Giuseppe Casti
(NPG 2007-06-24)
Presentazione
La Proposta Pastorale di quest’anno si inserisce in continuità e coerenza con le Proposte Pastorali di questi ultimi due anni.
La vita, seme e dono prezioso del “Dio amante della vita”, ha bisogno di un terreno buono, la famiglia, per poter germogliare e portare frutto. Al dono deve unirsi lo sforzo paziente e laborioso del contadino che si prende cura della fragile pianticella: questa è l’immagine e la vocazione dell’educatore.
Questo sussidio si rivolge, dunque, agli educatori partendo da un educatore modello: Don Bosco. È il suo cuore di padre la sorgente della passione educativa.
La traccia di riflessione che segue offre alcuni spunti per stimolare la conoscenza e l’attualizzazione del Sistema Preventivo.
Alcune domande per l’approfondimento vogliono riportare l’attenzione ai giovani di casa nostra, a quelli del nostro territorio che ci sfidano con la loro presenza e ancor più con la loro assenza.
In concreto il sussidio vuol stimolare la riflessione su questi temi:
- la pedagogia salesiana e il Sistema Preventivo;
- il contributo che possiamo offrire per affrontare le immani sfide della Vita e della Famiglia; in questo modo assicuriamo anche il collegamento e la continuità con i due temi precedenti (famiglia e vita);
- l’educazione e la promozione dei diritti umani, in particolare dei diritti dei minori.
Un cuore che vede significa:
Partire dalla situazione reale del giovane
• Incontrare
• Prevenire
• Fidarsi
Per elaborare insieme un cammino di crescita umana e cristiana
• Incontrare
• Educare
• Comunicare
• Accompagnare
Verso la maturità armoniosa e integrale dell’«uomo nuovo»
• Credere
• Sperare
• Amare
La preghiera ci ricorda che il campo dove lavoriamo, anche quando arido e difficile, è sempre il suo campo. Noi siamo servi, lieti di lavorare in questo campo, ma rispettosi dei tempi di Dio.
1
ABITARE -CONOSCERE
il territorio
Con il cuore di D. Bosco
Appena ordinato prete, mentre completa la sua formazione pastorale nel Convitto ecclesiastico a Torino, Don Bosco, con la guida illuminata di Don Cafasso, incomincia a percorrere la vie della città; frequenta le botteghe, i cantieri, i mercati, le carceri; conosce direttamente la situazione di molti giovani, le loro miserie e le loro aspirazioni. Tutto questo gli fa sentire l’urgenza che qualcuno si prenda cura di loro, li assista, si preoccupi della loro salvezza. Nasce l’idea dell’Oratorio, in cui Don Bosco realizzerà la sua vocazione.
Il grido dei giovani spiega la passione incondizionata del suo programma:
“Da mihi animas,cetera tolle”.
«Lavorate intorno alla buona educazione della gioventù, di quella specialmente più povera ed abbandonata, che è in maggior numero e voi riuscirete agevolmente a dare gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime e cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società; poiché la ragione, la religione, la storia, l’esperienza dimostrano che la società religiosa e civile sarà buona o cattiva, secondo che buona o cattiva è la gioventù» (BS a.VII,1883, n.7. p.104).
Traccia di riflessione
Se oggi vogliamo ritornare a Don Bosco per approfondire e rinnovare la nostra identità vocazionale, dobbiamo anche noi ripartire dai giovani, capire le loro attese, ascoltare in loro quello che Dio ci chiede.
Urge ritornare ai giovani con maggiore qualificazione. È tra i giovani che Don Bosco ha elaborato il suo stile di vita, il suo patrimonio pastorale e pedagogico, il suo sistema preventivo, la sua spiritualità. Unica fu la missione di Don Bosco. Egli fu sempre e solo con i giovani e per i giovani, anche quando per motivi particolari non poteva essere sempre materialmente a contatto con loro, anche quando la sua azione non era direttamente al loro servizio. Per questo egli difese tenacemente il suo carisma di fondatore per i giovani di tutto il mondo, di fronte alle pressioni di ecclesiastici non sempre lungimiranti. Missione salesiana è “predilezione” per i giovani. Al suo stato iniziale tale predilezione è dono di Dio, ma spetta poi alla nostra intelligenza ed al nostro cuore assumerla, svilupparla, compierla.
Il vero educatore non diserta il campo giovanile. Educatore è colui che dei giovani ha una conoscenza vitale: il suo cuore pulsa là dove pulsa quello dei giovani. L’educatore vive per loro, esiste per i loro problemi. Essi sono il senso della sua vita: il suo lavoro, studio, affettività, tempo libero sono per loro. Educatore è chi dei giovani ha una conoscenza esistenziale, ma anche teorica, che gli permetta di scoprire i loro bisogni, così da creare una pastorale giovanile adeguata ai tempi.
Educare il nostro sguardo
Per entrare nel mondo dei giovani dobbiamo, innanzitutto, educare il nostro sguardo. Occorre non fermarsi alle apparenze e conoscere i giovani con la mente e con il cuore, con l’intelligenza degli strumenti scientifici e con la passione di chi osa affiancarli per compagnia e condivisione. Ma chi sono i giovani? I giovani sono più vittime che colpevoli in questa nostra società. È scontato che nei ragazzi si riflettono i problemi sociali, di cui subiscono gli effetti in una maniera speciale. Non conoscono le loro potenzialità perché pochi insegnano loro cosa desiderare e lanciano, insieme a richieste di accoglienza, denunce per l’esclusione e, soprattutto, balbettano il desiderio di trovare qualcuno che conti su di loro. Da lì scaturisce la semplice profezia, intrecciata alla metafora racchiusa nella maggior parte dei loro messaggi agli adulti: «così come siete, non ci date veramente una mano per vivere».
Don Bosco sceglie l’educazione preventiva come il modo più corretto di far educazione nell’interesse della società e congiuntamente della chiesa. Si pone due precisi obiettivi. Il primo è di ordine rigorosamente spirituale: insegnare la verità, le verità eterne in materia di fede e di morale per aiutare il giovane a «salvarsi l’anima» e ad accedere alla santità. Il secondo invece è di ordine squisitamente civile: fornirlo di quella formazione umana e di quella qualifica professionale, che autorizzi il suo ingresso in società. Detto in altri termini, scopo della «sua» educazione è «formare un uomo» che sia nello stesso tempo «buon cristiano e onesto cittadino».
Per l’approfondimento
- Fate un’analisi della situazione partendo dal vostro contesto socio-culturale ed educativo rilevando le dinamiche e le funzioni dell’ambiente (territorio) in cui operate.
- Formulate delle definizioni dei termini in questione:
Interazione – Operatore – Famiglia – Scuola – Parrocchia – Oratorio – Strada – Territorio – Domanda educativa – Offerta educativa.
- Costruite come una «ragnatela» i possibili contatti «in rete» tra le varie funzioni ed elementi.
- Operate una raccolta di dati sui seguenti ambiti: Il modo di pensare dei giovani, le loro esperienze, i loro atteggiamenti, le modalità di espressione. Notizie riguardanti il territorio in cui vivono e gli ambienti in cui trascorrono il loro tempo.
Invocazione
O Padre dei giovani e Maestro di santità,
noi seguiamo i tuoi passi
per essere presenza viva tra i giovani,
per donare loro amicizia e sapienza,
per crescere con loro in santità.
Bibliografia
G. Bosco, Epistolario
G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855
Braido P., Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, Roma, LAS,1999.
2
PREVENIRE
per educare
Con il cuore di D. Bosco
«Tutto io darei per guadagnare il cuore dei giovani e così poterli regalare al Signore» (MB VII 250).
Don Bosco coniuga mirabilmente il primato della carità con l’intensa attività a servizio dei giovani, un servizio generoso e lieto, costante e radicale, trasparenza della sua comunione con il Signore.
«L’istituto di Valdocco. È un incanto. Lì vivono oltre mille persone e crescono al lavoro, alla famiglia, a se stessi (…)Quaggiù un’officina di fabbri ferrai, laggiù un’altra di falegnami. Più i qua una compiutissima e stupenda tipografia; più i là una fonderia di caratteri. A dritta una libreria ricchissima e bene scelta; a mancina un laboratorio per calzolai, uno per sarti, uno per legatori di libri. Da per tutto è un silenzio, direi così, spontaneo, poiché lì c’è più il sentimento che la forza del dovere e della disciplina. E, quel che è tutto in così fatti istituti, da per tutto ed in tutti una serena aria di pace, di benessere, di salute che consola e allegra» ( «La Stella d’Italia» -periodico liberale- 1885, ed. in MB XVII 513).
Traccia di riflessione
Prevenzione in senso socio-assistenziale
Se l’educazione di per sé si riferisce principalmente agli aspetti più interiori e personali della crescita giovanile (percezione della propria identità personale e delle proprie effettive potenzialità, capacità di responsabilità morale e civile, competenza decisionale, indispensabile cultura di base e professionale, ecc), ciò presuppone però il soddisfacimento dei fondamentali bisogni vitali dei giovani: vitto, vestito, sicurezza, alloggio, scuola, lavoro.
Una prima prevenzione può dunque essere considerata quella assistenziale nel senso più letterale del termine, vale a dire protezione fisica, sicurezza, salute, abilitazione a guadagnare il pane, educazione a un minimo di valori, eliminando o riducendo possibili pericoli e prevenendo ogni forma di marginalità umana, culturale e sociale. Punto di partenza è l’oratorio. Inizia così la straordinaria avventura educativa di D. Bosco e la sua azione concreta in favore dei giovani, ai quali offre possibilità di educazione, studio e lavoro.
Prevenzione in senso pedagogico
La seconda forma di prevenzione, quella che avviene propriamente nel processo educativo e, all’occorrenza, rieducativo opera ai fini della maturazione del giovane in tutte le sue dimensioni, nel rispetto di quello che è e di quello che ha.
Secondo la concezione preventiva al giovane si deve giustamente dare ciò di cui ha bisogno per crescere: se abbandonato, un cuore di padre e di madre; se ignorante, un’istruzione almeno essenziale; se senza tetto e cure, una formazione morale, religiosa e professionale. Il ragazzo, ogni ragazzo ha bisogno di una vita di famiglia, di una vita normale, vivace e impegnata, di studio, di lavoro, di preghiera, di virile formazione per il futuro, priva , per quanto possibile, di elementi patogeni. Una valida esperienza positiva-costruttiva consolida nel giovane una robustezza morale tale da risolvere adeguatamente i problemi che la vita propone, da resistere alle difficoltà future, da prevenire gli esiti negativi dell’eventuale disagio, da dotarlo di buone capacità di recupero.
Per l’attualizzazione
La prevenzione, intesa come dimensione significativa di una articolata e complessa proposta educativa e non unicamente nella sua accezione restrittiva (difesa di…assenza da…informazioni su…ostacolo per…giungere prima di…), sembra quanto mai attuale in una fase di «passaggio epocale», piena di conflitti e contraddizioni, come quella che stiamo vivendo. Tanto più che la problematicità del disagio ambientale e familiare e la molteplicità allarmante delle urgenze delle fasce giovanili sono oggi prerogative di tutto il «pianeta giovani», di tutta l’età evolutiva: dall’infanzia alla preadolescenza, dalla adolescenza ai giovani adulti. Se è vero che non tutta l’educazione è prevenzione, e non tutta la prevenzione è educazione, è anche vero che la prevenzione è un’educazione specifica e che ogni educazione ha anche obiettivi di prevenzione. Prevenire educando e educare prevenendo non è un semplice slogan. Si sente il bisogno di educatori lungimiranti, creativi e appassionati, disponibili a farsi carico degli interessi dei giovani.
Per l’approfondimento
- Quali bisogni giovanili emergono nel nostro ambiente? Quali le richieste e i bisogni reali, disattesi dalle agenzie educative, dalla comunità ecclesiale?
- Tra i bisogni emersi, quali sono le necessità che interpellano la Chiesa? Quali le urgenze che, tra le necessità evidenziate, impongono delle scelte pastorali aderenti e non elusive?
- Condivisione di conoscenze immediate sui soggetti giovanili del proprio territorio e sulle offerte educative presenti.
- Valutare in gruppo come le varie agenzie educative e pastorali vi rispondono applicando il sistema preventivo e come potrebbero rispondervi, anticipando alcune linee del progetto di pastorale giovanile che si sta realizzando.
Invocazione
Insegnaci, o Padre dei poveri,
a proclamare che il Regno di Dio
è nel cuore di ogni giovane.
L’infaticabile tuo zelo per la salvezza delle anime
sia per noi modello di un’esistenza
vissuta nel segno delle beatitudini
con fede coerente, sincera amorevolezza e profonda umanità.
Bibliografia
Braido P., Breve storia del «sistema preventivo», Roma, LAS 1993
3
FIDARSI
con benevolenza e realismo
Con il cuore di D. Bosco
«Nelle nostre case si fa uso di un sistema disciplinare affatto speciale, che noi chiamiamo preventivo, in cui non sono mai adoperati né castighi, né minacce. I modi benevoli, la ragione, la ragionevolezza ed una sorveglianza tutta particolare sono i soli mezzi usati per ottenere disciplina e moralità tra gli allievi» (Don Bosco al principe Gabrielli, cf MB XIV 321).
Punto di partenza del sistema preventivo è la convinzione che tutti i giovani sono educabili al bene, perché portano in sé almeno i germi del bene. Il problema è trovare l’aggancio per un dialogo costruttivo tra educatore ed educando. Don Bosco è pieno di fiducia, convinto com’è che «ordinariamente colla riflessione si riducono tutti i giovani a riconoscere i propri mancamenti ed a correggerli» (MB V 453). E che «in ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto» (MB V 367).
Traccia di riflessione
L’oratorio dei primi tempi non era certo una facoltà di pedagogia, né una scuola organizzata in modo organico: era piuttosto uno di quegli ambienti che oggi con parola moderna diremmo semplicemente struttura operativa nel territorio.
I principi ispiratori sono semplici.
Educare con ragionevolezza.
La concezione sottesa al sistema preventivo è piuttosto lineare e coerente: l’uomo, creato a immagine di Dio, aspira al bene e alla felicità; questa felicità si può raggiungere solo mediante l’uso che si fa della propria libertà; ma la libertà è strettamente legata alla ragione, perché questa rende possibile la scelta libera. Dunque è necessario che la persona sia resa progressivamente cosciente di questa sua possibilità, grazie a qualcuno che, soprattutto attraverso la propria testimonianza, lo metta in condizione di farne esperienza. Tutta l’arte educativa non tende che a suscitare questa coscienza di una effettiva personale responsabilità, a saper dare al giovane motivazioni valide per affrontare con energia la fatica di crescere.
Nella pratica la ragionevolezza diventa facilmente buon senso, sano realismo, autentico rispetto delle persone. Alla ragione e alla ragionevolezza si collega la capacità dell’educatore di adattarsi ai vari ambienti e situazioni in cui si trova ad operare, di prestare una diversa attenzione ai singoli giovani secondo il carattere, i difetti, le virtù, le modalità di azione e reazione. Dunque educatori ragionevoli, che sanno anche essere razionali, in grado di osservare, riflettere, capire, provare, verificare, cambiare, adattarsi, sviluppare, assimilare prontamente e in modo flessibile tutte le proposte e le suggestioni che, provenienti dal «campo di lavoro», possono rendere valida ed efficace la loro azione, nella fedeltà ovviamente alle irrinunciabili scelte e alle ragioni di fondo.
Educare la ragione
Nel sistema preventivo la ragione appare come un mezzo educativo fondamentale in quanto la ragionevolezza dei discorsi e il metodo della persuasione devono avere la meglio sull’impostazione violenta, sull’accettazione indiscussa del «qui comando io». Ma il suo sistematico ed equilibrato uso ha, come effetto, che il giovane interiorizzi questo modo di procedere e con ciò sostenga e sviluppi la sua capacità di ragionare i altri contesti.
La costante presenza dell’educatore in mezzo ai giovani educa la loro ragione in quanto crea in essi l’habitus di essere in sé ragionevoli, di sapersi dominare in riferimento alle norme veicolanti valori e ricordate dall’educatore, per comportarsi in modo ragionevole e per autoregolarsi nell’investimento dei medesimi nel campo della prassi.
Educare la ragione (e la persona) significa anche coltivare la mente dei ragazzi attraverso lo studio, la scuola, l’istruzione, rispettosa dei valori umani e cristiani.
Una ragione con dei limiti
Per ovviare al rischio di un eccessivo far leva sulla razionalità e di non tener presente i limiti intrinseci al pensiero del giovane, il sistema preventivo pone accanto alla ragione gli altri due elementi del sistema: la religione e l’amorevolezza.
Per Don Bosco il cuore dell’educando si conquista con l’affetto – è questo il passo decisivo per poter educare. Ciò che vale per lui, più che l’autorevolezza dei principi e delle argomentazioni, è l’autorevolezza della persona che glieli espone, la fiducia che gli ispira, in una parola la sua credibilità. Se l’educatore non riesce a conquistarne la fiducia, a diventargli amico, se non riesce a «guadagnare il cuore» è ben difficile che il suo orecchio si apra all’ascolto.
Per l’approfondimento
Dopo aver analizzato la situazione ed essere giunti ad una interpretazione meno approssimativa e più vicina alla realtà, la progettazione richiede lo sforzo di guardare l’orizzonte, la finalità e le mete educative. Senza per questo, perdere l’aderenza alla realtà e l’attenzione ai soggetti concreti.
- Quali sono i veri ostacoli alla “ragionevolezza” nell’educatore e nell’educando?
Partendo dai principi ispiratori –ragione, religione, amorevolezza- come raggiungere l’integrazione fede-vita?
- Quali passi graduali e successivi vanno previsti per elaborare e raggiungere un modello di giovane cristiano?
Invocazione
Aiutaci, o Amico dei giovani,
ad amare per primi e a far capire il nostro amore,
a trasformare ogni giorno in un gesto di gioia
per accogliere con gratitudine
i giovani più dimenticati
affinché ritrovino il sorriso della loro età.
Bibliografia
L. Cian, Cammino verso la maturità e l’armonia, Elledici, Leumann-Torino 1981
G. Sovernigo, Progetto di vita. Alla ricerca della mia identità, Elledici, Leumann-Torino 1982
R. Tonelli, Ritratto di un giovane cristiano, Elledici, Leumann-Torino 1996
4
INCONTRARE
con sensibilità, cordialità, benevolenza
Con il cuore di D. Bosco
«Dopo le funzioni di chiesa Don Bosco passava un po’ fra quei giovanetti differenti per età, indole, costumi, condizioni ed educazione, tutti vispi ed intesi a giocare, osservando l’indole di ciascuno, avendo una parola per ognuno, una parola cara, una parola che consolava, che ci rendeva contenti e pareva che egli ci leggesse nell’animo e ciascuno di noi tacitamente diceva: D. Bosco ci vuole bene!» (MB III 439).
«Innamorava il vederlo in mezzo a noi, ora già in età avanzata. Alcuni di noi erano senza giubba, altri l’avevano ma tutta a brandelli; questi a stento si teneva ai fianchi i calzoni, quell’altro non aveva cappello e le dita dei piedi si affacciavano dalle scarpe rotte. Si era scarmigliati, talora sudici, screanzati, importuni, capricciosi, ed egli trovava le sue delizie stare coi miserabili. Pei più piccini poi aveva un affetto da madre» (MB III 126).
Traccia di riflessione
L’amorevolezza è stata definita in tanti modi: l’anima dell’intero sistema, il principio informatore, il supremo principio del metodo, l’elemento caratteristico e distintivo della concezione educativa di Don Bosco. In realtà questa parola non era predominante nel suo linguaggio. Preferiva adottare termini quali carità, dolcezza, pazienza, mansuetudine, bontà.
Oggi poi, il termine è inusuale, insolito. Fortunatamente, potremmo dire, in quanto proprio perché «fuori moda», è possibile assumerlo per quello che era all’epoca, come cristallizzato nel senso attribuitogli da Don Bosco, senza che venga caricato di significati estranei, distorti, a modalità discutibile d’affetto.
Benché Don Bosco non abbia elaborato teoricamente il concetto di amorevolezza, tuttavia le sue dimensioni sono evidenti.
a) L’amorevolezza anzitutto ha un fondamento teologale e Don Bosco lo afferma chiaramente citando un’espressione biblica: «La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di S. Paolo che dice: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo».
L’amorevolezza dunque è un amore divino che sfugge al sentimentalismo e a forme di sensualità in ragione della carità teologica che ne è la sorgente, per cui l’educatore scorge un progetto di Dio nella vita di ciascun giovane e lo aiuta a prenderne coscienza e a realizzarlo.
L’amore di Dio, il primum teologico, è dunque la base, il fondamento del primum pedagogico.
b) In secondo luogo l’amorevolezza è un amore realmente umano, una giusta sensibilità, un’amabile cordialità, un affetto benevolo, paziente, attento, ma anche esigente, fermo, senza compromessi col male. Un amore che tende alla comunione profonda del cuore, e che non ha paura della dedizione coraggiosa, né dell’amicizia vera, provata, non simulata: un amore effettivo ed affettivo.
c) Infine l’amorevolezza è un amore intensamente pedagogico. Il suo potenziale educativo si sperimenta infatti in forma privilegiata nella relazione fra educando ed educatore, quando gesti di stima e di amicizia da parte dell’educatore inducono l’educando, i forza dell’amore che guida l’educatore, ad aprirsi alla confidenza, a sentirsi sostenuto nel suo sforzo di superarsi e di impegnarsi, a dare il consenso e ad aderire in profondità ai valori che l’educatore vive personalmente e gli propone. Il giovane riconosce che questa relazione lo ricostruisce e lo ristruttura. Don Bosco crede che all’amore come vero motore dell’interiorizzazione delle norme della strutturazione della personalità; è persuaso che il miglioramento della condotta di un giovane è sospeso al senso di essere amato e legato dall’esperienza dell’affetto, dal desiderio di continuare migliorarsi, senza cedere di fronte ai possibili fallimenti.
Centralità pedagogica
L’amorevolezza che sta alla base del sistema preventivo, è la norma suprema del codice personale di un educatore.
«L’educazione è cosa di cuore», è la convinzione più profonda. Dal cuore dell’educatore al cuore del giovane. Il termine «cuore» ha un’accezione più vasta di quella di uso comune; sta ad indicare l’orientamento di fondo della persona, l’espressione della sua anima. È la parte centrale del nostro essere. Il cuore vuole, il cuore desidera, comprende, intende, ascolta ciò che gli si dice, s’infiamma d’amore, riflette, si muove. L’impresa più ardua del sistema preventivo è proprio quella di conquistare il cuore del giovane, di goderne la stima, la fiducia, di farselo amico. Se un giovane non ama l’educatore, questi può fare ben poco del giovane e per il giovane. Invece «chi sa di essere amato, ama e chi è amato, ottiene tutto, specialmente dai giovani».
Per l’approfondimento
Da quale visione di Rivelazione si parte (quale immagine di Dio, di fede, di Chiesa) per elaborare il progetto di pastorale giovanile?
- Quale concezione d’uomo (esistenza, condizione, responsabilità, progetto) orienta l’iter di composizione del nostro progetto educativo?
- Che cosa intendiamo per «educazione» e quale fiducia viene riposta nei processi educativi che la rendono concreta e operativa?
- Stilare un quadro di riferimento o idearlo educativo che raccolga le idee principali e le convinzioni di fondo per l’azione pastorale con e per i giovani.
- Definire meglio le finalità proprie della pastorale giovanile in contesto.
Invocazione
Signore Gesù,
Tu hai donato a Don Bosco creatività,
coraggio e costanza:
concedi a noi di avere il senso del concreto
di essere attenti ai segni dei tempi.
Non permettere che siamo dominati
dalla paura del nuovo e del rischio,
ma donaci spirito d’iniziativa,
coraggio e creatività apostolica.
Bibliografia
P.Braido, Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, LAS, Roma 1997
J.E.Vecchi, L’animatore nel gruppo giovanile. Elledici, Leumann-Torino 1988
P.Braido, I molti volti dell’amorevolezza, in «Rivista di Scienze dell’Educazione» 17 (1999).
5
EDUCARE
da adulti significativi
Con il cuore di Don Bosco
«L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi» (Trattatelo).
«Sono pochi giorni che vivo separato da voi, o miei figlioli, e mi sembra essere già scorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione e mi mancano l’una e l’altra di queste due cose quando sono lontano da voi» (MB XVII 369).
Traccia di riflessione
Il sistema preventivo è l’educatore. L’espressione potrebbe sembrare esagerata, forzata, paradossale. Eppure non sembra lontano dal vero affermare che il sistema preventivo di D. Bosco si identifica con la persona dell’educatore, tanta è la fiducia concessagli. La funzione predominante dell’educatore giunge ad assumere i tratti di una consacrazione, quasi di una vocazione. L’educazione dunque, più che un tipo di lavoro, è una forma di vita, poiché non «produce» cose materiali, ma «costruisce» persone dotate di progetti, idee, certezze, speranze, anima. All’educatore si richiederà allora non solo competenza pedagogica e capacità relazionali, ma una precisa identità.
1. Stare accanto al ragazzo
Al centro del sistema si colloca il giovane e le sue aspirazioni; al suo fianco però disponibile a porsi totalmente e lealmente dalla sua parte sta l’educatore. Pertanto ogni educazione diventa, per così dire, «coeducazione»; non tanto nel senso di «educazione reciproca», a doppio senso, tra adulto e giovane, quanto nel senso che sono chiamati a partecipare entrambi alla «comune» opera educativa. I giovani da semplici utenti o destinatari di un servizio educativo, devono diventare alleati, compagni di viaggio, collaboratori degli educatori.
Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci, di stare accanto. La linea di demarcazione fra adulti e giovani non è molto netta. L’educatore e l’educando sono, per usare una metafora, nella stessa barca; se questa affonda, annegano entrambi. L’educatore non si trova, per utilizzare un’altra metafora, fuori del campo dove viene giocata la partita, né può ridursi al ruolo di arbitro imparziale. Se l’educando lungo la strada verso l’età adulta non si sente accompagnato dall’educatore, si sente esposto ai quattro venti. Se non ha la sicurezza che insieme vanno verso la maturità, si impaurisce.
2. Per edificare, non per distruggere
L’educatore è sempre personalmente implicato nella relazione educativa. La sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. Chi educa è sempre e soprattutto la persona. L’educazione preventiva non esiste se non come frutto di un incontro di persone, che si pongono una di fronte all’altra con una presenza totale. Un’autentica relazione umana personale significa che io sono completamente presente all’altro, che sono pienamente con lui, che partecipo della sua esistenza personale, perché ho interesse per lui.
Il giovane facilmente scopre se le manifestazioni dell’educatore sono autentiche, provenienti cioè da quelle valide motivazioni e da quelle intime convinzioni che costituiscono l’identità stessa dell’educatore. In lui il giovane cerca non tanto il padre che pensa a tutto, l’organizzatore del proprio tempo libero, il professore che si preoccupa della sua istruzione, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, disponibile ad offrirgli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità. Proprio nella misura in cui l’educatore darà al giovane la sensazione di essere in grado di valorizzare tali potenzialità, allora vedrà aprirsi la strada ad una presenza propositiva.
3. Mettersi in gioco
Il sistema preventivo chiede agli educatori di «mettersi in gioco», di porre continuamente in discussione le proprie convinzioni, comprese quelle relative ai problemi giovanili, vivendo accanto al giovane in costante atteggiamento di fiducia e non di consigliere severo o giudice inflessibile. In particolare gli domanda di farsi figura di risonanza interpretativa di valori di cui è portatore, onde preparare il giovane ad acquisire i criteri di scelta e strumenti atti a vivere con serenità nel momento in cui si allontanerà da lui. L’educazione mira a produrre nel giovane una risposta interiore, a suscitare un impegno che contenga la garanzia della continuità, della perseveranza e dello sviluppo per tutta la vita.
In sintesi: nel sistema preventivo l’efficacia educativa dipende anzitutto dalla «qualità» della presenza dell’educatore al suo educando. L’educatore è la chiave di lettura dell’azione educativa posta in perfetta sintonia col suo «compagno di viaggio» che parla la stessa lingua.
Per l’approfondimento
• Come educatori, abbiamo stretto con i giovani un’alleanza ed un’accoglienza incondizionata? Umanizziamo per legare la fede e l’esistenza quotidiana e, soprattutto, educhiamo per confermare la vita e la speranza dei giovani?
• Tutto questo rimanda all’identità della pastorale giovanile: è chiaro il suo carattere educativo e, pertanto, la presenza determinante della competenza pedagogica?
• L’educazione non è tutto, ma senza di essa non c’è praticamente nulla. Sentiamoci interpellati da tutto ciò e rivediamo a fondo i presupposti e i progetti con cui ci muoviamo: servono per «educar-ci», ricreano la fede e la vita, aiutano i giovani a rendersi conto dell’esistenza di un Amore gratuito e incondizionato…?
Invocazione
O Dio, che ci hai chiamati
Nello Spirito del tuo Figlio
Per offrire alla gioventù
Un valido e attuale impegno di salvezza,
donaci di essere veri profeti del mondo giovanile
con la novità di un cuore simile a quello di Don Bosco.
Bibliografia
Braido P. , Breve storia del «sistema preventivo», Roma, LAS 1993
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COMUNICARE
nel dialogo
Con il cuore di Don Bosco
Sarebbe facile documentare con una mole di testimonianze i risultati del «carisma» comunicativo di Do Bosco. Limitiamoci a verificare la «rifrazione» della sua parola attraverso un passo di una lettera di un quarantenne ex allievo di Valdocco, militare di professione: «Amato mio Don Bosco sembra che abbia ragione lagnarsi di e, sì, ma creda pure che sempre lo amai, lo amerò: io i lei trovo ogni conforto e ammiro le sue gesta da lontano, mai parlai né permisi sentire di lei parlare male; sempre lo difesi. Vedo in lei che volgerebbe l’anima mia ad ogni verso; restai confuso, estatico, elettrizzato nei suoi ragionamenti; furono forti e sentiti: mise in me uno sconcerto e mi rese a tal punto da restare abbagliato nel vedere che sempre mi ama svisceratamente, sì, o caro Don Bosco …nessuno più di lei sa e conosce il cuore mio e potrà decidere. Conchiudo perciò, mi consigli, mi ami, mi perdoni. Le mando un bacio di cuore e le fo professione di fede che le voglio bene…» (Ricerche Storiche Salesiane, 11 (1987) pp.365-368).
Traccia di riflessione
Il punto dolente
La difficoltà maggiore che può incontrare l’educatore è forse quella di riuscire a comunicare in modo appropriato, dato e concesso che i conflitti generazionali sono una costante della storia dell’educazione. Oggi, poi, per un insieme di motivi, la comunicazione sembra costituire il punctum dolens dell’interazione non solo tra generazioni, ma anche tra le singole persone, tra i coniugi, tra le istituzioni e con i loro destinatari. La comunicazione pare confusa, disturbata, esposta all’ambiguità per eccesso di rumore, per molteplicità di messaggi, per la mancanza di sintonia fra emittente e ricevente. Ebbene il sistema preventivo offre utili indicazioni a riguardo.
D. Bosco: comunicatore modello
Con cognizione di causa si può affermare che fu «un grande comunicatore», sia che parlasse ai giovani nei sermoncini della sera, sia che rivolgesse singolarmente loro in cortile la famosa parolina l’orecchio, sia nelle conferenze al grande pubblico in Italia, Francia, Spagna, sia nei singoli colloqui con esponenti di tutti gli strati sociali, sia infine nella sua instancabile attività di scrittore ed editore.
Per una corretta interazione educativa, basata su uno stile di presenza a dominante empatica, si richiede una duplice comunicazione: personale e ambientale.
Personale
Anzitutto chi vuol essere un educatore come Don Bosco deve affinare le doti espressive innate, utilizzare una pluralità di linguaggi comunicativi, promuovere un dialogo face to face anche attraverso fattori comunicativi extralinguistici, addirittura impostare la propria vita come una «situazione comunicativa». La parola «parlata» infatti interagisce sempre con altri fattori non verbali (comportamenti, atteggiamenti, gesti, decisioni operative, espressioni del volto, scelta dei luoghi e dei tempi più idonei per comunicare…), eloquenti spesso più della parola stessa, e in ogni caso tali da concorrere all’esito del rapporto comunicativo. I metodi tradizionali come i moderni mezzi di comunicazione audiovisiva pongono in essere un contatto interattivo. L’importante è che la via della comunicazione non venga mai occlusa, in attesa delle migliori disposizioni dei giovani ad aprirsi e a superare malintesi, prevenzioni, diffidenza, timori.
Ambientale
Nella convinzione che l’educazione preventiva è anche risultato dell’ambiente, inteso come l’insieme delle persone, delle istituzioni, delle strutture, l’educatore adulto, nei limiti del possibile, ne prepara uno moralmente salubre, idealmente irreprensibile. La serie dei messaggi sui muri di Valdocco si trasformavano in codice che permetteva ai giovani di comprendere quale qualità di vita si chiedeva loro. L’associazionismo giovanile molto impegnato delle case di Don Bosco andava nelle stessa direzione.
Comunicatore-saltimbanco, comunicatore-prete, comunicatore-costruttore di chiese, comunicatore-fondatore di collegi, comunicatore-scrittore-editore, Don Bosco costruisce il suo capolavoro con l’Oratorio di Valdocco: «sistema integrato di scuola, lavoro, tempo libero e religione, spazio esuberante di vita, centro di attività utili, gioiose, oltre che culturali e formative, una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime, e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori» (Umberto Eco).
Ambiente fisico, strutturazione degli spazi, organizzazione del tempo, clima di famiglia, impegni religiosi e professionali, momenti espressivi e ludici acquistano una palese evidenza simbolica, armonizzano valori estetici e religiosi, sostengono aspirazioni e sentimenti, sviluppano una carica comunicativa ricca di vibrazioni che conquista la mente e il cuore del giovane favorendo uno sviluppo armonico e integrale della persona.
Per l’approfondimento
• Comunicare è anche «animare». Il «metodo dell’animazione». Chiariamoci le idee: qual’ è il significato dell’animazione all’interno di un progetto di pastorale giovanile che si sta elaborando o realizzando?
• Stilare il manifesto o il decalogo dell’animazione: «Animazione è…»…«Animazione non è…».
Invocazione
Signore, fÀ che la nostra fede
diventi speranza,
una speranza concreta
che dà realtà ai nostri desideri.
La parola del vangelo
disegna un progetto
e il dono dello Spirito
ci abilita a perseguirlo.
Così la nostra speranza
diventi concreta carità,
scelte grandi e piccole che
conducono a gesti di amore,
di fraternità solidale.
Bibliografia
CEI, Con il dono della carità dentro la storia, n.39.
Per una riflessione sui «luoghi» giovanili: cf Presenti dove sono i giovani, in «Note di Pastorale Giovanile» 34 (2000) 1,pp. 7-62 (dossier).
7
ACCOMPAGNARE
come padre, fratello, amico
Con il cuore di D. Bosco
«Fino al 1858 –vale a dire finché Valdocco raggiunse grandi dimensioni- D. Bosco governò e diresse l’Oratorio come un padre regola la propria famiglia, e i giovani non sentivano che vi fosse differenza tra l’Oratorio e la loro casa paterna» (MB IV 679).
«L’allievo sarà sempre amico dell’educatore e ricorderà con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori» (Trattatello).
«Non comprenderà mai Don Bosco chi non riesca a figurarselo come un padre in mezzo ai figli» (MB XIX 128).
«Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa ne più ne meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama» (Lettera da Roma).
Traccia di riflessione
Nello stile preventivo fra educando ed educatore si tende a creare un rapporto interpersonale ravvicinato, tipico di una famiglia che permette lo scambio e un’intesa a livello di intimità, è però naturalmente presente un codice di diritti e di doveri, che si traduce in una distribuzione articolata di ruoli e responsabilità.
Padre, fratello, amico
a) L’educatore esercita anzitutto la paternità, vale a dire uno dei ruoli essenziali riconosciuto come tali dalla psicologia: quello di essere portatore di autorità e modello di identificazione. Per il fanciullo e il preadolescente l’adulto-educatore resta maggiormente polo di attrazione; per l’adolescente e il giovane rappresenta invece il polo dialettico per la ridefinizione della propria identità, palestra di confronto per le loro idee, spinta a capire meglio loro stessi mediante il confronto e lo scambio. Nel sistema preventivo non c’è l’alibi dello spontaneismo, del permissivismo, del presunto rispetto della freschezza infantile; ma neppure si opta per un autoritarismo altrettanto pernicioso. L’educatore non abdica alle proprie responsabilità, delegando ad altri i propri doveri o rimanendo in situazione oscillante fra tentativo di proposta e tendenza all’imposizione. Autorità di fronte ai giovani perché credibile, non si dimette dal proprio ruolo di padre col cercare la simpatia del giovane evitando di dire le verità scomode. Educare è fatica.
b) Ma non basta la paternità. È necessario coniugarla con l’amicizia e con la fraternità. Don Bosco domanda che l’educatore sia nello stesso tempo amico e fratello, in quanto sa che nel giovane è fondamentale l’esigenza di comunicazione, di amicizia, di sentirsi importante. I due amici/interlocutori si trovano così in una sorta di amicizia nell’uguaglianza e nella fraternità. Se il padre comanda e domina, il fratello e ancor più l’amico no.. Nell’incontro fra amici a tu per tu, che l’educatore conduce con metodo per poter fare una corretta diagnosi del problema del giovane, si procede assieme ad un esame dei mezzi e delle vie di soluzione. La conclusione da parte del giovane sarà un impegno verso una nuova fase di vita, in compagnia dell’amico- educatore. Questi è presente in mezzo ai giovani, condivide con loro i giochi, il lavoro, l’amore alla vita, alla corretta esplosione delle energie fisiche, intellettuali, emotive, morali, le sofferenze, tutto.
Condizione previa
Porre le condizioni per stabilire un rapporto di volontà di cooperare e di «camminare insieme» è uno degli aspetti più delicati del problema. Da parte dell’educatore padre-amico-fratello si richiede di «accettare» e di «essere accettato»; analogamente, da parte del giovane, di lasciarsi coinvolgere. Dunque un’accettazione pedagogica bipolare: «comprensione» patera, fraterna, amichevole dell’educatore che si interessa del giovane da un lato, e «accettazione» dell’intervento educativo e della persona che lo fa dall’altro lato.
Da parte dell’educatore punto di partenza è l’accettazione incondizionata dei giovani così come sono e non come vorrebbe che fossero. Un’accettazione che s’impone a livello di modalità dell’essere e non dell’avere: «Basta che siate giovani -scrive Don Bosco- perché io vi ami assai». Con questo si chiede all’educatore di fornirsi di bontà, di escludere ogni animosità e permalosità personale, di ammettere nel giovane difficoltà oggettive e soggettive che possono coesistere anche con un’autentica buona volontà.
Ma anche il giovane deve accettare l’educatore e il suo intervento in forza di un insieme di motivi: di razionalità e ragionevolezza, di autorità e di timore, di ascendente personale e di suggestione. Per far questo il giovane deve superare un insieme di meccanismi psicologici di difesa, perché il bene futuro costa la rinuncia a cose immediatamente piacevoli.
Per l’approfondimento
• Quale società, quale Chiesa, quale comunità e quali generazioni nuove di cittadini e cristiani vogliamo?
• I giovani possiedono molte chiavi per rispondere adeguatamente: a loro modo, anticipano l’«uomo nuovo», il nuovo modo di essere e vivere che emerge dai cambiamenti profondi ancora in corso; sono una sfida e un’opportunità, l’essenziale pietra miliare per progettare il futuro. Sfida e opportunità che lasciano nell’aria un altro imbarazzante punto interrogativo: non è che in comunità si sta affermando un altro progetto che impedisce la sua incarnazione nel nostro tempo e nella vita dei giovani?
Invocazione
O Signore misericordioso,
nella tua provvidenza ci hai donato san Giovanni Bosco,
padre e maestro della gioventù,
che guidato dalla Vergine Maria,
lavorò con instancabile zelo per il bene della Chiesa;
suscita anche in noi la stessa fiamma di carità,
che ci spinga a salvare i giovani e servire te solo.
Per Cristo nostro Signore.
Bibliografia
(AA.VV.), Don Bosco e la sua esperienza pedagogica. Eredità, contesti, sviluppi, risonanze, in «Orientamenti Pedagogici» 36 (1989).
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CREDERE
integrando armonicamente l’ educazione e la spiritualità
Con il cuore di D. Bosco
La vita di D. Bosco ci si presenta come mossa da una tensione unificante, quasi violenta, infaticabile, entusiasmante e ossessiva che mira a utilizzare tutte le energie fino all’esaurimento: la salvezza dei giovani.
«Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani» (MB XVIII, 258); «Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità» (MB XIV, 662); «Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi» (MB IV, 654).
Traccia di riflessione
Il sistema preventivo, nella sua anima profonda è una spiritualità, più vissuta che formulata. Tale spiritualità è incarnata nel fatto educativo, liberato dagli equivoci dell’alienazione angelica e dalla pura attività sociale distaccata dalla prospettiva spirituale-religiosa. Perciò un educatore che voglia impostare una linea di intervento pedagogico sulla base del «sistema preventivo» riuscirà a ripercorrere un itinerario che conduce verso una densa proposta di fede che coinvolga prima di tutto la propria vita e quindi la vita dei suoi educandi.
Per vivere una spiritualità giovanile che tenga conto della fedeltà a Don Bosco, per non cadere nell’avventura spirituale e insieme rispettare le esigenze della novità che deriva dalla società e dal Concilio, ci sembra importante seguire alcune piste:
a) Cogliere il senso dell’angoscia, dell’insicurezza che pongono nuove domande religiose ai giovani d’oggi nei quali l’interesse religioso è solo apparentemente sopito. Essi hanno difficoltà nel socializzare il bisogno religioso che viene scoraggiato. Ma una fede tradizionale e sacrale effettivamente non basta loro, dal momento che non ha più i supporti religiosi, ambientali e psicologici di un tempo;
b) Educare tali domande religiose includendo l’istanza di liberazione e promozione della persona, della comunità umana affinché la religione diventi quel «sistema di significato», non alternativo nell’ambito della società pluralista, ma definitivo e totalizzante al cui centro c’è realmente Cristo, l’Uomo per gli altri e per il Padre, il progetto di «uomo nuovo» che giudica tutti gli altri progetti di uomo ridimensionandoli radicalmente.
c) Entrare nella realtà giovanile con un progetto. Molti giovani sono in crisi perché senza prospettive o senza progetti, concentrati solo sull’immediato. C’è un progetto di Dio sull’uomo e sulla storia realizzato da Gesù Cristo, ed è definitivo, che occorre annunciare e testimoniare com’unitariamente per ricostruire la fiducia e la speranza; un progetto incarnato nella storia che è il corpo di tale progetto.
d) Avere il coraggio della proposta cristiana nella prospettiva della ricerca comune. La proposta deve essere seria e concreta, capace di far vivere con impegno il momento dell’impatto con la stessa in modo da permettere di rifiutarla o di sceglierla. Il coraggio della proposta va congiunto con l’offerta di strumenti critici che aiutino a giudicare ogni proposta alternativa.
e) Vivere l’esperienza cristiana, centrando bene il nucleo fondamentale che è Gesù Cristo, il quale rivela il senso della vita e della storia. Egli è il profeta dei cieli nuovi e della terra nuova. Il recupero dell’ulteriorità di cristo è possibile alimentando forse esperienze di intensa vita di preghiera, mettendo al posto giusto l’Eucaristia, dando rilievo alla conversione-penitenza, al senso della «croce» come realizzazione di sé nel servizio per amore che richiede un continuo decentramento dell’io con la conseguenza che occorre morire per far vivere, amando gratuitamente e universalmente. Una profonda spiritualità non nasce se non in un clima di intensa libertà e responsabilità.
Per l’approfondimento
• La chiave di tutto risiede nell’Incarnazione. Così come Gesù visse la sua esistenza organizzandola attorno al Padre e al Regno, se vogliamo ricostruire educativamente l’esperienza cristiana –la fede e la religione- anche noi dobbiamo ripensarla a partire da Dio Padre (fonte di ogni paternità) e dal Regno della vita /cioè, a partire dai più umili e poveri, dai giovani). È questa una doppia «pro-vocazione» destinata a tutti che ci decentra per pre-occuparci degli altri. Sarà così che l’esperienza cristiana potrà includere vocazioni e risposte plurali relative al mondo in cui ognuno liberamente, accoglie la sfida dell’amore e la fede che Dio ha posto in lui.
• Il Concilio Vaticano II ha creato una nuova immagine di chiesa a cui la nostra spiritualità richiede di essere fedeli. Ricordando che il primo oratorio di Don Bosco era principalmente per i ragazzi che non avevano parrocchia”, che cosa dobbiamo fare per i giovani che non appartengono a una parrocchia o non vogliono appartenere?
Invocazione
Vieni o Santo Spirito,
illumina con la luce della verità
il nostro cammino.
Donaci di confessare, con fede ardente,
Gesù Cristo, Signore e Redentore,
morto e risorto per noi.
Colui che sempre viene.
Egli è il Vangelo della carità di Dio per l’uomo,
della comunione fraterna e dell’amore senza confini.
Egli è il germoglio nuovo, fiorito nei solchi della storia:
da lui solo può maturare il vero rinnovamento
della Chiesa e della società.
Vieni, o Santo Spirito, e rinnova la faccia della terra.
(Giovanni Paolo II)
Bibliografia
Groppo G., Vita sacramentale…, in AA.VV., Il Sistema preventivo tra pedagogia antica e nuova, LDC, 1974.
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SPERARE
e costruire «l’uomo nuovo»
Con il cuore di Don Bosco
Il santo dell’allegria, del gioco, del canto, del teatro, delle feste, non concepisce certo la vita dei giovani come un perenne gioco, anzi. Ecco come i Regolamenti delle case salesiane codificano una spiritualità pedagogica dinamica e concreta: «1. L’uomo, miei cari giovani, è nato per lavorare. Adamo fu collocato nel Paradiso terrestre affinché lo coltivasse. L’apostolo Paolo dice: È indegno di mangiare chi non vuol lavorare. 2. Per lavoro s’intende l’adempimento dei doveri del proprio stato, sia di studio, sia di arte o mestiere. 3. Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società, della religione, e far bene all’anima vostra, specialmente se offrite a Dio le quotidiane vostre occupazioni…6. Ricordatevi che la vostra età è la primavera della vita. Chi non si abitua al lavoro al tempo della gioventù, per lo più sarà sempre un poltrone sino alla vecchiaia, con disonore della patria e dei parenti, e forse con danno irreparabile dell’anima propria. 7. Chi è obbligato a lavorare e non lavora fa un furto a Dio e ai suoi superiori. Gli oziosi in fin di vita proveranno grandissimo rimorso per la vita perduta» (OE XXIX 68-69).
Traccia di riflessione
La speranza “nonostante tutto”
Insieme agli educatori ci sono tanti credenti, uomini e donne, impegnati per la promozione della vita e il consolidamento della speranza. La nostra esperienza di fede scaturisce dalla testimonianza della croce e da una speranza che va oltre ogni umana sapienza. E questo costringe l’educatore ad assumere atteggiamenti, a dire parole e a fare gesti che non riesce più a capire e a condividere chi viaggia solo sull’onda delle logiche correnti. C’è un abisso di ingiustizia che separa alcuni esseri dagli altri; l’abisso infernale dell’ingiusta povertà, soprattutto. Ingiustizia e disuguaglianza, dolore e sofferenza direttamente o indirettamente provocati da alcuni esseri umani su altri, sfortunatamente, hanno molti volti. Di fronte a questo terribile scardinamento della realtà che avvolge la vita umana, non possiamo essere neutrali. Dalla nostra visione cristiana, riconosciamo che dire sì all’umanità più intima e radicale dell’uomo – ai suoi diritti fondamentali- è già dire sì a Dio.
Educare, educarci, per uno sviluppo di ciascuna persona e di tutta la società: per lo sviluppo umano
L’educazione ai diritti umani è educazione all’azione, al gesto, alla presa di posizione, alla presa in carico, all’analisi critica, al pensare, all’informarsi, a relativizzare le informazioni ricevute sia dai giornali che dai media.
È una educazione che deve diventare permanente e quotidiana.
Il Sistema Preventivo e lo spirito di Don Bosco ci chiamano, oggi, a un impegno forte, individuale e sociale, teso a cambiare le strutture della povertà e del sottosviluppo, per farci promotori di sviluppo umano ed educare ad una cultura dei diritti umani, della dignità della vita umana.
Sistema preventivo: esperienza pastorale e spirituale
Nel nostro agire pastorale siamo coscienti dell’unità tra esperienza spirituale (esperienza di Spirito Santo) ed educativo. Una corretta prassi, capace di coniugare i due elementi, riduce notevolmente sia le fughe spiritualiste sia quelle “generico formative”.
È un punto nodale e l’espressione autentica della profezia che viene chiesta alla Famiglia Salesiana.
Il Salesiano vive il “circolo virtuoso della speranza” : «La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5).
Rinnovata scelta di agire sulla cultura e sulla struttura
per aprire a una cultura della vita e per rimuovere le cause (preventività come azione culturale-politico-sociale).
La prevenzione va anticipata il più possibile nel tempo e va estesa necessariamente al livello di “prevenzione primaria”, cioè alle situazioni di generale disagio giovanile. Ciò comporta un intervento che sia:
- di tipo socio-politico, la politica della gioventù, della famiglia, del tempo libero, della cultura, della sanità, dell’istruzione, della sicurezza sociale;
- e di tipo educativo, e non solo sul piano individuale, ma anche su quello sociale, collettivo, cioè su un territorio avente precise caratteristiche socio-culturali.
Per l’approfondimento
• Quali sono le speranze che riempiono il cuore dei giovani d’oggi?
• Cosa significa realmente accogliere la causa del Regno di Dio? Quali caratteristiche di questa causa sono presenti nella mia vita, nella mia comunità, oggi?
• Un autore contemporaneo ha detto che la nostra società “sta fuggendo dal pensiero della morte perché ha paura”. Assumendo la causa di Gesù risorto siamo chiamati a costruire qualità di vita per gli altri e per noi stessi. Quali aspetti della nostra spiritualità dobbiamo far crescere per costruire il Regno di Dio nella vita quotidiana?
• Vi sembra pericoloso parlare di impegno socio-politico e di spiritualità allo stesso tempo? Perché?
Invocazione
Dio di provvidenza infinita,
che hai mandato sulla terra il tuo Figlio
a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze,
sii benedetto per tutti i benefici del tuo amore
che ci sostengono nella nostra esistenza quotidiana;
fÀ che ogni uomo possa godere di un pane gustoso,
di un lavoro giustamente remunerato,
di una casa accogliente e serena;
il tuo Spirito illumini la strada del progresso umano
in una continua ricerca della giustizia e della verità,
nell’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Benedizionale. Per il mondo del lavoro, Preghiera di benedizione)
Bibliografia
Prellezo J.M., Valdocco nell’Ottocento tra reale e ideale. Documenti e testimonianze (1866-1889), Roma, LAS 1992.
10
AMARE
con fedeltà i giovani poveri
Con il cuore di D. Bosco
«Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai, e vi posso accertare che troverete libri propositivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo e che più desideri la vostra felicità. Il Signore sia con voi e faccia sì che praticando questi pochi suggerimenti possiate giungere alla salvezza dell’anima vostra e così accrescere la gloria di Dio, unico scopo di questa compilazione. Vivete felici e il Signore sia con voi.
Affezionatissimo in Gesù Cristo Sac. Bosco Giovanni».
(Il giovane provveduto, Torino, Tipografia Paravia e Comp. 1847, 7-8).
«Nelle prediche e conferenze ci ricordava che il regno di Dio è premio ai poveri di spirito e che era sua missione prediletta occuparsi dei giovani da Gesù tanto amati, specialmente se nella miseria e derelitti. Le sue parole avevano un’efficacia tutta propria perché le vedevamo accompagnate dai fatti. Andava poi dicendo essere lui il capo dei birichini di Torino, e non già per vanagloria, ma per accaparrarsi il cuore dei giovani e attirarli al bene. Si compiaceva di intrattenersi con noi e alcune volte quando veniva dal visitare nobili persone e di alta posizione ci diceva: “Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi”»(MB IV 654).
Traccia di riflessione
A questo punto è giusto porsi la domanda: Come amare con il cuore di D. Bosco oggi e attualizzare il Sistema Preventivo per i ragazzi poveri del nostro tempo?
«L’ “oggi” di Gesù e di Don Bosco continua nella nostra missione educativa: siamo stati consacrati dall’unzione della Spirito per il nostro battessimo e inviati ai giovani per annunciare loro la novità della vita che Cristo ci offre, promuoverla e svilupparla attraverso un’educazione che liberi i giovani e i poveri dalle oppressioni che impediscono loro di cercare la verità, di aprirsi alla speranza, di vivere con senso e con gioia, di costruire la loro libertà» (D. P. Chavez).
La Strenna vuol mettere a fuoco:
- il tema della pedagogia salesiana e del Sistema Preventivo, in particolare; risponde a un bisogno di approfondimento e di formazione per non disperderne la ricchezza.
- il contributo migliore che possiamo offrire per affrontare le immani sfide della Vita e della Famiglia; in questo modo assicuriamo anche il collegamento e la continuità con i due temi precedenti (famiglia e vita).
- l’educazione e promozione dei diritti umani, in particolare dei diritti dei minori, come una via importante per l’inserimento positivo del nostro impegno educativo in tutte le culture.
I diritti del minore
Il diritto primario del minore a vivere, a crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia è un principio che interessa in maniera trasversale tutte le politiche sociali. Esso è diritto costituzionalmente garantito.
L’importanza della famiglia e della centralità del suo ruolo nello sviluppo sociale è quindi un punto strategico anche per l’educazione e le politiche per i minori.
La penalizzante condizione di disinteresse da parte del mondo politico, di cui ha sofferto in passato il pianeta famiglia, si deve principalmente all’influenza esercitata dall’ideologia individualistica che ha messo in crisi la storia, la tradizione e la cultura della società italiana, percepiti come non al passo con i tempi e quindi assolutamente da rivisitare.
Principi fondanti dell’etica e della morale hanno lasciato il posto ad estemporanee ricette di comportamento: i genitori si sono trovati “spiazzati” nel loro ruolo di educatori a causa di un malinteso concetto di libertà e reciproco rispetto che ha contribuito all’anarchia nei rapporti tra genitori e figli, alla smarrita definizione di doveri e diritti, ad una cultura edonistica ed individualistica che è parsa sempre più rappresentare l’unico modello valido.
Di questo fenomeno la politica è stata, al tempo stesso, causa ed effetto: causa per non aver saputo cogliere l’esatta portata della crisi per poi affrontarla con azioni efficaci; effetto per averne piuttosto subito, così esaltandoli, gli effetti negativi.
Il sostegno alla genitorialità
Richiamando un concetto già espresso e ribadendo il diritto dell’infanzia alla crescita nella propria famiglia, si vuole evidenziare che è compito delle Istituzioni attivare sul territorio tutte le risorse al fine di una reale applicazione di questo principio; ciò significa che gli operatori che agiscono in questo settore non solo devono verificare le condizioni familiari e le carenze, ma attivare misure di prevenzione, di contrasto, di aiuto e di sostegno all’indigenza.
Il sostegno della maternità e della paternità può essere integrato da facilitazioni nei contratti di lavoro da attuarsi in primo luogo da parte degli Enti locali: aiuti diretti alle madri che scelgono di non riprendere il lavoro nei primi tre anni di vita del bambino, assegni ai familiari che svolgono assistenza post-partum, contratti part-time per familiari che si sostituiscono ad assistenti ospedalieri o domiciliari, aiuti infine a quei genitori che si trovano (separati, vedovi, abbandonati) soli ad affrontare la crescita dei figli.
Il sostegno alla genitorialità da parte delle Istituzioni si rende principalmente necessario quando la famiglia entra in crisi ed in particolare nella fase della separazione.
Sostenere la genitorialità inadeguata
Fino ad oggi la famiglia giudicata inadeguata o inidonea è stata completamente abbandonata a se stessa e sostanzialmente punita con l’allontanamento dei figli senza una precisa politica di “prevenzione, cura e recupero”. È assolutamente necessario ridurre i casi di abbandono dei minori attraverso una campagna di sensibilizzazione sull’importanza del patrimonio che questi ultimi rappresentano e attuare una prevenzione radicalizzata nel metodo e nell’impostazione. Madri e padri che trascurano e maltrattano i figli spesso sono a loro volta vittime di violenze subite, di degrado o sottocultura. Sono situazioni che vanno analizzate con spirito attento e mai punitivo. È auspicabile che si possa offrire a questi genitori forme di sostegno affettivo, sensibilizzando le loro famiglie di origine, offrendo vie d’uscita con una assistenza diretta al cuore del problema. Strumenti efficaci sono le forme di “affido familiare allargato” che affiancano alla funzione di cura del minore quella di sostegno dei suoi genitori. Si tratta di progetti sperimentali che vedono nella rete associativa di famiglie il principale protagonista. Una famiglia che si faccia carico di un’altra famiglia è la realizzazione di una piena solidarietà.
Le priorità
Nel Documento predisposto dall’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza si afferma che ”il futuro di una società è legato alla sua capacità di rinnovarsi continuamente per rispondere ai nuovi bisogni emergenti e per realizzare il costante progresso dell’umanità. Questo rinnovamento non può che essere il compito delle nuove generazioni; ma un giovane può progettare, costruire, rinnovare solo se è una personalità libera e critica. Compito precipuo dell’educazione è appunto quello di garantirne le condizioni.
Le Istituzioni che hanno competenza sulla tutela dei diritti dei minori, in collaborazione con la società civile, devono assicurare che:
- ogni bambino possa crescere in una famiglia, nel rapporto positivo con adulti e con il coinvolgimento di altri ambienti educativi e ricreativi a lui adeguati;
- ogni adolescente possa sviluppare ed esprimere la sua personalità ed ottimizzare tutte le proprie risorse e capacità, essendo posto dalla sua famiglia e dalla società tutta in condizioni per poterlo fare”.
Sono stati individuati due principi condivisi che sottendono a qualsiasi azione di attuazione in tal senso:
a) la valorizzazione della famiglia come comunità educante;
b) la ricerca di strumenti di rafforzamento della protezione dei minori da ogni forma di violenza: protezione da intendersi nella sua triplice accezione della prevenzione, della tutela e del recupero del soggetto in età evolutiva in difficoltà.
La tutela del minore nel campo educativo, lavorativo e del tempo libero
Le politiche educative e sociali devono riconoscere e valorizzare le azioni e gli interventi per bambini e adolescenti, in cui essi:
a) possano fare esperienze relazionali buone nel tempo dedicato alla socialità e allo sviluppo di interessi;
b) abbiano riconosciuto il loro diritto all’educazione, qualunque sia la loro condizione di partenza;
c) abbiano una offerta di percorsi educativi-formativi adeguati alle attitudini e capacità di ciascuno;
d) siano coinvolti in interventi mirati di tipo educativo qualora si manifestino potenziali forme di disagio e rischio di emarginazione sociale.
Il diritto allo studio comporta anche il diritto ad un’esperienza scolastica di qualità.
Di conseguenza, è imprescindibile l’arricchimento delle risorse tradizionali della scuola attraverso l’attivazione di relazioni con istituzioni e risorse esterne alla scuola (l’Ente locale, l’associazionismo, la agenzie sportive, musicali, …), per la promozione di esperienze formative efficaci sia sul piano dell’apprendimento (e della lotta all’insuccesso scolastico) sia sul piano della valorizzazione delle capacità personali.
Ogni adolescente ha diritto ad avere un percorso educativo-formativo adeguato alle proprie attitudini e capacità, tenendo conto altresì che situazioni di difficoltà socio-familiare possono aver pesantemente disturbato l’inserimento positivo in tali percorsi.
Nel rispetto delle competenze del sistema formativo, occorre verificare di quali soggetti educativi non scolastici è necessario l’apporto per attivare percorsi formativi personalizzati che tengano conto delle specificità del soggetto e per creare le condizioni didattiche e logistiche tali da consentire a tutti di fruire a pieno titolo delle opportunità formative.
Occorre inoltre incentivare l’orientamento scolastico e professionale come una reale possibilità per tutti gli adolescenti e le loro famiglie di essere messi in grado di riconoscere il percorso educativo e formativo più utile allo sviluppo delle proprie potenzialità.
Il tempo libero per i preadolescenti e gli adolescenti deve essere vissuto, perciò, in un contesto ricco di proposte e non povero di sfide. Una situazione di “povertà espressiva” di tali spazi organizzati, infatti, non favorisce che il tempo sia esperito come evoluzione positiva della propria esperienza di socialità.
Occorre potenziare le azioni educative affinché tale tempo:
a) non sia origine di comportamenti rischiosi nella inevitabile ricerca di stimoli e di nuove esperienze da parte degli adolescenti;
b) non ristagni dentro l’assenza di creatività e di sviluppo di capacità appropriate.
Nel prospettare il potenziamento dei servizi nel campo educativo-animativo e informativo-culturale occorre favorire una proposta di tali servizi che favorisca libere aggregazioni di adolescenti e giovani e che potenzi centri spontanei di aggregazione, in modo che le ragazze e i ragazzi diventino protagonisti del loro tentativo comunitario e non semplicemente fruitori di un servizio precostituito, favorendo in tali contesti la presenza di figure educative accolte e non tollerate, non solo adulte ma anche giovani in età superiore.
Nel progettare azioni in questa area non ci si può dimenticare del fenomeno sempre più diffuso della “strada” e della “piazza” come luogo abituale di incontro spontaneo per gli adolescenti e per i giovani.
Occorre affrontare tale fenomeno come “risorsa” e non associarlo meccanicamente a situazioni di rischio, di disagio, di abbandono, di incipiente trasgressione. È necessario pertanto che tali luoghi diventino “luoghi progettuali”, di incontro nelle forme più spontanee possibili e punto di partenza per libere aggregazioni e sviluppo di interessi.
Per l’approfondimento
Monitorare l'abbandono scolastico nel territorio ed individuarne le cause;
• Mappare il territorio sulla base dell'abbandono scolastico;
• Individuare le tipologie di lavoro minorile e i settori economici che fanno più ricorso al lavoro dei ragazzi;
• Classificare la pericolosità dei settori che usano lavoro minorile;
• Individuare le caratteristiche dei nuclei in cui maggiormente si verifica l'abbandono scolastico;
• Individuare i diversi ruoli assunti, di volta in volta dalla famiglia, dalla scuola e dalla situazione socio economica.
Invocazione
Tu sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi
Per imparare l’amore vero
E per camminare nella gioia e nella forza della tua carità,
lungo il cammino della nostra via faticosa,
fino all’incontro finale con te amato,
con te atteso, con te benedetto nei secoli (Paolo VI)
Bibliografia
Cameroni P.L. D.Bosco, un cuore che vede, Torino, Elledici, 2007.

