Scheda pastorale "Il quotidiano, vivere nella compassione"



    A cura di Giuseppe Morante

    (NPG 1999-06-27)


    La liturgia del tempo ordinario invita a tradurre nella quotidianità della vita le verità della fede celebrate nel mistero e proclamate con la Parola. In questa prospettiva l’esperienza umana della «com-passione nella vita di relazione» può anche essere interpretata come «vita vissuta con passione» nei segni dell’amore e della carità che sono le costanti della testimonianza.
    Questo può portare i credenti a prendere coscienza che è importante il «festivo» nella nostra vita di fede, ma la fede non è come un abito che si mette solo nella festa; è piuttosto un vestito quotidiano, perché la verità che è conosciuta (catechesi), deve essere professata e celebrata (liturgia) e deve essere testimoniata (vita quotidiana).

    Per la riflessione catechistica

    Il «quotidiano vivere nella compassione» è visto dalla catechesi come un aiuto a non separare il festivo dal feriale, il sacro dal profano. Distinguendo, nella storia della propria vita e in quella dei fratelli a cui si è legati, i momenti (diacronici) dell’esperienza di relazione, il credente viene educato a farne personalmente una sintesi (sincronica) nella propria fede, che viene vissuta quotidianamente in una visione di «riconciliazione recettiva e attiva»; che in fondo rimanda al senso umano della conciliazione avuta e non ridonata della parabola. Oltre a questa visione che ci viene dal vangelo non c’è altra possibilità di salvezza come rapporto filiale con Dio. Perciò la riflessione catechistica evidenzierà questi punti:
    * un primo passaggio indica che la «com-passione», come atteggiamento di fede, è saper riconoscere il bisogno dell’altro e soddisfarlo, per la fedeltà al nostro essere figli di Dio. È un bisogno che qualcun altro ha già soddisfatto nei nostri confronti;
    * un secondo passaggio presenta la «com-passione» come un rapporto di vera giustizia perché quello che viene fatto a noi dovrebbe essere sempre restituito agli altri;
    * un terzo passaggio precisa che la «com-passione è anche una conseguenza pratica del nostro rapporto con Dio con cui chiediamo di essere riconciliati, e che suppone il riconoscere davanti ai fratelli i propri errori e chiedere loro che non ce ne presentino il conto;
    * un ulteriore passaggio sulla «com-passione» come proprio modo di fare e di essere con gli altri riflette non sul nostro interesse o capacità di sfruttamento degli altri, ma la pazienza dell’attesa, cioè il con-patire, con-soffrire con gli altri.

    Per la celebrazione liturgica

    In relazione a momenti della celebrazione (messa, sacramenti, tempo liturgico) a cui il credente prende parte, la pastorale liturgica evidenzia sostanzialmente due cose da chiarire e da vivere in prospettiva: il significato attuale del «memoriale» (cioè il sincronico che diventa memoria attualizzata di un evento salvifico) e il senso del tempo in rapporto alla salvezza umana (cioè il diacronico in cui il credente rivive e rende «storico» il messaggio celebrato). La chiesa celebra il mistero perché lo vive, e prima ancora lo vive perché ha il potere effettivo di renderlo presente celebrandolo. Perciò le messe domenicali del tempo ordinario sono come un pregare la vita; nel nostro caso quella vita di relazione che il cristiano costruisce in una comunità. Perciò la pastorale liturgica, attraverso l’esplicazione cosciente dei riti celebrati, evidenzia:
    * i segni del «perdono» e della «riconciliazione» (inizio della messa): vanno messi in una chiara luce ricordando – attraverso monizioni ben predisposte – il significato del nostro rapporto con Dio e con i fratelli; rapporti spesso ritmati da contrasti, offese e «debiti» irrisolti;
    * l’omelia richiamerà spesso il nesso della vita cristiana di relazione col significato di questa parabola, evidenziando che il nostro rapporto con Dio verrà misurato sulle modalità del nostro rapporto col prossimo;
    * si metterà spesso ben in risalto (all’inizio della preghiera del Padre nostro) il versetto che ci mette davanti a Dio, come a colui a cui chiediamo di essere perdonati nella misura in cui noi sappiamo perdonare a chi ci fa del torto;
    * si potrà, poi, di tanto in tanto, nelle messe ordinarie, descrivere modalità sempre diverse dei gesti dello scambiarsi il segno della pace, precisando di volta in volta qualche evento o fatto specifico della vita della comunità locale o della comunità mondiale;
    * in ultimo, è sempre fondamentale richiamare il significato del «fare la comunione» con il corpo di Cristo, che deve costituire il vero impegno nella vita di essere in comunione con tutti, compresi quelli che con noi sono i più distanti...

    Per la testimonianza

    Il celebrare la «com-passione» allora creerà a poco a poco nel credente la coscienza di quella unità (sincronica) che porterà a comprendere (e diacronicamente vivere) la grandiosità della vita di relazione come «patire-con»... nella vita quotidiana con le persone con cui abbiamo sempre a che fare. Allora il «vivere con passione» il quotidiano comporterà tradurlo in azione nel tempo e nello spazio in cui si svolge la vita umana e in cui si continua l’efficacia della «salvezza di Dio». La «com-passione», da tempo di attesa, diventa tempo di realizzazione (o di non realizzazione):
    * nei segni di non com-passione: tentativi di vendette, di ritorsioni, di ricatti. Si tratta cioè di esemplificare, attraverso una efficace descrizione, queste situazioni umane che si vivono nel quotidiano, ma di cui crediamo di esserne immuni, gli atteggiamenti di poca com-passione, o di non com-passione cristiana;
    * nei segni di non relazione: la tristezza di appartarsi, la tentazione di sottrarsi agli amici che hanno bisogno, il ripiegarsi su se stessi manifestando mancanza di fiducia negli altri. Si tratta di evidenziare, con esempi concreti, che anche questa dimensione «egocentrica» (che spesso si fa anche egoistica), ci priva di quella esperienza di amore profondo che nasce da una relazione che ci riconcilia con il prossimo;
    * nei segni di sopraffazione (ingiustizie, prepotenze, violenze contro chi è più debole, ecc.) che sono esattamente il contrario della com-passione e che pure costituiscono una esperienza triste del vivere quotidiano personale e comunitario.