La responsabilità la scelta del bene e del male



    Carmine Di Sante

    (NPG 1999-02-38)


    Uno dei temi più ricorrenti del tempo quaresimale, tempo di conversione in cui all’io è annunciata la possibilità del ri-cominciamento o ri-inizio in ogni istante, è quello della tentazione o della prova.

    La tentazione

    Nella bibbia due sono i racconti esemplari della tentazione: quello del capitolo terzo della Genesi, dove Dio prova Adamo, l’Uomo originario, attraverso la voce metaforica del serpente, e quello di Gesù nel deserto dove, secondo i vangeli sinottici, lo Spirito lo conduce «per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1).
    Questi brani vengono letti ambedue nella prima domenica di quaresima e, nella bibbia e soprattutto nella tradizione cristiana, rivestono un’importanza particolare: perché il racconto della Genesi, incentrato su Adamo, è la pagina esemplare della prova mancata o tentazione acconsentita, mentre quella dei Sinottici, incentrata su Gesù, è la pagina esemplare della prova riuscita o tentazione superata; ma soprattutto perché, nella intenzione narrativa del Nuovo Testamento, il racconto della tentazione di Gesù è presentato come il capovolgimento della tentazione di Adamo. Per il racconto neotestamentario, Gesù riesce là dove Adamo, il primo Uomo o l’Uomo originario, è venuto meno. Per questo egli è il «Secondo Uomo» (1 Cor 15, 47) o il «Nuovo Adamo» (1 Cor 15, 46): non nel senso che viene dopo l’Uomo Originario e lo sostituisce, bensì nel senso che agisce diversamente da come ha agito l’Uomo Originario e, così agendo, lo ricostituisce.
    Il racconto di cosa fa l’Uomo Originario è noto: «Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male... Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti dell’albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto. Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile, per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» (Gn 2, 7-9; 3, 1-7).
    Nella tradizione cristiana e nella cultura occidentale nessun testo come questo, noto come racconto del peccato originale, ha avuto tanto fascino e rilevanza, non solo sul piano teologico ma anche su quello storico (si pensi ad esempio alla rottura tra Lutero e Roma); ma, nello stesso tempo, nessun testo come questo ha suscitato polemiche ermeneutiche a non più finire, e subìto letture infantili da rasentare il ridicolo.

    La possibilità di negare Dio

    Il Tu di Dio alla cui presenza Adamo, l’Uomo Originario, si scopre e si comprende è il Dio donatore, che gli regala un mondo a misura dei suoi sogni: «Il Signore Dio piantò un giardino in Eden... e fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare»; ma contemporaneamente è anche il Dio legislatore, che gli regala tutto nella modalità del comandamento: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».
    Il comandamento è la «forza» con cui Dio opera nella coscienza umana; una «forza» però paradossale che si nega proprio come «forza», perché, istituendo l’io come de-cisione, nel senso di recisione dei legami col passato, Dio si consegna alla sua libertà, esponendosi alla possibilità del misconoscimento. Per la bibbia, la mirabile grandezza dell’uomo è nel dover aderire a Dio liberamente, perché Dio non si serve di lui come sua mediazione naturale (allo stesso modo, ad esempio, che si serve della gatta per nutrire il gattino), bensì lo istituisce come altro da sé al quale si affida. Dover dire di sì al Bene liberamente, e non potersi sottrarre alla colpa quando questo libero sì viene a mancare: questo è il segreto e il dramma della coscienza etica, la dimensione ultima e radicale dell’umano. La coscienza etica è coscienza altra dalla coscienza psicologica, che consiste nel sapere dell’io dei suoi vissuti, e altra dalla coscienza filosofica, che consiste nel sapere dell’io della totalità cui appartiene, ed è disvelamento di un sapere altro dal sapere e nuovo sapere che consiste nel sapersi dell’Io vincolato al Bene liberamente. A differenza dell’inglese e della tedesca, la lingua italiana non ha un termine specifico per dire la coscienza etica ed è costretta a ricorrere al termine generale di coscienza per poi qualificarla come «etica» o «morale»: con il rischio che, se manca un sufficiente senso critico, se ne faccia una modalità della coscienza psicologica o filosofica invece che la sua messa in crisi.
    La pagina del cosiddetto peccato originale dispiega narrativamente, attraverso la figura della tentazione, rappresentata dal serpente, la coscienza etica che si nega a Dio e si fa colpa.
    Il primo passo del tentatore, o la prima significazione della tentazione, è di insinuare il dubbio di legittimità sul comandamento: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Il serpente introduce il sospetto che quello che Dio ha detto non appartiene all’ordine della verità ma dell’inganno, per cui cadrebbe l’obbligo di obbedirvi (è questa la posizione dei «maestri del sospetto», per i quali gli imperativi etici sono il prodotto dei condizionamenti che ingabbiano l’io come super-io!). E quando la donna risponde confermando il dettato divino («Dei frutti dell’albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»), allora, al dubbio di legittimità, il serpente fa seguire quello sulla sua intenzione reale di bontà. Dubbio ancora più radicale perché insinua che di Dio non ci si può fidare e che, anche se avesse dato davvero il comandamento, questo non sarebbe l’espressione della sua Volontà di Bene, ma della sua invidia della felicità umana: «Non morirete affatto. Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi...». Il primo significato della tentazione è di disvelare all’io, liberato dal comandamento, che l’adesione al Bene non appartiene all’ordine della necessità ma della possibilità, e che essa può essere negata dalla libertà umana.

    Colpa e sofferenza

    Il racconto prosegue precisando che: «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile, per acquistare saggezza». Di qui la seconda significazione della tentazione: che non disvela solo la possibilità dell’uomo di negarsi al Bene, ma è la messa in scena della persuasività o attrazione che essa esercita sul soggetto umano: «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile». Dire di no a Dio è una possibilità appetibile, che appartiene all’ordine del desiderabile: «gradito agli occhi». Contrariamente a quanto vuole la tradizione classica per la quale il Bene, nel senso di ciò che è bene, attrae e attira come il bello (la definizione aristotelica di bene è «tutto ciò che tutti desiderano»), per la bibbia il Bene, inteso come Volontà di bene, non attrae né attira ma si rivolge alla volontà attendendone l’acconsentimento. Più che il bene, ad attirare e attrarre, per la bibbia, è il male: perché il male si iscrive nell’ordine del desiderabile, mentre il Bene nell’ordine della decisione e della responsabilità. La seconda significazione della tentazione, quindi, è di disvelare il potere attrattivo che il male, negazione del Bene, esercita sulla libertà umana, e che a Dio non si aderisce spontaneamente, come l’amata all’amante o la cerva assetata all’acqua, ma responsabilmente, attraverso il no alla possibilità di dirgli di no.
    Il terzo livello di significazione che il racconto biblico esplicita è il passaggio dall’ordine della possibilità a quello della realtà: «Allora la donna... prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito... e anch’egli ne mangiò». La donna, figura dell’umano, non solo sente come desiderabile la negazione del comandamento, ma di fatto lo nega, scegliendo la disobbedienza. La storia del peccato originale è soprattutto la storia di questa disobbedienza agita che si fa contagio: «Eva poi ne diede anche al marito, e anch’egli ne mangiò».
    Ma il racconto della tentazione prosegue descrivendo con due metafore scarne ciò che consegue alla negazione del comandamento: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi». Negando il comandamento, gli occhi di Adamo ed Eva si «aprono» e scoprono di essere «nudi». La tentazione acconsentita non apre gli occhi sulla felicità, ma li dischiude semplicemente sulla propria nudità: non più la nudità originaria, di cui parla Gn 2,25 («Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna»), simbolo dell’ordine ontologico realizzato, ma la nudità segno della relazione tradita e della vergogna in cui si esprime: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’. Rispose: ‘Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto’» (Gn 3, 9-10).
    È qui che il racconto della tentazione raggiunge il suo livello di significazione più profondo: svelare e denunciare che l’esistenza umana è libera vocazione al Bene, e che dietro la storia di fallimento della storia dell’umanità non c’è né la legge di natura né la volontà divina ma la colpa umana. Opponendo alla storia dell’Adamo originario che soccombe alla tentazione la storia di Gesù che vi resiste, il racconto biblico annuncia però il superamento della colpa e, in Gesù, riapre lo spazio della responsabilità come obbedienza al Bene.