Professione e realizzazione di sé: proposte educative



    Giuseppe Anfossi

    (NPG 1973-11-16)

    La redazione si e impegnata ad affrontare il discorso sulla scelta professionale con un preciso taglio educativo.
    Abbiamo già dichiarato il significato che per noi assume l'affermazione: l'analisi della realtà secondo una chiave di lettura cristiana (perché ci vogliamo muovere in prospettiva di educazione alla fede) e pronta all'azione (perché parliamo di educazione), e, nello stesso tempo, la proposta di esplicite forme di intervento, connotate di realismo e concretezza (anche se mai immediatamente «pronte all'uso», per lasciare ad ogni lettore l'ultimo necessario ritocco).
    Tutto questo richiama quella scelta a monte di cui si è già parlato abbondantemente (cf anche l'editoriale sulla «professione»). Il giovane che progetta il suo domani vive e sogna dentro un contesto sociale la cui trama non è neutrale. Il piano che egli ha in testa diventa «cosa», realtà concreta ed operativa, stemperata e strascinata dai mille condizionamenti contro cui quotidianamente si sbatte. Conoscerli è condizione indispensabile per scegliere liberamente.
    Ma la conoscenza non basta.
    È necessario approdare ad una scelta: decidersi se mettersi sulla stessa lunghezza d'onda, accettando le norme del tessuto sociale e condividendone i sussulti; oppure se progettare un impianto diverso, più intonato ad una realizzazione di sé coerente con la propria identità umana e cristiana.
    Per chi sceglie questa seconda via, diventa necessario programmare tutto un grosso «realismo di base», fatto di prudenza, rispetto interpersonale, coraggio e tempi lunghi, molta fede e speranza (per quella dialettica morte-vita che caratterizza l'efficienza del cristiano).
    L'educatore accorto è quindi tutto attento per non fare discorsi belli, carichi di parole che affascinano e toccano le corde dell'entusiasmo, ma terribilmente pericolosi, perché astorici e acritici.
    Parlare di lavoro e professione senza la concretezza delle situazioni storiche in cui si vive oggi lavoro e professione, rende presto non credibili, oggettivamente, le proposte e conduce quindi all'integrazione... da fallimento.
    L'insieme di questi stimoli forma l'ordito su cui si muove la redazione. Il discorso è unico ed organico anche se lo si affronta in articoli successivi: solo nella sintesi affiora l'obiettivo educativo che sta a cuore.
    Lo studio che presentiamo e esplicitamente sul fronte educativo: potrebbe essere «l'ultima parola» al termine delle analisi sociologiche e delle affermazioni teologiche.
    È leggibile in pieno solo in quel quadro. L'editoriale ha anticipato alcune sensibilità, per supplire alla necessaria frammentarietà di una rivista.
    Un'altra cosa pare importante aggiungere.
    L'autore ha preferito montare le sue proposte in negativo sottolineando più ciò che non conviene fare che quello che va invece fatto.
    È una scelta; evidentemente discutibile come tutte le scelte. Ma ricca di una suggestiva coerenza interna:
    * È troppo facile cambiare i nomi conservando gli stessi prodotti. Il gioco... delle etichette è pericoloso in campo pastorale.
    L'accento sul negativo costringe ad una coraggiosa verifica: il chiamar le cose con il proprio nome la rende particolarmente possibile.
    * In un periodo di transizione di valori come è il nostro, è più facile essere «sicuri» sul negativo che sul positivo. Alla chiarezza con cui si avverte ciò che va cambiato, non corrisponde una egual chiarezza su ciò con cui operare la sostituzione. E non basta cambiare il segno, per aver risolto tutto: troppi giovani sono oggi le vittime di questa fretta pastorale (si pensi allo sbandamento educativo che ha fatto seguito ad una eccessiva direttività...).
    Ma tutto ciò ci fa sentire in stato di faticosa ricerca. Ci mette in ascolto di tutte le voci. E, soprattutto, ci costringe e scoprire l'unica inarrestabile sicurezza che è il progetto di salvezza del Cristo risorto.

    IL PROBLEMA

    Poche persone sono oggi soddisfatte del loro lavoro. Molte persone si dicono soddisfatte e di fatto in un certo senso lo sono per ragioni dipendenti dall'orario, il tempo libero, la fatica, le relazioni sociali, le mete sociali raggiunte e soprattutto il guadagno.
    Parlare in questo articolo di lavoro che soddisfa una persona significa fare riferimento ad un progetto morale per cui la professione e il lavoro realizzano una persona
    * quando la professione le permette di esprimere se stessa e di partecipare alle decisioni che la riguardano;
    * quando essa è svolta da una persona consapevole dei problemi sociali più globali;
    * quando le permette degli spazi di intervento destinato a trasformare la società e liberare l'uomo.
    In altre parole, una persona è educata ad assumere responsabilmente un lavoro quando è consapevole del contributo positivo e negativo che arreca non solo alla prosperità dell'azienda o istituzione cui è addetto, ma alla trasformazione della società e alla liberazione dell'uomo. Ritengo perciò inadeguata la concezione secondo cui una persona è «morale» nel lavoro quando «fa il suo dovere» ed è «competente»; e così la concezione secondo cui soltanto alcune professioni (come l'insegnante, l'assistente sociale, il medico) hanno valore sociale (sono «missioni» un po' come fare il sacerdote, si dice talora) mentre le altre sarebbero strumentali, tecniche e perciò neutrali.

    PROPOSTE EDUCATIVE FALSE, SUPERATE O INSUFFICIENTI

    Quale gerarchia di valori?

    Molti educatori, genitori, sacerdoti, insegnanti e responsabili di gruppi parlano con ambizione e ammirazione di giovani che arrivano alla laurea, di persone che ottengono promozioni di carriera, citano sovente amici loro ingegneri, medici, «pezzi grossi» dell'industria o della burocrazia, dando così l'impressione che le persone riuscite siano quelle che si piazzano in alto, che esercitano la libera professione o hanno un posto di comando: sarebbero quindi realizzate le persone che esercitano una professione prestigiosa e quelle che si sono fatte strada.
    Altri educatori invece non parlano in questo modo ma diseducano con i loro fatti: è diseducante ad esempio che essi non si interessino di problemi sociali, ma solo di cultura, scuola, cinema, sport ed ancor più potrebbe essere diseducativo se essi si mettono in quattro per raccomandare una persona, per ottenere un trasferimento, o se chiedono favori e denari per le loro opere sia pure... a fin di bene, senza valutare le conseguenze sociali del loro gesto.

    Integrazione... da grandi parole

    L'educatore cristiano, il sacerdote per esempio, si sforza spesso di porre in una luce religiosa il discorso professione e lavoro e giustamente; può ricorrere così all'uso delle parole vocazione o missione. Parlare di «vocazione» è certamente corretto per un credente purché non si attenda la «chiamata» direttamente da Dio senza interrogare il significato di appello che contengono gli avvenimenti concreti della vita, senza una attenta analisi della società e dei suoi complicati meccanismi, senza una ricerca e conoscenza dei propri talenti e attitudini e senza sentire il dovere di utilizzarli per sé e per gli altri nel modo migliore. Più pericoloso è il termine «missione»; colui che vede il proprio lavoro come una missione può correre alcuni rischi che è bene prevedere: egli può pensare, ad esempio, che da una parte ci sia ciò che vale (il mondo religioso e sacro) e dall'altra ciò che non vale (il mondo profano); la sua missione consiste appunto nel «santificare» e dare valore ad una attività in se stessa povera; con questa stortura si giungerebbe a pensare che un lavoro fatto per missione, ad esempio l'infermiere, non ha motivazioni autonome a sorreggerlo ma che le riceve dall'intenzione religiosa; si giungerebbe così forse anche a giustificare un salario ridotto o prestazioni gratuite; con una visuale di questo tipo si permette spesso che una persona di buona volontà avente motivazione o vocazione religiosa, eserciti una attività o professione senza adeguata preparazione culturale e professionale.
    Ugualmente insoddisfacente e pericoloso potrebbe risultare parlare di lavoro come collaborazione con Dio nella creazione e trasformazione del mondo.
    La carenza di questa proposta religiosa sta nel trascurare una attenta lettura della società; e la sua pericolosità sta nel fatto che lascia facilmente supporre che l'organizzazione sociale che è piramidale e la conseguente divisione dei compiti e perciò del lavoro e dei profitti, siano anch'esse qualche cosa di naturale o provvidenziale, e perciò di giusto da accettare così come sono.

    Il rischio dell'evasione

    L'educatore moderno giunge facilmente ad intuire la rapidità delle trasformazioni della società contemporanea e il continuo specializzarsi delle mansioni e il conseguente continuo pullulare di professioni nuove dovute al progresso tecnico o alla professionalizzazione o laicizzazione dei servizi sociali. Per conseguenza egli può essere indotto a proporre come professioni capaci di autorealizzazione soltanto le più moderne o quelle di tipo «sociale».
    Altre volte l'educatore, cosciente della scarsa soddisfazione data da molte professioni, è tentato di puntare esclusivamente sulle attività del tempo libero sia per svago sia per studio sia per iniziative non professionali come certi servizi assistenziali, doposcuola e simili, oppure su attività da compiere in anni precedenti l'ingresso nella professione vera e propria, come il servizio civile, attività tecnico-assistenziali in paesi di missione e simili.
    Se l'educatore si ferma qui, anche se ha già compiuto un buon tragitto, corre il rischio di dimenticare l'essenziale del problema che è dato dalla professione o lavoro normale, quello che è comune alla maggior parte della gente.
    È infatti a questa professione e a questo lavoro normale che dobbiamo tentare di dare un valore di autorealizzazione e trasformazione.

    PUNTI FERMI PER UNA PIATTAFORMA COMUNE

    L'educatore, persona «libera»

    Il punto più delicato di tutta la questione è dato dal fatto che «essere educatore ed educare» è a sua volta una «professione» avente un preciso status e ruolo nella società; ora come può educare ad un lavoro o professione liberante e realizzatrice di sé una persona, l'educatore, che a sua volta non senta se stesso né liberato né realizzato?.[1]
    Cosa dire poi dell'educatore che propriamente non ha un lavoro professionale?
    A mio modo di vedere questo articolo è tutto sprecato se l'educatore, sia esso prete o laico, insegnante o animatore di gruppo, non ha una coscienza riflessa del suo ruolo professionale e se non lo sa esaminare attentamente in rapporto a se stesso, alle sue capacità e alle istituzioni da cui dipende. Solo se egli stesso sa dire quali spazi ha di autorealizzazione e di libera ed efficace trasformazione del mondo umano, solo se lui stesso sa darsi obiettivi concreti e strumenti adatti di autorealizzazione e di liberazione, sarà capace di educare gli altri alla professione. Questa analisi del proprio ruolo e ricerca di strumenti adatti per gli obiettivi propostisi conduce probabilmente a precise scelte di letture, studio, aggiornamento, collegamenti, partecipazioni e impegni. Se l'educatore non studia più, legge giornali e frequenta persone di un solo tipo, orientamento ideologico e ceto sociale, probabilmente non è capace di vedere il proprio ruolo in modo critico.

    La coscienza del peso sociale

    All'educatore sono assolutamente indispensabili degli strumenti di conoscenza forniti dalle scienze sociali; la carenza di queste scienze che è notevole nei sacerdoti e in molti insegnanti, li costringe spesso a parlare di scelta professionale solo in termini di soddisfacimento di esigenze psicologiche, familiari e morali in senso riduttivo; gli è invece assolutamente indispensabile saper leggere e interpretare la complessa rete orizzontale e verticale dei ruoli e delle professioni con categorie sociologiche. Se infatti raggiunge una certa capacità di analisi non gli sfuggirà che la molla della società industriale è l'economia con conseguente distribuzione piramidale di compiti e funzioni tanto più alte e retribuite quanto più sono capaci di assecondarne lo spirito ispiratore. Ne conseguono competizione e conflitto. La non volontà di competere dovuta a rinuncia, incapacità, debolezza o emarginazione, allontana dalle posizioni influenti e per conseguenza da quelle posizioni che in un certo senso bisognerebbe occupare per sentirsi realizzati.
    Per conseguenza il primo atteggiamento educativo da assumere è abbandonare la consueta concezione di indifferenza o neutralità nei confronti della società, il successivo è la costatazione ragionata che l'impossibilità di svolgere un ruolo liberante è tanto maggiore quanto più alto ed influente è il proprio posto nella gerarchia professionale. L'educatore imparerà allora ad esaminare i fatti singoli e le singole professioni e ad analizzarli facendone emergere con realismo i motivi che impediscono a molte persone, che pure sono coscienziose e religiose, di svolgere un benché minimo ruolo di umanizzazione o trasformazione delle strutture. Un ultimo passo consisterà allora nella ricerca di valori diversi e alternativi rispetto a quelli che sottostanno alla società e alla attuale struttura professionale. Questa lettura della società condurrà ancora l'educatore a rifiutare di gestire il proprio ruolo come mediatore tra i valori proposti dalle classi dominanti e i valori vissuti dalle persone subordinate e accedenti alla professione e soprattutto tra le richieste e le offerte delle istituzioni e le esigenze delle persone subordinate. Anche l'educatore, che è un operatore sociale dal momento che opera con le persone, come il medico, lo psichiatra, l'assistente sociale, l'insegnante e il prete, deve perciò rifiutarsi di agire soltanto sulle persone per «adattarle» alla società, deve invece agire anche sulle istituzioni per renderle almeno un poco più capaci di accettare le persone come sono, con i loro valori e atteggiamenti ed esigenze; per questo l'educatore, come ogni operatore sociale, non può essere né neutrale né mediatore, ma deve affiancarsi alle persone subordinate per aiutarle a prendere coscienza di se stesse, per elaborare con loro richieste e soluzioni diverse o alternative rispetto a quelle proposte o imposte; queste richieste e proposte non dovranno soltanto essere di atteggiamento morale e di valori, ma di reale modificazione delle strutture e della loro organizzazione e funzionamento.

    Con profondo realismo

    Tuttavia l'educatore deve essere realista. Egli non può condurre ad azioni contestative e rivoluzionarie per amore di idealità e ciò almeno per la ragione che egli stesso esercita una professione nell'interno delle istituzioni sociali vigenti accettandone tutte le limitazioni e in secondo luogo perché non è corretto strumentalizzare delle persone che dipendono da lui e che sono perciò incapaci di una autonoma visione dei propri problemi mentre poi sarebbero costrette a portare da sole tutte le conseguenze di una azione contestativa.

    PROPOSTE EDUCATIVE

    Osservazioni preliminari

    In questo articolo, come già si è detto, si parla del lavoro o della professione in se stessa qualunque essa sia, e non di quella liberazione e autorealizzazione che è possibile e spesso doveroso realizzare nel tempo libero impiegato in modo corretto e soprattutto nell'impegno e partecipazione sindacale e politica.
    Tentare di dare uno spazio di autorealizzazione e di liberazione a molte delle professioni e dei lavori di oggi può apparire utopistico e comunque probabilmente pecca di ottimismo esagerato, tuttavia la direzione in cui ci si deve muovere è questa; i cattolici troppo già si devono pentire di aver ricercato l'impegno e la soddisfazione personale al di fuori della professione, nel tempo libero o in forme di associazionismo «caritativo» o addirittura alienante perché basato sul divertimento o sullo sfogo consolatorio e sostegno affettivo del piccolo gruppo.
    Un cristiano consapevole dello spirito capitalista che regge alcune professioni e delle esigenze evangeliche potrà trovare probabilmente che alcune professioni non gli è lecito di esercitarle. Conflitti di coscienza e una seria ricerca di giusta collocazione nella società sono benefici nella misura in cui la persona che li soffre si apre ad altri e stabilisce con essi dei contatti sia di verifica sia di solidarietà.

    Obiettivi educativi

    Non è possibile educare una persona in un settore particolare, senza educare la persona tutta, non è quindi possibile educare alla scelta corretta e gestione liberante della propria professione senza educare a vivere nel contesto umano e sociale globale; il fine di questa educazione è politico nel senso che si dà oggi a questa parola. Essa comporta una consapevolezza del fatto che ogni professione o lavoro sono funzionali nel sistema globale, una coscienza sociale che permetta di vedere i collegamenti esistenti tra la singola professione e gli orientamenti politici sociali ed economici più generali e infine una coscienza politica che guidi alla partecipazione sociale e politica effettiva sia all'interno della professione sia in modo collaterale.
    L'educazione alla professione comincia con la nascita e diventa particolarmente doverosa durante la scuola dell'obbligo e via via quando l'adolescente formula le prime scelte.
    Educare lungo tutto questo arco significa liberare dai condizionamenti o almeno fare prendere coscienza di essi.
    La famiglia, la scuola, il gruppo dei pari per età e condizione sociale, sono sorgente di innumerevoli e pesanti condizionamenti. Insegnare ad analizzarli è dovere di ogni educatore. I condizionamenti tuttavia non sono solo di ordine economico-strutturale, ma anche culturale: riguardo la scuola, ad esempio, nella misura in cui un educatore ne favorisce la partecipazione attiva, ne fa cogliere anche le carenze (come l'assenza di educazione sociale), ne analizza gli orientamenti di valore e di disvalore sottostanti ai programmi e agli autori proposti allo studio, e ne favorisce la volontà e capacità di partecipazione e autogestione, pone così le premesse per una educazione professionale corretta.
    Il rapporto tra scuola e professione imporrebbe più profonde analisi. Mentre cresce il livello di scolarità le professioni tecniche si dequalificano e la disoccupazione di chi ha titoli di studio aumenta. D'altro lato la attrattiva delle professioni alte, richiedenti la laurea, sta diminuendo e tende invece a salire il valore delle professioni senza laurea le quali spesso offrono possibilità di azione sociale superiori.
    Si ha come conseguenza che un vero educatore (genitori compresi) deve abbandonare la mentalità corrente che vede la scuola come uno strumento di ascesa sociale per mezzo di una promozione professionale (trovare un buon posto), e optare invece per una scuola che si metta al servizio degli uomini per porli in rapporto tra loro come uguali, per renderli più critici consapevoli e umani. Cultura dunque come liberazione e coscientizzazione e non solo attrezzatura tecnica per l'esercizio di una professione.
    Un irrinunciabile obiettivo educativo è dato dall'abbattimento del concetto di competenza professionale come area autonoma e politicamente neutrale; ciò vale sia per le professioni tecniche sia per le professioni cosiddette sociali (insegnante, assistente sociale, medico, sacerdote...). Mettere in rilievo le responsabilità sociali, civili e politiche di ogni persona che lavora, e le scelte implicite che si nascondono nella neutralità e nel disinteresse sociale richiede un lentissimo e delicato lavoro fatto di riflessioni serie, prese di coscienza graduali, discussioni, impegno politico, azione e incontri. Esso suppone delle analisi molto concrete, realistiche, non semplicistiche e soprattutto non cariche di ideologia.
    Educare in questo campo significa allora fare continuamente dei collegamenti tra un momento della vita sociale e la società tutta intera; si tratta di un continuo andata-ritorno dalla singola professione alle istituzioni maggiori, alla società; dal singolo avvenimento ai valori portanti che esso rivela; dalle scelte politiche alle scelte economiche; dalla azienda al quartiere, alla città; dalla città al suo retroterra, alla regione. Solo così è possibile mantenere una coscienza sociale desta e impedire che si affermi una visione egoistica, settoriale, campanilistica e corporativistica.
    Ben presto tuttavia i collegamenti conoscitivi devono diventare anche partecipazione vera e propria: anzi in un certo senso conoscere e agire vanno insieme e si rinforzano l'un l'altro. Gli spazi della partecipazione vanno ricercati all'interno delle istituzioni e degli ambienti in cui si vive: lo studente e l'insegnante nella loro scuola, l'operaio nella sua fabbrica, il cittadino nel suo quartiere, il cristiano nella sua parrocchia.
    Anche il modo di affrontare i problemi sociali più gravi che nascono o si scoprono nella propria città o quartiere deve essere ispirato alla partecipazione.
    L'educatore per conseguenza non chiede che tali problemi siano risolti da alcuni operatori sociali specializzati e neutrali, oppure con la emarginazione attenta attraverso la istituzionalizzazione o altro intervento pubblico, ma con il concorso e la corresponsabilità di tutte le persone ed enti che compongono tale comunità locale.

    Strumenti e metodi

    Se è già difficile individuare obiettivi educativi è ancor più difficile precisare un intervento pedagogico metodologico.
    Tra le molte difficoltà si possono ricordare le resistenze di troppe istituzioni preoccupate di obiettivi immediati e diffidenti verso tutto ciò che ha sapore di politica; e inoltre la mancanza di movimenti giovanili abbastanza affermati e di ispirazione cristiana capaci quindi di suggerire metodi di azione, riflessione e di organizzazione già sperimentati.
    Questi suggerimenti di metodo educativo sono perciò generici, insufficienti e soprattutto variamente applicabili a seconda dei tempi e dei luoghi: essi si possono riassumere nella proposta di una andata e ritorno dalla riflessione-parola all'azione-impegno; dal momento della azione-riflessione autonomo ai collegamenti, incontri e confronti con ogni tipo di movimento o gruppo.
    Una educazione a gestire con un po' di soddisfazione o libertà il proprio ruolo professionale comporta una presa di coscienza della ideologia e delle finalità pratiche di cui si è consapevolmente o meno servitori, e una capacità di azione critica nella misura in cui è possibile.
    Ora analizzare il proprio ruolo e viverlo in modo nuovo e cioè critico è praticamente impossibile ad una persona che rimanga sola. Il collegamento con altri per una presa di coscienza, e per conservare atteggiamento critico e azione coerente e costante è praticamente lo strumento principale per una educazione di questo tipo.
    Soltanto mantenendo dei collegamenti e formando in qualche modo dei gruppi è possibile elaborare a poco a poco una visione della vita e un quadro di valori alternativi rispetto a quelli dominanti e agganciarli ad un messaggio religioso divenuto criterio di revisione di vita; soltanto così è possibile individuare di volta in volta obiettivi di azione e mezzi capaci di modificare la realtà sociale, soltanto così infine è possibile conservare una carica di innovazione sociale e umana profonda senza cadere nella disperazione, nella rinuncia, nell'integrazione o nel velleitarismo rivoluzionario.
    I gruppi che nascono con queste preoccupazioni non saranno dei gruppi integristi, di autoconforto o di tipo primario ma invece di impegno; la loro riflessione e studio non saranno astratti, ma muoveranno dalla vita, dai fatti e dalle situazioni precise in cui le persone vivono. Essi poi non rimarranno chiusi, ma tenderanno a mettersi in contatto con tutte le minoranze attive organizzate o no, tra cui le organizzazioni sindacali che più sono vicine al discorso professionale.
    Dal punto di vista pedagogico è molto importante il procurare incontri tra coloro che ancora non sono al lavoro e coloro che già vi sono inseriti: ciò può avvenire in vario modo, in forma di intervista, incontro informale, campo scuola, dibattito, studio di una determinata professione...
    È pure molto importante realizzare concreti raccordi tra professione e società globale, tra singolo fatto e orientamenti politici generali, tra azienda e quartiere... Questo praticamente comporta indagini conoscitive sui fatti e quindi tutta una educazione all'uso critico delle fonti di informazione (giornali, riviste, radio, TV), la promozione e il sostegno di fonti informative nuove (contro informazione), richiede soprattutto un metodo di analisi dei fatti[2] e soprattutto una capacità di impegno nel concreto delle situazioni senza subire perdite di identità o strumentalizzazione o rinuncia alla carica rinnovativa.

    NOTE

    [1] Su questo specifico argomento è previsto un intervento che affronti in pieno il discorso (n.d.r.).
    [2] Esempi di «metodi per analizzare i fatti» sono già stati offerti su Note di Pastorale Giovanile.
    Ricordiamo soprattutto quelli più prossimi all'argomento in oggetto: l'esperienza dei gruppi operai di Torino (1972/6-7) e della GiOC di Rimini (1972/11).