«Voci dal muretto»
Giacomo Ruggeri
(NPG 2002-05-45)
«Scusi Padre: ma che ci fa lei in un luogo come questo!?
Qui non c’è una chiesa, non si prega…
Qui si canta, si balla, si recita, si va in onda, si fa promozione.
Sa cosa le dico, invece: pensandoci bene, credo proprio che
una presenza «dall’alto» non ci sta male!!
Tra poco iniziano le prove dei cantanti; al termine della loro esibizione, dietro il palco,
potrà conoscere gli artisti e parlare con loro». (Festival di Sanremo, 2002)
Dire giovani, significa dire anche musica. Musica commerciale, musica pop, musica rock. Giovani che camminano per la strada, prendono la metro, vanno in motorino: gli auricolari delle cuffie alle orecchie, sono oramai un accessorio presente nel kit dell’abbigliamento giovanile.
Si ascolta musica perché piace, perché si canticchia mentre si cammina, si passeggia. Si ascolta musica con gli auricolari, anche, per non ascoltare i mille rumori della città; e se dici «scusi» ad uno di loro per averlo colpito accidentalmente con la spalla, neppure sente.
Questo numero di NPG «Voci dal muretto» è, per cosi dire, special.
A due mesi dalla conclusione del Festival di Sanremo, cerchiamo di analizzare (parola forse ardita!) la kermesse più famosa, ascoltata, vista, criticata, snobbata del palcoscenico televisivo nazionale.
Educare il cuore con le note
Si dice che la musica sia musicare le parole del cuore. Gli artisti che hanno preso parte alla 52° edizione del Festival hanno fatto loro questa espressione, cercando di mettere in musica i sentimenti e le emozioni che animano il cuore di ogni uomo. Primo fra tutti a vincere è l’amore. Gli affetti, il sentirsi amati e il desiderio di amare, fanno la voce da padrone. Come il «Cuore mio» di Mariella Nava, che batte per cose piccole e importanti e si spende in quelle grandi. Come il cuore di tanti adolescenti e giovani che incrociamo nelle vie della vita: quando i sentimenti vengono vissuti con trasparenza e serenità, lo stile della loro vita assume dei connotati particolari e netti. Sono loro stessi a dirlo; come Giorgio di La Spezia, giovanissimo tra tanti, che stava assiepato davanti al Teatro Ariston per incrociare con l’occhio il suo idolo: «I cantanti riescono ad esprimere ciò che ogni ragazzo e giovane come me si porta dentro. Una canzone, sembra ridicolo, ti aiuta tanto: serve per riempire il vuoto di un amore deluso; aiuta a prendere coraggio nel farsi avanti con una ragazza; fa da sfondo a tante storie d’amore. Sono qui perché vorrei dire loro grazie, perché scrivono dei testi nei quali ci riconosciamo e ritroviamo».
Dio… tra le note!
La testimonianza di Giorgio è significativa. Sussidi per giovani, libro-campo per Grest estivi, schede di lavoro per animatori: sono alcuni esempi dove ritroviamo spesso e volentieri testi di canzoni, a volte come commento all’argomento in questione, altre volte come testo-analisi per il messaggio che propone. Una prima critica che possiamo avanzare (nessuno ce ne voglia) è la presenza, a volte secondaria, del testo evangelico. Il più delle volte posto alla fine. Ma, a onor del vero, la tematica fede, la dimensione religiosa, dietro le quinte o, per essere corretti, nel backstage del palco dell’Ariston è stata presente: si è parlato di Dio, di preghiera. Forse la presenza di un sacerdote è stata da facilitatore? Per motivi di contratto, di par condicio, di tolleranza, sembra che il termine Dio sia rimosso, messo da parte, davanti alle telecamere o in conferenza stampa. Ed invece non è così; dipende molto dall’artista e dal cantante dargli luminosità o meno. Alla domanda provocatoria che a volte veniva rivolta: ma Dio nelle canzoni, viene usato come termine che fa rima con mio, addio, ecc…?! Ecco alcune risposte in merito alla provocazione:
«Noi andiamo in parrocchia, prendiamo parte al gruppo dei giovanissimi. Siamo credenti e praticanti. Per noi la fede ha un ruolo importante. Dio per noi non è un porta fortuna». (Gazosa)
«Come i miei componenti del gruppo, anch’io ho avuto una educazione religiosa. Ho due bambini e li mando a scuola dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ammetto che dovrei essere più presente nella loro vita; come padre devo fare di più. Dio nelle nostre canzoni più di una volta è ritornato, nel senso musicale. E per essere sincero, ritorna ogni giorno con il dono della vita». (Giancarlo, dei Matia Bazar)
«Con noi sfondi una porta aperta: Dio nella nostra vita è più che presente; l’arrivo di nostro figlio Lorenzo (due anni per la cronaca), è un segno della presenza di Dio nella nostra famiglia. Il nostro matrimonio è stato celebrato da un don nostro amico, impegnato nel mondo della Caritas, degli ultimi, un prete che ci crede, capace di testimoniarti la bellezza di Dio. Andiamo a Messa, anche se ci rendiamo conto, che un bimbo piccolo in chiesa può essere di disturbo». (Vittoria Belvedere e Vasco V., suo marito)
Persone più` che personalità
Gli artisti e i cantanti sembra che appartengano ad un altro pianeta. Sono delle personalità, delle celebrità, dei volti noti, delle star.
Sono delle persone e come tali vanno capiti, ascoltati, incontrati. Certo che il mondo dove si trovano a vivere viaggia su binari molto veloci e, a volte, pericolosi: il successo a tutti i costi, il denaro facile, l’immagine da salvaguardare, la vita privata messa da parte, avere un popolo di fans. Gli adolescenti e i giovani, credenti e non, della parrocchia o meno, si rifanno a queste figure, ai cosiddetti «miti, idoli».
Come un cantante vale se ha qualcosa di bello e profondo da raccontare, così una persona si sente pienamente se stessa quando fa della propria vita qualcosa di prezioso, grande. Numerosi testi delle canzoni dell’edizione 2002 sono autobiografici o biografici. Pochi testi sono stati scritta da terze mani.
Aiutare i giovani a scrivere la loro vita con le proprie mani, è uno dei capisaldi dell’educazione. La chiesa, che vede e percepisce «i giovani come talento posto nelle proprie mani», sente tutta la responsabilità di offrire ragioni di vita e speranza alle nuove generazioni. Numerose volte abbiamo trovato scritto e sentito affermare che i Santi sono stati dei cantori di Dio: con la loro vita hanno musicato le parole di Gesù di Nazareth, uomo e figlio di Dio, amante del ricco e del povero, senza distinzioni di persone.
Educare vuol dire dunque non smettere di scrivere parole di vita e note di fiducia nel pentagramma dei giovani: la loro giovinezza, la freschezza della vita, il desiderio di scelte radicali e di qualità. Educare significa, inoltre, non produrre «proposte commerciali» (richiamando il linguaggio musicale): quante canzoni sono sul mercato per una sola estate o meno ancora, a volte per un mese circa e poi cadono nel dimenticatoio. La fede non è un cd di canzoni che rispondono alle esigenze del momento. La fede guarda avanti, con i piedi dell’oggi; il Vangelo non ha nulla da vendere, da promuovere. La sua immagine, per il mercato di oggi, pare non essere vendibile, non si trucca. Mostra i volti veri di gente semplice come i poveri, gli emarginati, i pidocchiosi e smaschera le facce ambigue ed ipocrite.
Il Vangelo non si svende perché non è una moda passeggera: attraverso la musica, però, si canta il messaggio del Cristo all’uomo di oggi. Un messaggio esigente, che fa riflettere: testi e melodie vanno ascoltate e riascoltate più di una volta. Il Vangelo, musica per la propria vita. All’uomo viene chiesto di essere strumento che continua a far suonare una musica scritta duemila anni fa.

