(NPG 1976-11-21)
Molte volte abbiamo parlato di «dimensione politica del servizio educativo», di «non-neutralità politica del fatto educativo», o di problemi simili. Che significa tutto ciò? L'affermazione comporta molti problemi concreti, su cui è necessario riflettere con calma e precisione. La resistenza ad accettare simili visioni delle cose consiste, talvolta, nella difficoltà di cogliere che cosa si intende con una affermazione troppo vaga, o nel fatto che tali visioni vengono presentate concretamente in traduzioni estremistiche che provocano una reazione contraria. Pensiamo al rapporto tra «scuola» e «politica». C'è chi dice: io faccio bene la scuola e questo basta. Ma c'è chi invece non vuole più la scuola tradizionale, per comunicare solo contenuti politicizzati. Tra queste posizioni radicalizzate, il dialogo è difficile. Quali soluzioni possono essere prospettate? Come può essere adeguatamente compreso il rapporto tra «educazione» e «politica»? Offriamo una proposta, che ha il grande pregio di muovere da una a precisazione di termini».
I documenti ecclesiali più recenti sottolineano la necessità di un impegno per la giustizia e la promozione umana «come dimensione costitutiva della predicazione del vangelo» (III Sinodo).
Il problema acquista una importanza particolare quando ci si riferisce alla funzione educativa: in essa il momento politico è parte determinante, per evitare una educazione capace soltanto di formare «l'uomo come l'ordine stesso lo vuole, fatto cioè a sua immagine; non un uomo nuovo, bensì la riproduzione dell'uomo com'è» (ib.).
I documenti ecclesiastici parlano piuttosto di promozione umana e di impegno per la giustizia, anziché di «impegno politico». Invece i giovani più impegnati in campo sociale, preferiscono oggi parlare di «politica» e di «impegno politico».
In fondo i termini convergono largamente. Tuttavia preferiamo qui utilizzare anche noi il termine «impegno politico» sia per parlare il linguaggio dei giovani, sia per esprimere la crescita di contenuti che in questi ultimi anni ha caratterizzato il termine di «giustizia».
In questa prospettiva, ci chiediamo in che rapporti stiano «educazione» e «politica». Dalla risposta a questo interrogativo, nascerà un corretto progetto di educazione all'impegno politico.
I RAPPORTI CORRENTI TRA EDUCAZIONE E POLITICA
I rapporti tra queste due realtà sono vissuti secondo modalità diverse, di cui diamo qui una rassegna descrittiva.
1. Tra educazione e politica sono possibili i seguenti rapporti
a) Educazione come strumento di consenso politico. L'educazione viene cioè utilizzata come «cinghia di trasmissione » di una cultura già costituita e quindi come strumento di integrazione sociale e di consenso politico al sistema in atto.
L'educazione, che in questo caso si preferisce chiamare «socializzazione» per il suo carattere ripetitivo, ha come scopo di far accettare passivamente e acriticamente i valori che caratterizzano una cultura. È assente ogni corresponsabilità sui fini, sui metodi educativi, e ogni creatività personale.
b) Educazione come preparazione di persone in vista del loro futuro ruolo politico. In questa prospettiva l'educazione è finalizzata soprattutto a fornire le informazioni e a creare gli atteggiamenti necessari per il futuro inserimento nella realtà sociale e politica.
c) Educazione come fatto politico già in tutte le sue presenti dimensioni. In questa prospettiva si afferma la non-neutralità politica dell'educazione. Donde la necessità di una educazione «liberatrice», che sviluppi capacità «critiche» nei confronti della realtà e «creative» in rapporto ai valori, che abitui alla verifica dei processi di apprendimento-insegnamento, che stimoli alla ricerca di contenuti e di interessi più vicini alla realtà concreta, che tenga viva l'attenzione al passato per comprendere meglio il presente, che dia preminenza alla partecipazione concreta dei giovani.
Perché preferiamo questa ultima scelta? Perché ogni rapporto educativo è necessariamente proposta di un progetto uomo e di società. E quindi:
- o spinge ad accettare passivamente la situazione sociale o stimola a valutarla in modo critico;
- o costruisce le caratteristiche dell'uomo integrato oppure quelle dell'uomo libero e creativo;
- o abilita a considerare preminenti e importanti alcuni valori o punta sulla preminenza di valori alternativi.
E tutto questo sia nei contenuti che vengono fatti circolare, sia nei metodi di insegnamento-apprendimento, sia nei luoghi concreti (strutture, orari, ecc.) dove si fa l'educazione.
In breve: la dimensione politica segna ogni fatto educativo, anche se l'educazione non si esaurisce nella politica.
2. Metodi di intervento educativo e politico
Quando si vuole tradurre in opzioni concrete la scelta di un certo rapporto tra educazione e politica, generalmente ci si muove su uno dei seguenti indirizzi, anche se si tratta più di accentuazioni che di contrapposizioni rigide.
a) Indirizzo etico: prevale la promozione di quelle virtù morali ritenute necessarie all'impegno politico: socialità, senso dell'impegno, della responsabilità...
b) Indirizzo informativo-culturale: predomina la comunicazione delle informazioni relative alle varie strutture e istituzioni sociali e politiche.
c) Indirizzo socio-psicologico: prevale la preoccupazione di educare alla socialità e alla capacità di intessere rapporti interpersonali in forma matura.
d) Indirizzo partecipativo: predomina l'esercizio progressivo di partecipazione alla gestione di attività politiche dirette. La formazione etica e le necessarie informazioni tecniche sono ottenute mediante l'esercizio di impegni concreti e graduali e la relativa riflessione educativa su essi.
In quest'ultimo indirizzo, che corrisponde alle tendenze più vive della metodologia educativa attuale, sono possibili due «matrici»:
- una matrice empirica, in cui prevale la prassi senza alcuna riflessione previa o successiva. La partecipazione è soprattutto «opportunistica», tendente a creare consensi sui gesti, senza scendere alle motivazioni e agli obiettivi profondi. Si punta, ad esempio, più sulla presenza fisica alle varie manifestazioni politiche che all'analisi delle finalità e motivazioni; prevalgono gli slogans in quanto sono più una spinta emotiva che un approfondimento di significati. L'azione è fine a se stessa, non è educativa;
- una matrice assiologica, più attenta cioè ai valori in base ai quali giudicare la prassi, collocando ogni azione in un quadro valutativo.
Questa matrice è l'unica che permetta una maturazione globale della persona in e attraverso la prassi politica.
Dalla chiarezza sui valori nasce la possibilità di collaborare sul piano concreto evitando confusioni ideologiche o collegamenti operativi quando sono a confronto umanesimi totalizzanti e inconciliabili.
UNA PRASSI EDUCATIVA COERENTE: I TERMINI DELLA NOSTRA PROPOSTA
Abbiamo delineato un quadro di riferimento per invitare ogni educatore e ogni comunità a fare le sue scelte. Ci sembra importante capire che ogni intervento educativo ha una dimensione politica: coinvolge cioè un progetto di uomo e di società. Non esiste un'educazione a-politica.
All'interno di questa presa di coscienza globale si situano gli altri interventi espliciti, come, ad esempio, la comunicazione delle necessarie informazioni sociali e politiche, la valutazione dell'aspetto sociale presente in tutta la realtà, la partecipazione a determinati gesti esplicitamente politici, il giudizio su fatti e avvenimenti, la progressiva corresponsabilizzazione dei giovani nella gestione dell'istituzione educativa, l'esercizio responsabile della loro maturità e libertà.
Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo preferire metodi a indirizzo partecipativo con la preoccupazione che questo avvenga in una chiara visione dei valori: la visione cristiana dell'uomo, della storia, della salvezza gioca un ruolo importante, mentre ci impegna a purificare la fede da ogni incrostazione ideologica.
Il luogo di questa educazione politica è la comunità: ad essa si chiede il coraggio di assumere una sensibilità politica e una costante proposta di valori, eliminando eventuali controtestimonianze, per educare ad atteggiamenti politici maturi. La partecipazione concreta ad attività promozionali, di scuola, di quartiere, ecc. richiede una precisa competenza tecnica. Per questo la comunità diventa luogo di convergenza di «specialisti» che nel momento dell'educazione politica possono affiancare l'opera dell'educatore.
UN ITINERARIO Dl EDUCAZIONE POLITICA
Fatte le scelte bisogna tradurle in realtà con un itinerario attento alle situazioni storiche in cui si opera
a) Il primo passo di una educazione politica consiste nella scoperta della dimensione sociale della realtà. Bisogna capire che si vive in un mondo che ha una certa struttura sociale, in cui ogni uomo trova la sua collocazione, legata a molti elementi che spesso superano la sua personale possibilità di intervento.
b) La realtà, nella sua strutturazione sociale, ha sempre una dimensione politica: le cose non funzionano in forma neutrale, ma coinvolgono un progetto d'uomo, un modo di gestire il potere, un certo tipo di partecipazione, un'immagine di società. L'insieme dei rapporti sociali può favorire un progetto di promozione personale o collettiva dell'uomo oppure, al contrario, instaurare rapporti di alienazione e di sopraffazione. La coscienza che ogni realtà sociale ha un suo volto politico e non neutrale, è il secondo elemento di ogni educazione politica.
c) La scoperta della realtà nella sua dimensione sociale e politica non può lasciarci indifferenti: esige che si intervenga concretamente e fattivamente per orientarla alla promozione totale dell'uomo e di tutti gli uomini. Si tratta di una vocazione di fondo, di un orientamento di vita che dà senso al progetto personale e determina l'impegno con cui vivere la propria vocazione professionale concreta.
d) Questa responsabilità va tradotta in interventi espliciti: bisogna fare qualcosa. Gli interventi diretti saranno proporzionati alla maturità di chi li pone e in rapporto alla sensibilità e propensione personali. Ma saranno anche vissuti in modo pluralistico. Per alcuni giovani si tratterà di militare in organizzazioni sindacali, partitiche, di movimenti. Per altri in un certo modo di impostare la propria attività professionale: la scelta di alcune professioni per la responsabilità umana che comportano, il vivere la professione come promozione del fratello e del povero e non in una pura prospettiva di prestigio, di guadagno o di consumo, la partecipazione agli sforzi collettivi per liberare i ruoli professionali alienanti.
Altri giovani potranno scegliere un servizio di volontariato sociale o missionario. Per altri infine l'impegno politico può tradursi in vocazione educativa e pastorale nella certezza che l'annuncio efficace e operante del messaggio di Cristo è il fatto politico più radicale per la liberazione dei poveri.
Questo itinerario determina tutte le mete della educazione politica, in una successione logica. La loro realizzazione però dovrà essere graduale sia nella scelta dei gesti concreti che nel passaggio da una tappa a quella successiva. Per i ragazzi lo spazio di intervento educativo è determinato dalle prime mete (scoperta della realtà, coscienza della sua dimensione sociale e politica). Per i giovani si tratterà di avviarli all'azione nel quartiere, nella gestione sociale, nella difesa delle libertà personali, nella partecipazione.

