Vivere nel bel mezzo di una rivoluzione


    PG e media /1

    Simona Borello [1]

    (NPG 2013-01-63)


    Questa rubrica cercherà di leggere le connessioni e le tensioni tra l’annuncio del Vangelo e il mondo comunicativo in cui abitiamo (e che ci abita). L’approccio che proporrò risente molto degli insegnamenti dello studioso canadese Marshall McLuhan, del quale propongo una citazione che mi appare cruciale per l’inizio di questo cammino: « le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione (…) è impossibile capire i mutamenti sociali e culturali senza una conoscenza del funzionamento dei media» (Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore 1964).
    Abbiamo così delle preziose indicazioni su quale sia il percorso per cercare di comprendere la cultura del nostro tempo e per scoprire come annunciare il Vangelo, oggi che genitori, formatori, educatori siamo affaticati dalla complessità e dalla velocità dei cambiamenti del nostro tempo. Quello che viviamo è un tempo che può essere affascinante, di scoperta, ricerca, sperimentazione, nel quale l’immobilismo nostalgico e lo snobismo giudicante non aiuteranno a comprendere quello che sta avvenendo nella vita e nella storia dell’uomo e, soprattutto, delle persone più giovani.
    La scoperta può iniziare guardando a come è cambiato l’accesso alla conoscenza e alle informazioni tra coloro che sono nati dopo il 1996, che su queste pagine chiameremo «nativi digitali», e quelli nati prima, che definiremo invece «migranti». La data del 1996 è vista come uno spartiacque perché è in quegli anni che l’uso della rete si allarga dalle comunità scientifiche e istituzionali all’uso dei privati.

    Dal libro alla rete

    L’educazione, l’apprendimento, lo svolgimento del pensiero di chi è nato prima del 1996 sono organizzati intorno al medium libro: sin da piccoli si è stati abituati a un oggetto composto da una copertina che annunciava il contenuto; un indice descrittivo di quanto si sarebbe trovato all’interno; una prefazione che dava le ragioni della lettura; una serie di capitoli più o meno strutturati e articolati; una conclusione che traeva le fila del discorso e, spesso, lo rilanciava o avvalorava con una bibliografia dettagliata.
    Si è stati così abituati ad essere a contatto con questo tipo di approccio che si è arrivati a considerare questo il metodo corretto e universale: «si è sempre fatto così: questo è il modo di apprendere, questo è il modo di strutturare un testo e un messaggio comunicativo». Ebbene, questo oggetto è però diventato accessibile a tutti solamente a partire dalla metà del Quattrocento, da quello che è avvenuto dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg.
    Il tempo trascorso a partire da allora è decisamente breve nella storia dell’uomo per arrivare a considerare le abitudini generate da questo specifico mezzo di comunicazione come caratteristiche immanenti dell’uomo, modalità immutabili e insuperabili, uniche strategie di azione.
    Questa banale osservazione permette di mettere in risalto almeno due fenomeni: l’uno è che la conoscenza è stata trasmessa nel corso dei secoli attraverso altri mezzi di comunicazione che, anche quando avevano una forma simile a quello che è diventato il libro con la stampa a caratteri mobili, avevano caratteristiche differenti e attivavano diversi meccanismi di acquisizione e di trasmissione delle informazioni; l’altro è che considerare «naturale» quanto è strettamente legato a un mezzo di comunicazione evidenzia la pervasività che i cambiamenti tecnologici hanno nella vita dell’uomo dopo i traumi vissuti dalla generazione che ne vede l’introduzione.
    Lo straniamento dei giorni che viviamo è il vissuto tipico di chi vive un tempo di «rivoluzione», ma non è la prima volta che questo accade per l’uomo anche se lo è per noi che la viviamo. La stessa difficoltà si visse nel quarto millennio a.C. quando vi fu l’invenzione della scrittura (cosiddetta rivoluzione chirografica) e poi ancora con la già ricordata stampa a caratteri mobili (rivoluzione gutenberghiana). Oggi ci troviamo in piena rivoluzione elettrica, seguita all’invenzione del telegrafo, della radio, della televisione, della rete Internet… dell’e-book. Qui non funzionano più le categorie di lettura che conosciamo: non c’è ordine lineare, non c’è gerarchia, non c’è autorevolezza, ma esiste il molteplice, la comparazione, la frequenza di occorrenza. E via discorrendo.
    Non ci interessa conoscere queste informazioni per semplice erudizione storica, ma piuttosto perché le rivoluzioni di cui abbiamo parlato hanno avuto l’effetto paradossale di cambiare profondamente il contesto culturale e sociale che le aveva generate, aprendo nuove possibilità espressive e relazionali verso le quali non valgono le categorie precedenti. Non sono cambiate infatti solo le tecnologie ma tutto questo ha cambiato e sta cambiando l’antropologia stessa dell’uomo e, dunque, il modo in cui ci si pone le domande di senso, si ricerca Dio, si accoglie l’annuncio.
    Ecco le «sfide» che affronterò: «Nativi e migranti digitali: comunicare è possibile?», «L’amicizia ai tempi di Facebook», «Tempo dedicato o tempo sprecato? PG e social network», «Discutere, litigare, peccare… sin dove arriva la virtualità?», «Le nuove dipendenze digitali», «Identità e gruppi digitali», «Condivisione o profilazione?», «Come cambiano le parole dell’annuncio sui social network».

    [1] Evangelizzazione&Comunicazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.nova-t.it