Harvey Cox
(NPG 1977-04-47)
Nella nostra società sta facendosi strada una nuova religione. Si tratta della religione diffusa dai mass-media.
Capisco che l'uso del termine «religione» per indicare il contenuto delle trasmissioni televisive e dei settimanali può ingenerare confusione. Pensiamo infatti che i mass-media siano mezzi d'informazione o di svago e siamo oggi abituati a distinguere nettamente «religione» da un lato e notizie, divertimenti o pubblicità dall'altro. Ma queste distinzioni hanno ormai perduto qualsiasi valore. Veramente, la «religione ecclesiastica» della nostra attuale società occidentale può essere abitualmente distinta dalle nostre istituzioni commerciali, artistiche e politiche. Ma il nostro è uno schema piuttosto insolito. Le popolazioni che non conoscono la scrittura e le società tradizionali raramente presentano un insieme di attività «religiose». Per gli antichi ebrei come per gli esquimesi d'oggi, distinzioni del genere sono prive di significato. In quasi tutte le culture, la religione non è un fenomeno a parte, è parte integrante della cura dei malati, dell'agricoltura, della istruzione, della caccia, del morire e del generare. Solo nell'Occidente industrializzato abbiamo riservato il termine «religione» per indicare ciò che si fa ín chiesa, nella sinagoga e nella moschea. Ma anche questo atteggiamento sta mutando. Gli studiosi incominciano a riconoscere che non è possibile esaurire «il religioso» in ciò che si fa in chiesa come non si può riservare il termine «istruzione» a ciò che si fa a scuola oppure «sanità» alle cure mediche negli ospedali. In gran parte l'istruzione e la cura della salute si sviluppano tra genitori, figli, famiglie e amici ben lontano dal portone della scuola o dell'ospedale. La stessa cosa vale per la religione. Si sviluppa attorno a noi di continuo.
La religione è più ampia e più diffusa delle chiese. In nessun ambito questo fatto è più evidente che nella storia della esistenza personale, nella memoria collettiva, e nel contenuto dei mass-media. Quando, per esempio, prendiamo in considerazione la nostra storia personale o quella di un'altra persona, compresa l'attività onirica e fantastica, diventa immeditamente chiaro che stiamo muovendoci in un ambito religioso. E per quanto uno faccia professione di irreligiosità o di «secolarismo» immediatamente ritorna ad essere una creatura capace di miti e di simboli non appena s'addormenta e sogna. I nostri racconti intimi sono saghe popolate di mostri, di spiriti, di voli magici, di ordalie sanguinarie, di violenza e passioni ancestrali. La stessa qualità religiosa dell'epica con i suoi eroi, demoni, e pulsioni primordiali, emerge nella coscienza di gruppo delle comunità umane e trabocca dai mass-media. Come racconto o segnale o come una mescolanza dei due, la religione ci circonda. Ma se dobbiamo evitare l'angusta riduzione occidentale del significato di «religione», che cosa poi significa questo termine?
RELIGIONE COME SALVEZZA
«Religione» è quell'intreccio di memorie e miti, speranze e immagini, riti e abitudini che portano l'intera vita di una persona o di un gruppo ad essere un tutto significante. L'insieme non ha bisogno di essere un che di sistematico anche se i teologi dedicano un sacco di tempo a renderlo tale. Una religione può essere creativa o demoniaca, teistica o no, vissuta con piena consapevolezza o con un barlume di coscienza, statica o dinamica, spontanea o imposta, può essere un racconto o un segnale. In ogni caso, essa dà coerenza alla vita, fornisce un sostrato di significati, conferisce unità agli eventi umani e orienta le persone sul piano decisionale. Religione, come indica la radice latina, è ciò che «lega» insieme.
Ogni religione ha tre componenti identificabili. In primo luogo ci dice da dove veniamo e per conseguenza spesso ci dice che cosa non va in noi e come ci siamo arrivati. I teologi chiamano questa parte della religione «miti delle origini, creazione e caduta». In secondo luogo, le religioni tengono viva una sorta d'ideale possibilità per l'umanità. Danno corpo alle condizioni della salvezza o del satori o del nirvana. Rappresentano ciò che significa esser pienamente salvati o liberati e talvolta questo ideale viene personificato attraverso santi e uomini spirituali. In terzo luogo, la religione ci insegna come uscire dalla nostra condizione decaduta ( malati, alienati, perduti, prigionieri) per esser quel che possiamo essere o dovremmo essere o già saremmo se solo lo sapessimo. Questi sono i «mezzi di grazia».
MASS-MEDIA COME SALVEZZA?
Tenendo presente questa definizione, diventa ora più facile vedere perché io penso che anche il fascio di segnali dei mass-media può esser ritenuto un fatto religioso. Gli spettacoli televisivi e la pubblicità dei rotocalchi pullulano di miti e di eroi. Orientano le nostre scelte, modellano le nostre conoscenze, ci offrono modelli di comportamento. questo che fa della cultura dei mass-media un fenomeno «religioso»? A mio avviso non si può spiegare diversamente la sua presa sulla gente. I suoi predicatori ci dicono qual è il nostro male: abbiamo le ascelle sudate, l'alito cattivo, la biancheria grigia e una vettura sorpassata. Ci mettono sotto gli occhi i modelli di una santità superiore: individui felici, aitanti, sessualmente prestanti, uomini liberi, audaci, competenti, affascinanti. Questi nuovi santi sono stati evidentemente salvati o sono sulla strada della salvezza. E i mezzi sacramentali della grazia che hanno il potere di sollevarli dalla perdizione sono alla tua portata, alla portata di tutti – saponi, deodoranti, vestiti, pillole, automobili. E se, a dispetto della nostra fedeltà all'uso di tali sacramenti, abbiamo l'impressione di non raggiungere la beatitudine promessa, non importa: la salvezza deve esser l'impegno di un'intera esistenza. La cultura del mass-media è una religione, ed è ben difficile uscire dal suo santuario.
Taluni critici lamentano l'uso allargato del termine «religione» perché ingenererebbe confusione scavalcando l'uso comune del termine. E richiamano il fatto che noi adoperiamo la parola
«religione» per designare quel che si fa in chiesa o per descrivere la fede in un essere soprannaturale. Allargarne l'uso, così pensano, vuol dire seminare confusione.
Ma sicuramente questo uso ristretto del termine «religione» crea una maggior confusione. Ci rende ciechi di fronte al fatto che noi viviamo oggi in mezzo a religioni che gareggiano e a sistemi di valori e che siamo costretti da questo conflitto di divinità a fare delle scelte che preferiremmo evitare. Se non riconosciamo alle immagini dei mass-media un carattere e un valore religiosi, lasciamo che ci condizionino in maniera inconscia proprio quando le rimuoviamo giudicandole insignificanti. Non siamo così capaci di rilevare che i modelli di comportamento che i mass-media ci propongono spesso sono in aperta contraddizione con i fini che il cristianesimo celebra. Collocando «religione» e «mass-media» in due ambiti separati, pensiamo di evitare scelte faticose, ma sta di fatto che tutt'e due gareggiano per gli stessi obiettivi. Dovremmo piuttosto considerare i mass-media come forme degeneri di religione. In tal caso diventiamo consapevoli che la vita è una serie senza fine di scelte tra valori contrapposti e credenze diverse, e che quando non facciamo queste scelte, qualcuno è sempre pronto a farle per noi (da: La seduzione dello spirito, Queriniana).

