(NPG 1976-10-54)
Ottobre è tempo di programmazione. La comunità educativa in tutte le sue componenti (educatori, giovani, famiglie, forze sociali, esperti) si ritrova per concordare obiettivi e metodi di lavoro educativo.
Negli istituti scolastici di ispirazione cristiana (le «scuole cattoliche») la dimensione pastorale è elemento centrale di questa programmazione educativa: essi infatti si qualificano nel maturo rapporto tra evangelizzazione e promozione umana.
Per sostenere questa importante «fatica educativa», offriamo due strumenti di lavoro:
– Una traccia di riflessione, che può essere discussa e verificata da tutta la comunità. Essa tiene conto da una parte degli elementi tecnici di cui sí compone ogni programmazione. E, dall'altra, si ricollega a quel progetto globale che ab biamo riportato nella monografia sulla programmazione scolastica: «Promozione umana e evangelizzazione nella scuola cattolica» (Note dí pastorale giovanile 1975/9-10. Il testo è stato molto apprezzato anche a livello FIDAE. La rivista «Docete» l'ha riprodotto testualmente, dicembre 1975).
– Una traccia di riflessione, elaborata dalla Commissione dei religiosi insegnanti negli istituti scolastici francesi, per aiutare i singoli e le comunità a verificare la missione di evangelizzazione all'interno della scuola cattolica. In questa traccia si offrono alcuni elementi dottrinali per definire la funzione evangelizzatrice della scuola cattolica, ed una serie di interrogativi per stimolare l'approfondimento personale e comunitario.
Ricordiamo a coloro che fossero interessati che sono ancora disponibili copie della monografia di Note di Pastorale Giovanile (1975/9-10) sulla «programmazione educativa nella scuola media». Richiedere in redazione (L. 600 cad. spese di spedizione).
SCHEMA DI VERIFICA
PER LA PROGRAMMAZIONE EDUCATIVA E PASTORALE
Obiettivo
L'obiettivo educativo-pastorale di ogni istituzione è determinato dalla sua qualificazione fondamentale. Le nostre istituzioni educative, per fedeltà alla loro ispirazione cristiana (scuole cattoliche), tendono attraverso i diversi interventi educativi e pastorali a formare nei ragazzi e giovani una personalità matura e armonica, i cui criteri valutativi e operativi si rifanno al messaggio cristiano non come dato imposto dal di fuori, ma come a esigenza e a risposta connesse con l'esperienza dei valori umani.
Questo comporta, in un unico processo educativo, un modo di proporre e di vivere i contenuti della fede e un tipo di educazione umanizzante che faccia veramente posto ai significati trascendenti che il messaggio cristiano comporta.
– Che tipo d'uomo si vuole costruire nei ragazzi e giovani per cui si lavora: quali sono i tratti e le dimensioni di personalità valutate più importanti?
– Se si volesse definire in una formula breve il progetto educativo ottimale verso la maturità cristiana, quali elementi sono valutati come irrinunciabili? Qual è il cristiano modello?
– A che livello di integrazione si vuole portare in concreto l'educazione umanizzante e l'educazione alla fede cristiana? Quando, in chiave educativa, si può parlare di matura integrazione raggiunta? Quali sono gli elementi che permettono di giudicare che si è raggiunta l'integrazione di personalità?
– L'uomo e il cristiano che si vuole unitariamente costruire nei ragazzi e nei giovani, è necessariamente in rapporto con le istituzioni sociali e con la Chiesa. Quale rapporto sembra migliore?
Come si anticipa nell'oggi educativo il rapporto sociale ed ecclesiale a cui si tende?
Mete
Ogni obiettivo, per diventare veramente operativo, capace cioè di incidere, deve essere tradotto in «mete». Le mete sono la concretizzazione dell'obiettivo
– in cui si tiene conto delle particolari esigenze dei destinatari del progetto (i giovani presenti nell'istituzione, segnati dall'età, dalla maturità raggiunta, dall'ambiente di provenienza, dalla sensibilità alle nostre proposte...)
– di uno sviluppo graduale nel tempo (una serie di tappe successive che permettano di raggiungere l'obiettivo in termini graduali e progressivi)
– della globalità (dall'insieme delle varie mete, in sé parziali, si deve ritornare alla completezza, umana e cristiana, dell'obiettivo globale).
Una rassegna globale di mete educative
– In quali direzioni educative pare importante indirizzare l'impegno della comunità educativa, per una educazione globale della persona?
– La ipotesi di tre mete (cfr. Fare pastorale giovanile oggi):
• elaborazione di un maturo progetto di sé
• capacità di essere presenti nella storia
• senso della socialità-appartenenza
sembrano soddisfacenti? Se sì, la comunità educativa ha di fatto interventi programmati in tutti i tre settori?
Se invece non ci si riconosce nella proposta, quali alternative serie sono elaborate?
– L'opera educativa è necessariamente unica, anche se vissuta in contesti diversi (scuola, gruppi, momenti formativi tipici, celebrazioni religiose, tempo libero...). Come articolare questi diversi stimoli verso il raggiungimento di mete educative, unitarie nell'indirizzo educativo e complete in riferimento alla complessa personalità giovanile?
Mete concrete
– Quest'anno (trimestre) concretamente (tenendo conto dei destinatari) quali mete si intende perseguire?
– Quale successione di mete (interventi graduali e progressivi) si intende programmare in modo particolare e generale?
– Come si pensa di valutare il livello di interiorizzazione generale delle mete proposte, per poter giudicare, in modo oggettivo, se è meglio procedere oltre o invece soffermarsi a consolidare quello che è già stato proposto?
Mete e atteggiamenti
Le mete sono raggiunte in modo soddisfacente quando i ragazzi e i giovani hanno interiorizzato gli atteggiamenti relativi.
– È sufficientemente chiara l'importante distinzione tra «comportamenti» e «atteggiamenti»?
– A molti atteggiamenti, i ragazzi e i giovani sono già educati per il fatto di vivere in un certo ambiente. Quali atteggiamenti sono già di fatto presenti nei giovani con cui si lavora? Come questi atteggiamenti sono giudicati in rapporta all'obiettivo generale e alle mete? Ne facilitano o ostacolano il raggiungimento?
– Quali atteggiamenti progettare e quali interventi programmare per raggiungerli?
Strumenti
Gli strumenti educativi sono costituiti da tutto quel materiale operativo-pratico che ogni istituzione possiede: orari, sistemazione degli ambienti, impostazione dei ruoli, interventi educativi, strutture di animazione (responsabili, partecipazione, consigli vari...), riunioni, materiale didattico, incontri formativi, materiale e tempo per le celebrazioni liturgiche, tradizioni educative...
Elenco degli strumenti esistenti e verifica della loro collocazione
Ogni istituzione possiede molti strumenti. Essi sono già una precisa proposta educativa in se stessi.
– Quali strumenti sono a disposizione?
– Da quale cultura sono animati e determinati?
– In che rapporto stanno con l'obiettivo generale? Facilitano oppure ostacolano il suo raggiungimento?
Progetto di nuovi strumenti e cambio dei precedenti
– Per raggiungere l'obiettivo e le mete, quali strumenti, tra quelli esistenti, vanno cambiati?
– Quali nuovi strumenti vanno progettati?
– Chi è il responsabile di questo cambio e progettazione?
– Con quali scadenze ci si impegna a verificare gli strumenti esistenti e ad elaborarne di nuovi?
Strumenti e comunità educativa
– C'è generalmente accordo, a livello di comunità educativa, in merito al giudizio sugli strumenti?
– Se non c'è accordo almeno sugli aspetti fondamentali, quali interventi si programma per superare l'inconveniente, grave sul piano educativo, della non-omogeneità educativa e dei relativi contrasti?
– L'obiettivo prevede la formazione di una persona matura, in cui fede e vita siano integrate adeguatamente. Gli strumenti possiedono già una reale integrazione o invece riproducono schemi paralleli (l'educazione umanizzante e l'educazione alla fede come due cose distinte e separate), perché alcuni riguardano solo la sfera strettamente scolastica, altri quella educativa e altri ancora quella religiosa?
Come si pronuncia in merito la comunità educativa?
Quali scelte più ampie sono state fatte a livello di documenti ufficiali?
Quali difficoltà e resistenze si incontrano per applicare quelle disposizioni? Cosa si pensa concretamente di fare?
PARTECIPAZIONE DEI RELIGIOSI ALLA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DELLA SCUOLA CATTOLICA
Documento della Commissione francese dei religiosi insegnanti
Quando i cristiani, religiosi o laici, sono riuniti per organizzare una scuola cattolica, lo sono in nome del Vangelo.
Come rendono testimonianza al Vangelo attraverso questo lavoro educativo? In altre parole, come la scuola cattolica è evangelizzatrice?
È la domanda posta nella prima parte.
La risposta è anche la spiegazione di come, dei religiosi impegnati nella scuola confessionale, possano realizzarvi la loro vocazione di testimoni del Vangelo. Ma essi hanno un altro ruolo specifico, individuale e collettivo all'interno della comunità educativa; la seconda parte cercherà di precisarlo.
TESTIMONIARE IL VANGELO ATTRAVERSO LA SCUOLA CATTOLICA
Come i cristiani e soprattutto i religiosi rendono conto a se stessi e agli altri del modo in cui compiono la loro missione attraverso la scuola cristiana?
Uno studio approfondito sarebbe necessario per scoprire come fin dall'origine i fondatori e gli ispiratori delle scuole cattoliche hanno espresso la finalità evangelica e come oggi questa finalità è sentita dai diversi membri delle comunità educative. I molteplici sforzi fatti oggi per reinterpretare lo scopo educativo, fornirebbero certamente preziose indicazioni.
Per provocare la riflessione presentiamo, schematicamente, tre modi di esaminare la funzione evangelizzatrice della scuola cattolica. Essi riflettono la grande diversità di situazioni e di esperienze. Ognuno possiede il suo valore e la sua originalità, ne vengono segnalati tuttavia le difficoltà e i limiti. Dopo viene proposta un'altra prospettiva che potrebbe corrispondere meglio all'esperienza e al tipo di riflessione che fanno oggi molte comunità educative.
Tre tipi di risposte
A) Una prima risposta, ovvia in apparenza, è: la scuola cattolica è evangelizzatrice perché vi si insegna il Vangelo e la religione. E se si chiede: la scuola non ha altre occasioni o mezzi per insegnare il Vangelo? Si risponde che la scuola è il luogo dove si può creare l'ambiente migliore per l'iniziazione cristiana. Questa concezione, che dà la prevalenza all'annuncio esplicito del Vangelo, è stata per tanto tempo e per molti la ragion d'essere della scuola cattolica.
Essa si scontra oggi, contro tre difficoltà:
a) rende difficile l'accettazione di ragazzi di famiglie non cristiane o non praticanti. In questo senso più che evangelizzare essa fa opera di conservazione;
b) non pone la scuola cattolica all'interno degli sforzi educativi della nazione: invece di partecipare allo sforzo comune di insegnare ed educare, essa appare, ai non cristiani, come la ricerca di scopi particolaristici;
c) unisce troppo strettamente gli obblighi scolastici e quelli religiosi; non sembra così tener conto abbastanza della libertà di coscienza dei giovani, che possono accettare la fede solo attraverso un cammino libero e personale.
B) La seconda risposta si pone deliberatamente nella prospettiva di una scuola destinata a ragazzi di famiglia cristiana. Ma questa scuola ha come fine più la formazione totale dell'uomo nella prospettiva di un umanesimo cristiano che l'annuncio esplicito del Vangelo. La formula «è impossibile essere pienamente cristiani se non si è pienamente uomini» ritorna sovente in questa visione che mira ad evangelizzare la cultura, che cerca di formare l'uomo prima di riconciliare nei ragazzi stessi l'uomo e il cristiano.
Questa visione rende certo meglio l'idea dello sforzo educativo, poiché bisogna formare prima l'uomo. Suppone una apertura a tutti i valori della cultura. Sembra rispettare meglio la personalità e la libertà, poiché cerca di far nascere l'uomo e il cristiano. Ma essa presenta degli inconvenienti:
a) rende ancora difficile, se non impossibile, l'ammissione di ragazzi non cristiani;
b) cerca di influire più che testimoniare e servire e rischia di far apparire la cultura cristiana un po' egemonica: i giovani che non entrano in questa sintesi di umano e cristiano saranno costretti ad abbandonare la scuola;
c) prende a volte un carattere d'élite cercando troppo vistosamente di formare solo uomini di valore «pienamente cristiani e pienamente uomini».
C) La terza risposta è una reazione alle prime due. Essa sottolinea di più nella scuola cristiana il suo essere scuola, anziché il suo essere cristiana.
La scuola cristiana è prima di tutto una scuola: quelli che vi si impegnano devono farlo prima come insegnanti e educatori. Essi devono entrare nella serietà di questo sforzo educativo, per la formazione dell'uomo. In quanto alla loro fede, se ne hanno una, questa è un affare privato, che può ispirare la loro pedagogia, ma di cui non devono rendere conto all'interno del mondo scolastico. Anche l'annuncio esplicito della fede deve essere fatto fuori del tempo e dei locali della scuola. in questa prospettiva la scuola cristiana è prima di tutto una scuola privata, indipendente rispetto il piano educativo nazionale, capace di reinventare la sua pedagogia, appoggiandosi su una équipe educativa composta in parte da cristiani.
Questa visione evita le difficoltà delle prime risposte. La scuola così concepita può essere aperta ai non credenti come ai credenti ed essa rispetta la libertà religiosa poiché si rifiuta di utilizzare la scuola come «luogo d'indottrinamento». Ma presenta anche degli inconvenienti:
a) riducendo, se non rigettando, la sua specificità cristiana, tronca alla radice la sua ispirazione. Non si capisce più la ragione per tenere una scuola cattolica e perché mobilitare i cristiani attorno ad essa;
b) limitando la fede al campo privato, sembra rifiutare ai cristiani il diritto di associarsi per creare assieme strutture ispirate al Vangelo. Radicalizzando questa posizione si arriva a negare la possibilità di esistenza di una scuola cattolica;
c) sembra mettere sotto il moggio la luce del Vangelo.
LA NOSTRA PROPOSTA
La prospettiva proposta ora vuol tener conto sia dei contributi che delle difficoltà delle risposte precedenti. E segue la strada che ha portato e che porta ancora
le comunità cristiane – preti, religiosi e laici – a fondare e animare delle scuole.
La scelta dell'istituzione scolare
Quando deve scegliere il suo inserimento nella società, il cristiano preoccupato di vivere il Vangelo e di corrispondere all'azione di Dio nel mondo, si orienta verso gli ambienti dove possono manifestarsi i valori evangelici, e in particolare il rispetto e il servizio all'uomo. Malgrado le sue imperfezioni e i suoi insuccessi, la scuola gli sembra uno di questi posti. Entra nella scuola non per portarvi Dio, ma per scoprirlo già all'opera e vedere il suo operato nello spirito e nel cuore dei giovani. Questo grazie allo sforzo pedagogico paziente e disinteressato di molti maestri, organizzati da quell'immensa impresa con cui una generazione vuole aiutare quella seguente a diventare se stessa.
La fondazione della scuola cattolica
Ci si può inserire nella scuola in due modi: o integrandosi in organismi già esistenti, pubblici o privati; o, quando è impossibile questo, prendendo l'iniziativa e assumendo la direzione di una organizzazione educativa dove possano essere vissuti più esplicitamente e più intensamente i valori evangelici. La scuola cattolica è del secondo tipo. Ci tiene a riconoscere i valori delle altre scuole e a ispirarvisi, ma pensa di rendere un servizio migliore alla società vivendo più esplicitamente questi valori alla luce del Vangelo.
Un progetto educativo che s'ispira al vangelo
Impegnata in una scuola cattolica, una comunità di cristiani si ispira al Vangelo nella sua azione educativa.
È attenta a tutti i valori – morali, sociali, culturali – che le si manifestano intorno, particolarmente nel mondo dei giovani. Nei loro interrogativi e nelle loro aspirazioni soprattutto, si sforza di riconoscere i segni dell'azione di Dio, dei modi evangelici di essere e di agire. E si guarda bene, tuttavia, dall'assolutizzare relazioni umane che hanno una loro consistenza propria, una loro relatività e ambiguità, pur restando disponibile alle nuove forme di cultura che rispondono meglio ai bisogni dei giovani in questo mondo che cambia.
Cerca di inventare strutture e forme nuove di relazioni educative che permettano ai valori evangelici di libertà e di carità di essere vissuti dentro la scuola. In modo che la scuola stessa diventi sorgente di maggior libertà, amore e giustizia per il mondo di oggi e di domani.
Si sforza di conservare il coraggio e la libertà per contestare e per combattere in nome del Vangelo gli idoli e le ingiustizie che degradano l'uomo.
Rendere testimonianza alla propria fede
Capita che una comunità cristiana impegnata nell'educazione non possa annunciare Gesù Cristo e debba accontentarsi di riconoscere e promuovere i valori attraverso cui Dio si rende presente nella vita di tutti gli uomini. E in questo fa già opera di evangelizzazione.
Tuttavia non vien meno la speranza che c'è in essa, e quindi coglierà tutte le occasioni che le sí presentano:
– con genitori e professori che vengono attirati dai valori evangelici vissuti nella scuola;
– con i giovani stessi: annunciando espressamente Gesù Cristo a coloro che, per la loro origine cristiana o per le aspirazioni che manifestano, sono più pronti ad accogliere la parola di Dio e a viverla: è tutto lo sforzo della catechesi; portando tutti a interrogarsi sul senso della propria vita.
La comunità cristiana è attenta a celebrare la sua fede e a radunarsi attorno all'eucaristia con tutti coloro che possono vivere della parola di Dio e annunciare Gesù Cristo morto e risuscitato.
Questa concezione non rende certamente conto della ricchezza e della diversità delle scuole cattoliche. Inoltre non è che una tappa in una riflessione che deve ancora approfondirsi.
Pur «annunciando chiaramente la confessionalità», essa permette a laici cristiani di partecipare pienamente, come laici, alla missione della scuola, e quindi può eventualmente inserire anche dei non credenti, che siano d'accordo su un'opera educativa ispirata al Vangelo.
Suppone riunite un certo numero di condizioni di cui la più essenziale è l'esistenza di una comunità cristiana che vuole questa scuola. Queste comunità sono formate in molti casi da preti, religiosi o religiose e laici cristiani. Rispettando i diritti di tutte le parti in causa – professori, genitori, allievi –, devono essere capaci di garantire, approfondire e rinnovare la visione educativa cristiana della scuola e di mantenere il più largo consenso possibile tra i membri delle comunità educative.
PARTECIPARE COME RELIGIOSI ALL'AZIONE EVANGELIZZATRICE DELLA SCUOLA
Come e a che titolo i religiosi possono prender parte alla missione evangelizzatrice della scuola cattolica, così come è stata descritta?
Religiosi dentro la comunità educativa
È la comunità educativa tutta intera che si trova impegnata nella missione di evangelizzare, scopo principale della scuola cattolica. Ogni cristiano, sia laico, religioso o prete, vi è chiamato. Il fatto che vi siano dei religiosi presenti, o che una comunità religiosa assicuri la direzione e la tutela, non permette agli altri cristiani, genitori, educatori, di considerarsi smobilitati, o li costringe a ridursi all'insegnamento o all'amministrazione. Al contrario i religiosi vivono la loro missione all'interno di una comunità ecclesiale fondata sul Vangelo.
Prima di considerare questa missione come tipica dei religiosi, bisogna ricordare che essi non hanno nella comunità educativa un ruolo radicalmente diverso da quello degli altri cristiani. Il loro impegno e la loro missione sono prima di tutto quelli di ogni cristiano impegnato nella scuola cattolica. E come tali essi devono verificare la loro condotta alla luce del Vangelo:
– coscienza professionale e competenza pedagogica;
– attenzione alle persone nella loro realtà totale;
– attenzione a tutte le persone, e soprattutto ai piccoli, agli esclusi, agli emarginati;
– apertura alla Chiesa universale senza spirito di ghetto.
Ma in questa missione universale affidata dalla Chiesa alla comunità educativa, esiste una missione particolare dei religiosi in quanto tali, e della comunità religiosa.
Apporto originale del religioso
Nella comunità evangelizzatrice tutti i membri hanno una loro missione propria: i genitori, gli educatori, i professori, gli allievi; gli uomini e le donne; i più giovani e i più anziani. Si può quindi cercare di precisare qual è l'apporto proprio dei religiosi.
II religioso è un familiare di Dio
Il religioso ha impegnato tutta la sua vita e tutte le sue forze nella ricerca di Dio, nell'ascolto della sua Parola, in una comunione di fede, nella contemplazione. Un amore riempie la sua vita. Questo non può non emergere nel suo modo d'essere, di parlare, di agire. Ci si aspetta quindi che il religioso, più che gli altri, sappia parlare e gli piaccia parlare di Colui che è il suo tesoro e tutta la sua vita.
Il religioso è impegnato dai suoi voti
I voti sono un segno, un segnale ben fissato, anche se non sono visibili immediatamente a tutti.
Senza disprezzare i valori umani, il religioso li ha decisamente relativizzati, rifiutandoli come idoli. Contesta la dipendenza della vita dal potere scegliendo la povertà e lo spogliamento evangelico. L'amore di Dio basta a riempire la sua vita e gli apre il cuore per amare tutti i fratelli.
Il religioso è liberato dai suoi voti
Questa libertà interiore, ben avvertita da chi è preso dalle preoccupazioni, non porta all'irresponsabilità capricciosa, ma alla più grande solidarietà con tutti i fratelli.
Il religioso è fratello universale
Grazie all'impegno che lo porta verso Dio, grazie alla libertà, frutto del distacco, è più facile al religioso oltrepassare le frontiere geografiche, i condizionamenti sociali o ideologici per essere l'uomo del dialogo e della fraternità aperta a tutti.
Ed è anche il testimone, assieme alla comunità cristiana locale in cui è inserito, della missione universale della Chiesa.
Per la sua consacrazione che non è solo interiore, ma riconosciuta visibilmente dalla Chiesa, il religioso è chiamato a portare una testimonianza di carattere pubblico, che il cristiano laico non può portare.
La comunità religiosa e la sua missione specifica
Capita spesso che non sia un religioso isolato, ma una comunità inserita nell'istituzione scolastica ad averne la responsabilità e la direzione.
E allora acquista una missione propria secondo il Vangelo, in quanto comunità, sulla linea della testimonianza specifica dei religiosi.
a) Se la comunità è responsabile dell'istituzione scolastica, deve accettare questa responsabilità senza piccinerie, come un servizio, ma cercando di conservare sulla linea del Vangelo le strutture del potere, pronta a dividerlo e, se è il caso, a cederlo, se il bene comune lo richiede.
b) Se si trova subordinata la comunità religiosa, come tutti i suoi membri, deve manifestare
contemporaneamente la sua leale collaborazione e la sua vera libertà evangelica.
c) Responsabile o no, la comunità inserita in una istituzione scolastica vi esercita, nello sforzo comune di evangelizzazione, una missione propria di risveglio e di sostegno con tutti coloro che dividono la sua vita:
– luogo di preghiera, dove Dio è cercato, ascoltato, frequentato. La comunità permette agli altri membri della comunità educativa di approfondire, esprimere e celebrare la loro fede;
– luogo di ispirazione spirituale. Per gli altri cristiani impegnati nella scuola è uno spazio privilegiato di riscoperta dei veri valori che formano il progetto educativo;
– comunità fraterna. Deve dar l'idea di cosa possono diventare i rapporti tra i diversi membri della comunità educativa;
– luogo di accoglimento, dove i religiosi sono assieme disponibili. La comunità può offrire agli altri uno spazio di incontro dove si possa prendere respiro;
– luogo di apertura alla Chiesa. Unita con un legame stretto agli altri fratelli impegnati in altri settori dell'evangelizzazione, spesso rinnovata dal gioco degli arrivi e delle partenze, la comunità può contribuire a rinnovare l'istituzione scolastica aprendola alla Chiesa universale.
QUESTIONARI
Le tre serie di domande seguenti devono aiutare la comunità a interrogarsi sul modo in cui il vangelo può essere vissuto all'interno di una scuola.
Sono divise secondo l'ambiente in cui è situata la scuola:
– in un ambiente cristiano (serie A e B);
– in un ambiente ormai senza fede (serie C).
A) Prima serie di domande
1. Tra i valori evangelici, quali vi sembrano vissuti nella vostra scuola? Quali sarebbero da promuovere?
2. La scuola si appoggia ad una comunità cristiana. Qual è questa comunità? Come la vorreste?
3. Qual è la situazione dei religiosi nella scuola? Quali funzioni assumono nella comunità educativa? Qual è il ruolo proprio della comunità religiosa?
4. Che relazioni ci sono all'interno della scuola? Che dialogo c'è tra gli adulti? Tra i giovani? Tra adulti e giovani?
5. Le strutture della scuola servono all'evangelizzazione o vanno per conto loro? Potrebbe essere utile al Vangelo modificare qualcosa?
6. Qual è il servizio locale della scuola? E nella Chiesa locale?
7. Chi è iscritto alla scuola? Quali sono i criteri per le ammissioni?
8. Quali responsabilità assumono i giovani all'interno della scuola?
9. Quali relazioni sono volutamente tenute con il mondo extrascolastico?
10. A che servizio nel mondo prepara la vostra scuola?
11. Quali ricerche e studi pedagogici si fanno?
12. Quale spazio (luogo, tempo...) sono lasciati ai giovani:
– per la ricerca del senso della vita?
– per il servizio sociale?
– per il raccoglimento e la preghiera?
– per la celebrazione della fede?
13. Che rapporto c'è con la comunità cristiana della scuola, quali posti e tempi sono riservati per condividere la ricerca e la preghiera?
B) Seconda serie di domande
C'è ancora la possibilità di un annuncio valido di Gesù Cristo nel contesto attuale? Come?
Il carattere cristiano della scuola si vive sía in un clima di amicizia, di rispetto delle persone, di libertà, di giustizia – rapportata ai valori del vangelo – che in un annuncio esplicito del Vangelo.
In molti casi evangelizzare è prima di tutto dare uno sguardo contemplativo sulla realtà, vedere gli uomini come sono, scoprire Dio nella vita di ciascuno. Così si scoprono e si fanno scoprire le concordanze, le relazioni tra i valori vissuti dagli uomini e quelli del Vangelo.
Se l'annuncio di Cristo vuol dire rispondere a un bisogno preciso, a un bisogno di Dio, a un desiderio di riflessione sulla fede, sui problemi che essa pone ai giovani, si può dire che questa possibilità esiste nella scuola e che è attesa e desiderata da parecchi?
Se annuncio valido di Cristo vuol dire anche risposta a tutte le domande che ci fanno i giovani, dopo una riflessione attenta su ciò che vivono, una valutazione su questo o quel valore vissuto da loro, è resa possibile dalle molte occasioni di contatto e di incontro nella scuola tra educatori e allievi?
II contatto, la relazione con i giovani dipende spesso dalla nostra capacità: riflettiamo qualche volta su questo?
Siamo convinti che per un adulto è spesso più importante saper ascoltare che sapere molte cose?
Sappiamo ascoltare i giovani per se stessi, lasciarli parlare della loro vita, scoprire le loro espressioni di vita per capirli meglio?
Siamo capaci di stare attenti ai loro problemi in modo da migliorare le relazioni tra giovani e adulti?
Siamo convinti che è importante far crescere i giovani liberi, responsabili? Lasciamo loro il tempo di vivere in pienezza, liberi di credere o no, di vivere nell'amicizia la loro esperienza personale, di porsi delle domande, di porre a noi delle domande?
E tu chi sei? Che ci fai tra di noi?
Che senso ha la tua vita? Il tuo progetto? E, se lo desiderano, di scoprire Cristo? Sono lontani da ciò che Cristo voleva e che vuole ancora: non è forse venuto a proporci la sua amicizia, assumendo la nostra condizione umana?
Siamo pronti a continuare, se non altro per questo ascolto (chi dice ascolto dice sentire, capire, permettere l'espressione...), a fare esistere delle comunità, dei «luoghi dove i giovani possano incontrarsi tra loro e con gli adulti, delle comunità in cui si parla e dove si vive ciò che è importante vivere? Con il nostro essere e il nostro vivere esprimiamo la speranza e la fede che ci sono in noi.
Accettiamo di misurarci sul ritmo dei giovani e di fare con loro un pezzo di strada? Quando ci chiedono del pane sappiamo darlo loro, oppure diamo pietre?
(Tocca ad ognuno farsi delle domande più particolareggiate secondo la propria situazione e l'inserimento nella comunità scolastica...).
C) Terza serie di domande
In alcuni casi gli educatori cristiani sono inseriti in un contesto indifferente, non credente... Essi sono invitati a prendere coscienza di questa realtà e a riflettervi più profondamente, a cambiare la mentalità, a una conversione permanente, per rispondere alla loro missione di oggi...
Perché? Come? L'oggetto della missione non è incontrare l'altro?
1) Incontrare l'altro mi disturba: eppure anche Dio è un Altro.
L'altro: il non credente, il miscredente... l'indifferente, colui che conserva un fondo di religiosità, il non credente che c'è in ciascuno di noi...,
il credente che vive profondamente la sua fede (cristiana, mussulmana, ecc.). L'altro rimette in causa la nostra fede, non solo nella sua espressione, ma fin nei suoi fondamenti.
Facciamo nostri i problemi che il mondo ci pone sulla nostra fede, che la fede pone al mondo? Siamo uniti alla ricerca profonda degli uomini? Non abbiamo forse la paura segreta dí rimettere in causa la nostra fede?
Non abbiamo forse ancora la tendenza ad andare verso gli altri, per portare qualcosa, per convertire?...
Siamo capaci di lasciarci chiamare dagli altri:
capaci di ascoltare,
di tacere,
di accettare di ricevere dall'altro,
di essere in ricerca «con»?
2) Accogliere l'altro così come è, nelle sue solidarietà.
Cioè tutti quelli che ci fiancheggiano, senza distinzione. La missione ci chiede di incontrare ognuno nel mondo di oggi, nell'ambiente in cui vive (quindi: studio degli ambienti, culture... capacità di comprendere i linguaggi che li esprimono...). Bisogna vivere con gli altri delle vere relazioni umane, in un clima di libertà, di rispetto della loro persona... L'importante, è testimoniare Cristo con tutta la nostra persona.
3) L'altro pone delle domande alla mia fede, mi interroga.
La mancanza di fede, l'indifferenza nelle quali viviamo ci obbligano a una conversione permanente a Cristo. Non si può più annunciare Cristo come prima di Marx, Nietzsche, Freud... Esigenza di una formazione, di una cultura teologica, biblica. «Ci sono due testi che i cristiani devono leggere senza sosta: la bibbia e il giornale» (cfr. K. Barth).
Un religioso è missionario per quello che è, per quello che vive, per quello che vive la sua comunità...
La fede personale deve essere senza sosta rischiarata, vivificata (letture, riflessioni, vera vita di preghiera personale e comunitaria). Il ruolo della comunità religiosa, della comunità educativa; è da lì che provengono le domande alla nostra fede, che si verifica l'attività apostolica di ciascuno.
4) La vita del religioso pone delle domande all'altro:
– perché vive vicino a lui con un impegno professionale;
– con la sua comunità alla ricerca profonda degli uomini che lo circondano;
– per la sua partecipazione a ciò che gli altri vivono;
– per tutto ciò che considera importante, che fa la qualità del suo essere e contribuisce a equilibrare la sua vita.
Un vero incontro suppone un clima di verità e di condivisione del quotidiano: essere se stessi, dividere la vita, cercare un linguaggio comune per l'incontro e l'annuncio di Cristo. Che facciamo noi per favorire l'incontro, la condivisione del quotidiano, per vivere una relazione che esprima la fede?

