si dispera perché poi… Chissà il futuro, i problemi degli adolescenti e dei giovani e poi non troverà lavoro, e si ammalerà etc… Non pensa a questo una madre. Piange di gioia. La Chiesa allora si vesta in fretta e corra per dire la gioia a chiunque abbia scelto di fare un’esperienza di vita comune e vada a benedire quei luoghi, o meglio, le persone. La Chiesa, la comunità cristiana che riconosca un’iniziativa, anche spontanea e sgangherata o traballante, sia presente in quella casa e vada a portare la luce e anche a prenderla. Perché l’incontro è sempre uno scambio di doni. È un arricchimento reciproco.
    Da buona mamma la Chiesa accompagni ogni esperienza di vita comune, ogni tentativo di sperimentare la comunione, vera preparazione e iniziazione alla mensa eucaristica e un giorno al grande banchetto del Cielo. La Chiesa che si esprime nella comunità parrocchiale sostenga queste forme e le promuova. I figli non vengono dal cielo (sì, certo, anche!), ma vanno anche un po’ “cercati”. Il desiderio è fondamentale. Bisogna desiderare, certo non a tutti i costi, ma desiderare lasciando allo Spirito tutta la libertà di ampliare, purificare, distruggere, ricostruire l’orientamento del desiderio umano. In questo la preghiera sarà uno spossessamento da sé.
    Ecco il compito e la missione della comunità. Rallegrarsi, accompagnare (grande tema uscito dal Sinodo. Emmaus può essere una luce accesa in ogni casa), aiutare nel discernimento, proteggere e custodire la vita perché cresca. Dove, nessuno lo sa. Come una madre non sa dove il figlio andrà e cosa farà. Ma questo significa essere genitori. Perdere il dominio, il possesso, e pregare perché il figlio cresca felice. Costerà lacrime e preoccupazione? Chiedete ai genitori. Le comunità non cerchino subito un interesse personale, pensando già a come impiegare quei giovani in maniera funzionale per svolgere dei servizi (catechista, educatore, guardiano del faro). Scappano i giovani, e fanno bene.

    Il discernimento

    Una parola vorrei spenderla ora sul discernimento, altra questione antica e sempre nuova, anche qui grazie a una sferzata dello Spirito, un tema uscito con più forza in questo tempo. Sappiamo quanto sia difficile oggi per un ragazzo o un giovane compiere delle scelte, dare una direzione alla propria vita e ancora di più intuire cosa è bene e cosa è male, e quale sia il bene maggiore possibile qui e ora. Sicuramente la vita comune può essere occasione preziosa per operare questo discernimento. Il confronto continuo, una vita maggiormente reale e concreta, lo scambio e il dialogo, l’incontro con l’altro, aiutano molto questo processo di scoperta della propria identità, delle ispirazioni dello Spirito Santo e il coraggio di scelte mature. Questo non basta però. I giovani hanno bisogno di guide e accompagnatori, di maestri e artisti spirituali. Di adulti cristiani, che sappiano essere presenti in un ascolto vero e fecondo. Hanno bisogno di un accompagnamento e di chi sappia ancora generarli. Chi se non i cristiani? Chi se non le comunità? La grande stagione dell’animazione e dell’aggregazione nell’età giovanile sparisce in un lampo. Non sarà organizzare l’incontro serale, la pizzata di gruppo o la gita in montagna (capitemi bene, tutto serve!). Ma più di tutto a quest’età serve prendere in mano la vita, guardare in faccia i problemi e stare nelle crisi, scorgere le potenzialità di se stessi, i talenti, i carismi, affrontare in modo serio la questione della vocazione. Tutto questo non lo si può fare da soli e neanche esclusivamente con i pari.
    Le nostre comunità, preti e laici, comunità religiose, famiglie e sposi. Come accompagniamo il discernimento dei giovani? Quanto tempo dedichiamo a loro per questo “esercizio”, e quanto tempo dedichiamo alla cura del nostro cammino e alla nostra formazione? Non ci si improvvisa guide alpine e quando hai tra le mani la vita delle persone si possono fare anche grossi danni. Nella programmazione annuale di una parrocchia, ci sono spazio, tempo, risorse impiegate per crescere nell’arte del discernimento?

    I passi concreti

    Da ultimo, dopo aver intuito e gustato la gioia, aver provato a suscitare qualche nuova nascita (magari anche parti gemellari!), è necessaria un’attenta valutazione dei passi concreti che si possono compiere nel cammino delle nostre comunità. Non basta neanche rallegrarsi dell’esistente ma è necessario assumersi anche tutte le proprie responsabilità. Non basta ragionare all’altezza delle idee quando la vita si gioca nella carne. Per questo, se l’esperienza della vita comune, permanente o di breve durata, nel discernimento comunitario è intuita come strada feconda sarà necessario, comunitariamente, operare delle scelte concrete per sostenere e accompagnare questa proposta. Penso ai tanti giovani che il tempo sempre più prolungato dello studio trattiene ancora nella casa genitoriale dopo i 20-25-30 anni. Una casa che per un giovane diventa inevitabilmente stretta, legata ancora al mondo del bambino, della cura, della dipendenza, e non del coraggio di essere protagonista della propria esistenza, dell’affrontare scelte. A questi giovani, con il giusto accompagnamento, perché non fare una proposta forte, che riguarda la vita (e non solamente un pomeriggio o un week end). Certo, capite bene che serviranno tanti aiuti. Ma chi può dire di non aver bisogno di aiuto nella vita? Vita comune chiede una casa. Dove? Tante sono le soluzioni possibili. Sicuramente anche i giovani stessi devono contribuire al mantenimento della casa. Sono giovani, è necessario responsabilizzarli e invitarli all’autonomia. Certo graduale, progressiva. La diminuzione del clero e delle esperienze religiose pone un grande interrogativo sull’utilizzo, la conservazione e la vita delle strutture ecclesiali. Un tema che con cadenza regolare torna all’ordine del giorno dei consigli e delle assemblee. Quante case parrocchiali ormai vuote e abbandonate, canoniche, case o piccoli appartamenti negli oratori. Che farne? Le strutture della Chiesa abbiano come fine la carità! Può essere l’accoglienza di persone bisognose o in difficoltà, migranti o famiglie senza dimora (in collaborazione stretta con le istituzioni civili), ma l’accoglienza di giovani in ricerca, in cammino per una costituzione adulta e matura della vita, non è altrettanto carità? Si studieranno i tempi, le forme, le spese, le priorità. In questo penso che gli uffici diocesani di Pastorale Giovanile possano essere un punto di sostegno, di aiuto per una programmazione semplice e snella, flessibile e poliedrica. Gli uffici possono fornire consigli e indicare soluzioni a partire da esperienze già avviate, da forza e criticità che hanno incontrato altrove. Possono inoltre tenere e favorire un semplice e leggero coordinamento, evitando ancora che la struttura schiacci o incanali la vita, ma favorendo la comunione delle realtà rispettando tutte le diversità.
    In queste case di vita comune, nate nel grembo della Chiesa, si curino tre dimensioni fondamentali. La vita fraterna, vera bellezza e manifestazione della comunione. La preghiera, pozzo profondo a cui attingere sempre, ogni giorno, la vita di Dio e la liturgia che comunica i santi misteri. L’accoglienza, un letto sempre vuoto e un posto libero alla tavola. Chissà mai che praticando l’ospitalità qualche angelo possa abitare tra noi.
    Oh com’è bello che i fratelli vivano insieme!

    NOTE

    [1] Ordinato sacerdote nel 2011, dopo aver svolto il suo ministero come vice parroco (vicario) presso la parrocchia di Lomazzo (CO) per 7 anni, dal 2018 è responsabile della Pastorale Giovanile della Diocesi di Como.