(NPG 1973-5-85)
Non mancano sul mercato proposte «teoriche» di un modo alternativo di progettare il fidanzamento, in una prospettiva di educazione all'amore profondamente cristiana.
La bibliografia riportata in 1973 /2 ha documentato le sintesi più significative. Il problema è un altro. Come «tradurre» in termini quotidiani queste grosse e complicate proposte? Come presentare modelli che siano significativi perché densi di tutti i problemi aperti e ricchi di sbocchi affascinanti?
Una comunità giovanile si è posta l'interrogativo.
Ed ha elaborato le pagine che seguono: «storia di un fidanzamento diverso». Messa in circolazione, ha dato una mano a tutti a capire quali problemi due giovani che hanno scoperto l'amore devono porsi, pena la riduzione del loro affetto ad una semplice consumazione reciproca, e soprattutto quali soluzioni prospettare oggi, per evitare un domani triste e nebbioso, che di «cristiano» ha conservato solo l'etichetta...
Come sempre, questa proposta non può essere ciclostilata di peso e messa in mano a qualsiasi gruppo giovanile. Richiede lo sforzo di concretezza: i problemi cambiano, da posto a posto, e le soluzioni vanno inventate in diretto confronto. Ma queste pagine possono offrire una base molto stimolante.
Le proposte teoriche che offriremo nella monografia sull'educazione all'amore e alla famiglia, si rispecchiano a pennello, in questa «storia».
(Le redazione è frutto della comunità giovanile di BOLZANETO - cf 1972/1).
Gigetto e Gigetta volevano mettere su una «famiglia diversa».
Si arrabattavano già da adesso a costruire un fidanzamento «diverso» ma non troppo.
UN FIDANZAMENTO DIVERSO: DA SOLI O «ASSIEME» A TUTTI?
La domenica. Ma come facevano gli altri a passarsi le domeniche, una dopo l'altra, lui con lei, lei con lui? Non gli mancava il respiro? Il più delle volte Gigetto e Gigetta la domenica la passavano in comunità, insieme, lui coi «suoi» ragazzi, lei con le «sue» ragazze, facevano i matti insieme a tutti gli altri, magari sotto i portici di una elegante via cittadina vestiti da montanari. Qualche altra coppia, invece, non aveva ancora imparato a stare insieme, insieme agli altri; erano ancora un po' complessati...
Ciao, ciao, ciao; tutti si salutavano, loro erano i più salutati da tutti, «giro» serale a braccetto, bacino, e avanti col cuore gonfio di felicità.
Due volte la settimana te li vedevi in chiesa, alle sette e mezzo, insieme a Messa. «Grazie Signore di avermela regalata». «Grazie Signore di avermelo regalato».
«Domani non ti passo a prendere in ufficio: stiamo vedendo per uno sciopero. Forse questa volta si riesce. Non uno sciopero per lavorare di meno e guadagnare di più. Faremo uno sciopero per i disoccupati. Cosa ne dici?».
«Mi ha telefonato YX: il gruppo per il Terzo Mondo ci ha offerto di stendere il copione di una "rivista" missionaria da rappresentare in giro nelle parrocchie, per sensibilizzare i giovani. Dovremo anche recitare la parte della coppia coi figli che parte per il Sud-America.
Intanto facciamo un po' d'allenamento, non ti pare? Ci vediamo dopodomani sera. Porta le preghiere di Quoist, Pregare giovane, il Vangelo, i documenti di Medellin, i dischi del Giombini, il proiettore per le diapositive».
«Cosa dici? Papà mi ha detto se voglio la macchina quando avrò dato il decimo esame. Certo che per due fidanzatini sarebbe una bella comodità... ma hai letto sul "foglio di collegamento C.E.I.A.L." quell'ospedale domanda l'ambulanza...».
«Allora vorrà dire che ancora per quest'anno accettiamo i regali di Natale. Intanto cominceremo con il non farne a nessuno, tranne che ai poveri, i veri Gesù. Così sarà più facile domandare che non ce ne facciano, l'anno prossimo. Mettiamoci d'accordo, ti fai regalare l'abbonamento a "Dimensioni" e a "Rocca", io a "Renovatio" e alla "Civiltà Cattolica". Poi li schediamo, ce li scambiamo, li portiamo in comunità assieme a tutte le riviste programmate dal gruppo di animazione culturale.
Ma come abbiamo fatto ad accorgersene così tardi che non siamo soli, noi della comunità, che siamo in tanti, in tutto il mondo, siamo in tanti che cerchiamo di vivere il Cristianesimo di oggi, tanti che scrivono, che leggono, che agiscono, che pregano?
Ci volevano i campi di quest'estate: a Ulzio, a Fano, a Firenze, a Spello; bisognava andare tu a Lourdes ed io in Kenya per aprire gli occhi sul mondo?
Perché non ci è bastata la scuola, né quella ufficiale né tutti i caos di movimento studentesco che abbiamo fatto?
Ora dovremo tenerci bene in contatto con tutti i gruppi che abbiamo incontrato. Che peccato: ora non si può proprio più stare bene noi due soli!».
LA CONFESSIONE IN COPPIA?
«Ti sei confessato ieri? Quando è libero?».
Forse era più comodo confessarsi ciascuno per i fatti suoi. Ciascuno il suo confessore. Ma forse così rende di più.
Per un verso ci unisce di più, nel senso che ci spinge ad una sincerità più totale fra noi due, al pensiero che poi dovremo esserlo ciascuno davanti allo stesso prete... se le due versioni non combaciano...
Per l'altro verso ci apre di più verso gli altri, nel senso che spacca un'intimità che potrebbe diventare chiusura fra di noi due, soffocamento della nostra individuale personalità.
Ti ricordi quando abbiamo chiesto al don che ci confessasse insieme, contemporaneamente, intanto ciascuno di noi due conosce bene l'altro e lui aveva spiegato che nella Chiesa primitiva si usava anche l'assoluzione comunitaria, per sottolineare gli effetti «sociali» del peccato.
Tuttavia lui preferiva la formula attualmente vigente nella Chiesa Cattolica, uno per uno: è importante che anche in coppia non ci si dimentichi di essere due. Uno più uno uguale due e non uno più uno uguale uno!
E davanti a Dio si deve essere anche uno per uno.
«Già, all'ultimo giudizio saremo soli; moriremo tutti uno per volta», ci aveva detto!
D'altra parte se la nostra vuol essere già ora una «vita a due», mi sembra più giusto che una «direzione spirituale» sia fatta dallo stesso prete.
PER AMARE BISOGNA DIVENTARE LIBERI
Invece di pagarti io il cinema, di comperarti io l'ombretto a te e tu !e sigarette a me, potremmo mettere i nostri soldi insieme. Chi di noi due ne ha bisogno ne prende. Tanto sarà ben così, un giorno, se va avanti, no?
Sarà meglio che ci diamo un bacio in meno piuttosto che uno in più.
Dobbiamo imparare anche a stare un pomeriggio insieme, per conto nostro tenendoci anche solo per mano, come tre anni fa. Ti ricordi i primi «giri» un po' più lontani... Perché è difficile regalarselo un bacio, per amore, e non rubarselo, per sé. È difficile imparare ad amare. L'altra volta ti ho sentito più frenetico, passionale. Poi non riuscivo a guardarti fissa negli occhi... Occorre «possedersi» veramente, per sapersi dominare, per sapersi donare.
L'altra volta Gigetto le aveva regalato un foulard nuovo per il suo onomastico. Carino veramente, rustico di tela, carino. Gigetta se lo metteva sempre quando «usciva» con lui. E l'altro si metteva un vestito un po' più decente quando uscivano insieme, alla domenica.
Già da piccoli glielo avevano insegnato che alla domenica ci si mette l'abito bello per fare festa al Signore: quanta gente allora che alla domenica vuole bene al Signore!
La cravatta non gli era mai piaciuta. Non era tanto per essere conformisti dell'anticonformismo, ma se lo erano detto che era proprio indifferente come si vestivano quando uscivano insieme ed anche alla domenica per andare alla Messa. Anzi, forse, per loro era più utile così; vestirsi la domenica come gli altri giorni, proprio come gli altri giorni, per dirlo, per ricordarselo a se stessi ed anche eventualmente agli altri, che è dentro quello che conta, davanti a lei, agli altri, a Dio.
Gli altri facevano bene a vestirsi come volevano, tanto non è l'abito che fa il monaco, ma loro se lo ricordavano anche così che loro erano dalla parte della «contestazione del sistema», quella contestazione di sé e di tutto, che i santi avevano sempre chiamato conversione e penitenza.
A votare poi non avevano messo la crocetta nello stesso posto. L'avevano messa vicina a dir la verità, ma non nello stesso posto. Così l'altra sera lei era andata con la compagnia a teatro ma lui aveva preferito restare alla televisione: «Ma va là, quel teatro proletario e sinistroide che ti fanno pagare 1.800 lire per entrarci, vi prendono in giro!». Avevano capito che non era assolutamente importante essere sempre dello stesso parere. Non solo. Ma non era neppure importante cercare sempre di convincere l'altro.
L'amore vero, l'Amore senza paure e senza complessi, l'Amore sicuro di sé arrivava alla fiducia ed alla libertà.
Era bello vedere delle persone così libere.
Certo per quel che riguardava l'essenziale era importante pensarla e vederla alla stessa maniera, ma poi, poi c'era la libertà, che non era menefreghismo dell'altro, era semplicemente libertà; amore nella libertà... Come in comunità erano stati abituati ad essere uomini e donne liberi! Ad amarsi diversi.
I miei amici (di lei), le mie amiche (di lui)... Come farei ad amarti, Gigetta, se io non avessi tante amiche, come farei a sceglierti, a risceglierti ogni giorno, se oggi io non avessi tante amiche, e poi da sposato, per poterti veramente sempre riscegliere? Per favore, Gigetta, cura anche tu i tuoi amici.
UNA SCELTA MATURA: CONFRONTARSI CON LE ALTERNATIVE...
Ma Gigetto e Gigetta si trovano ancora davanti ai due problemi più grossi: sposarsi o scegliere la vocazione religiosa? sposarsi in chiesa oppure no?
La vocazione
Non aveva senso, d'accordo, per dirsi cristiani, «scegliersi la ragazza che mi piace», ma neppure aveva senso «scegliersi la ragazza per la vita» Si era sempre detto in comunità: «Prima la scelta dell'ideale e poi la scelta del ragazzo, in base all'ideale; che vita sarebbe vivere con uno che non ama il più intimo di te stesso? Che magari ti permette di avere le tue attività? Cosa avremmo in comune oltre la pelle?». Semmai aveva un certo senso riconoscere in lui, in lei la Sua, di Lui, scelta. Ma neppure questo.
«Gigetto, non siamo noi a fare le nostre scelte, ma è Lui che ci sceglie.
E prima ancora di averci scelto, insieme bisognerebbe vedere se, uno per uno, tu ed io, ci ha scelti per il matrimonio o per la vita consacrata. Ti fa vergogna domandartelo?».
Da quando XX aveva detto che la sua strada gli sembrava quella di partire missionario per l'Africa, ma partire per restarci e creparci... da allora la domanda, semplice ma imbarazzante, se la erano posta: «Cos'è più perfetto, allora, sposarsi per amore o, per amore, non sposarsi?».
«Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che hai, vieni e seguimi». Quella sera erano rimasti a lungo, vicinissimi, in ginocchio nell'ultima panca della chiesa, la sua mano sinistra, nervosa, nella sua mano destra, fremente...
Lui si era ricordato che anche Marx si era pentito di essersi sposato per non poter essere di più tutto di tutti... Ma forse era questione di scarpe. Che senso aveva dire: «lo voglio comperare la scarpa più grossa perché è la più grossa!».
D'accordo una scarpa può essere più grossa e l'altra più piccola... ma a ciascuno la «sua» scarpa! XX lo aveva detto: «Non mi basta una donna, ne voglio due, tre, quattro, tante, e anche tanti uomini, tutti... e capisco che la mia esigenza di essere di tutti passa per l'esigenza di non essere di nessuno, o meglio di Lui solo».
Vedi, Gigetto, io lo capisco, forse lo ammiro. Spero che ci riuscirà. Io mi sono maturata dentro «un progetto di vita», un progetto di salvezza integrale, come si dice alla moda, di me e del mondo, in una vita contro corrente, un progetto ambizioso, entusiasmante. Ma ho capito abbastanza chiaramente che da sola non ce l'avrei fatta.
Quando ti ho incontrato e conosciuto, ho capito che ci volevi tu, precisamente tu, con le tue precise qualità e i tuoi difetti, tu e non un appoggio affettivo qualunque, con me, per me, per poter realizzare quel progetto di vita.
È Lui che mi ha fatta così, mi ha chiamata così. E io rispondo cercando te per realizzare quel progetto di vita che io chiamo così il suo progetto d'amore, su di me, su di te, sul mondo. Allora capisco che la nostra non è una scelta, ma una risposta alla sua vocazione, senza rimpianti, senza inutili confronti, ma con gioia perché la sua volontà, sia fatta così in cielo come in terra... Però, Gigetto, mi sembra che abbiamo potuto scoprire la nostra vocazione al matrimonio solo dopo esserci onestamente messi davanti il problema di fondo della vocazione.
Allora XX ce lo sentiremo vicinissimo, perché lui e noi tentiamo, tutti e tre, di rispondere alla sua vocazione.
Il sacramento
D'accordo, tutti si sposano; quasi tutti si sposano in chiesa. Ma perché sposarsi in chiesa? Ci levassi i fiori, il fotografo, l'abito bianco... chissà quanti ancora si sposerebbero in chiesa! Ma più ancora, perché sposarsi? Che valore può avere una cerimonia ufficiale sia religiosa che civile? Se l'amore c'è, c'è tutto, e se non c'è anche la cerimonia non è niente.
Mi capisci, Gigetto; è chiaro! Non è che non mi bastano più le tue carezze e ho fretta di andare a letto con te. D'accordo, lo dicevano anche l'altra sera alla riunione del C.P.M., che per il cristiano l'unione intima dei nostri corpi deve significare una donazione totale irrevocabile. Irrevocabile per sempre. Questo lo sento e lo capisco. Sarà per la mia femminilità, per la mia educazione cristiana, ma no, lo sento anche come pienezza della mia umanità. Lo sento che non potrei essere tutta tua senza la certezza di essere tutta tua per sempre. Sarebbe un gesto falso, bugiardo, passionale.
Ma perché mai questa irrevocabilità dovrebbe essere controllata, timbrata da una cerimonia ufficiale con tanto di testimoni. Cosa c'entrano gli altri nel nostro amore, Del nostro progetto di vita? Noi potremmo dirlo davanti a Lui il nostro «sì», al suo piano d'amore su di noi due...
A Gigetto e a Gigetta era sembrata dapprima una questione secondaria, un'antipatia per i fotografi, i colletti inamidati e le chiacchiere di convenienza, gli arrampicamenti sugli specchi durante il rinfresco, tanto per non far cadere nel vuoto le solite convenzionali conversazioni di occasione.
Una questione anche abbastanza secondaria per quanto concerneva il cosiddetto divieto di rapporti prematrimoniali. A prescindere infatti dalla cerimonia, lo capivano per intuito, che sarebbe stato falso un abbraccio totale che non fosse stato per sempre, sicuramente per sempre.
Poi invece... frequentarono i corsi di spiritualità coniugale. «Anche noi prima di sposarci, avevamo pensato di sposarci in una bella chiesetta di montagna, giacché a noi piacciono tanto i monti, senza gente e chiasso, così nella semplicità, pochi amici, i parenti più stretti: il prete, i testimoni. Ci sembravano intrusi ed indiscreti gli altri, i loro sguardi curiosi, i loro sorrisi».
«Carissimi, siete venuti nella chiesa del Signore perché il vostro amore sia santificato da Dio davanti alla comunità... Vi do lettura degli articoli del Codice Civile, riguardante i diritti ed i doveri dei coniugi».
Queste le prime e le ultime parole del rito del Matrimonio.
«Capisci, Gigetta, che il nostro amore non è nostro; noi non ci diciamo il nostro amore davanti a Dio, Lui, tu ed io, noi tre. Il nostro è un patto con Dio davanti alla comunità, cioè alla Chiesa, e davanti allo Stato. Non spaventarti, non deluderti, Gigetta, se ti dico che l'ho capito: il matrimonio, il nostro matrimonio non dovrà essere un fatto privato ma un fatto politico.
IL MATRIMONIO È UN FATTO POLITICO
È il patto con Lui di impegnarci ad agire insieme, noi due, o meglio noi tre, con Lui, nello Stato e nella Chiesa, come e dove potremo, per costruire così il nostro progetto di vita, o meglio il suo piano d'amore.
E la nostra reciproca fedeltà allora, in una famiglia aperta, non poggerà più sulla riservatezza, sul non incontrare tu altri uomini ed io altre donne, ma poggerà sulla nostra personale fedeltà al suo piano d'amore, che ci ha progettato insieme noi due, per crescere, per agire, per darsi da fare, per cambiare le cose, in noi, fuori di noi...
E non perde nulla di sentimentale, anzi moltiplica il suo fascino questo matrimonio che, io ti dico, deve essere un fatto politico.
E s'abbracciarono forte forte, quella sera in collina, alla luce lontana delle tante luci di città, davanti ai fratelli, lontani ma presenti, alla luce ancor più lontana d'un cielo trapunto di stelle, i mille occhi del Padre, ancor più lontano ma ancor più presente: «Il nostro amore è per voi, fratelli, per il tuo regno, Padre!». Il matrimonio doveva essere un fatto politico, di politica civile e di «politica» ecclesiale. Soprattutto nei figli, poi in fabbrica, dal pizzicagnolo, a letto, in parrocchia. Il loro matrimonio, ogni giorno ed in ogni situazione, avrebbe fatto avanzare la crescita del mondo, il suo regno...
Stabilito questo, il matrimonio come «fatto politico», tutto il resto veniva per conseguenza.
PARLIAMO Dl COERENZA NELLE... PICCOLE COSE
La casa
Tanto per cominciare: l'arredamento di casa.
Sarebbe stato per loro un fatto importante. Un arredamento veramente povero. Sarebbe stato importante per due diversi motivi: primo, avrebbe dato loro la possibilità di sposarsi appena si fossero sentiti maturi sia personalmente che come individui (ideale di vita, formazione intellettuale, morale, professionale; acquisizione di abitudini robuste, capaci di salvaguardare il comportamento del singolo anche nei momenti difficili...) sia come coppia (sufficiente sicurezza di reciproca complementarietà, reciproca assodata conoscenza...). Sembrava loro abbastanza ridicolo il caso di alcuni amici che aspettavano ancora a sposarsi per non aver ancora trovato i milioncini sufficienti per un «decoroso» arredamento della casa.
Secondo motivo: sarebbe stata sempre lì quella casa «brutta» (ma no, non è assolutamente il caso che sia brutta; basta in realtà che sia veramente povera, essenziale; quanti rifugi alpini, quante celle di convento, quante case «vere» avevano visto arredate con tanta semplicità ma con tanto, tanto buon gusto!), sarebbe stata sempre lì quella casa povera a ricordare loro che la loro casa non doveva essere soprattutto un posto caldo ed accogliente, dove star bene insieme, al tiepido riparo dal mondo cattivo, di fuori, ma sarebbe stata invece un «campo base», dal quale partire insieme per la «missione mondo», nei figli, nei parenti, in ufficio, al sindacato, in parrocchia.
Una casa cioè come punto di partenza e non come traguardo della giornata.
Il viaggio di nozze
Quella del viaggio di nozze i parenti non l'avrebbero mai digerita.
I primi quindici giorni (e notti!) di matrimonio tra i baraccati di Roma! Forse sarebbe stata solamente una fanfaronata da raccontare agli amici... forse sarebbe stato un gesto-rimorso per tutta la loro vita, un gesto-pilota per altre coppie...
Preghiera a due
L'avevano letta da ragazzi la storia dell'inginocchiatoio a due posti ai piedi del letto, su «Famiglia Piccola Chiesa» di Carlo Carretto. Altri si erano messi a ridere. Loro no. Avevano capito da tempo che una famiglia «diversa» non stava in piedi se non rimaneva agganciata «molto in alto».
La preghiera, questo rimettersi insieme davanti a Lui che li aveva chiamati, che continuava a chiamarli, sarebbe stata l'anima del loro matrimonio, il vero «segreto» del loro matrimonio, come ora già doveva essere il «segreto» del loro fidanzamento. Era proprio l'abitudine a mettere l'anima nuda, indifesa, davanti a Lui, che li rendeva capaci di incontrarsi senza barriere interiori, senza falsi pudori, senza segreti, fra loro.
Il lavoro
Ben più spinosa era la questione del posto di lavoro. Ci avevano pensato già prima alla questione della scelta professionale come «vocazione personale in un progetto di liberazione del singolo e delle strutture». Erano discorsi.
Ora veniva il discorso della pagnotta. Questione di tirare avanti!
D'accordo, si era detto «no ad una professione qualunque». No ad una professione che non avesse permesso rapporti umani autentici, che non servisse effettivamente i fratelli, senza servirsene, che fosse troppo funzionale al sistema... Ci si sarebbe certamente trovati davanti all'alternativa: «O mangi questa minestra o salti questa finestra». E con una eventuale futura famiglia a carico non c'è assolutamente da scherzare! Ci si sarebbe trovati davanti ad una ristretta cerchia di possibilità, con l'urgenza magari di un pupo che urla: «Papà, papà!».
Sarebbe certamente stata la prova del nove. Il momento della verità. Si sarebbe visto allora se il criterio di scelta, per quanto una scelta fosse possibile, sarebbe stato la maggiore comodità o semplicemente il maggior profitto oppure la qualità del lavoro in se stesso, il più realizzante per sé e il più liberante per gli altri, o almeno, come ultimo ripiego, quello che, magari meno redditizio, ti lascia almeno il tempo fisico di fare dell'altro, di fare apostolato, di fare politica, di comunicare.
Troppo, troppo, troppo triste la sorte di tanti amici che, dopo una folgorante giovinezza, avevano subìto la morte civile di un lavoro alienante! Condannati a morte per tutta la vita!
Meglio aspettare, piuttosto, perfino ad avere figli, oltre che meglio aspettare a comperare la 127!
I figli
Già a proposito di figli erano da tempo emerse ben chiare alcune posizioni: essi non sarebbero stati la classica compensazione affettiva dei genitori, ma avrebbero costituito una vera collaborazione al suo piano d'amore, una continuazione della Sua opera di creazione. Naturalmente, come Dio crea e lascia poi libera la sua creatura, essi avrebbero allevato nella maggiore libertà «affettiva» i loro figli, tenendo sempre presente che essi non erano «loro» ma della vita, di se stessi, di Dio.
Quanti figli? Tanti quanti, di volta in volta, sarebbero riusciti non solo ad «allevare» ma ad «educare» in completezza e serenità.
In quanto a figli Gigetto e Gigetta pensavano che non era il caso di comperarseli tutti loro, i figli, ma era meglio forse andarne a comperare qualcuno dalle Suore, che ce ne hanno tanti, chiusi nei brefotrofi e nei collegi!
Veniva da sorridere quando in chiesa si leggeva la preghiera dei fedeli: «Concedi Signore la tenerezza dell'affetto a tutti i bambini del mondo», al che l'assemblea acclamava disinvolta a gran voce «Ascoltaci, o Signore», come se toccasse al Signore di scendere dalle nuvole col succhiotto e i pannolini Lines-notte!
UNA FAMIGLIA APERTA
Avevano pensato anche alle serate. È il momento più caratteristico della famiglia, allorché si può assaporare il «calduccio del nido».
Ma Gigetto e Gigetta pensavano che non sarebbe stato giusto passare abitualmente tutte le sere in casa. Certo che con i figli, la cosa si sarebbe complicata un poco, ma Gigetto non avrebbe potuto assolutamente rinunziare del tutto al suo impegno nel Sindacato, anche Gigetta se ne sarebbe sentita impoverita, abituata com'era a vivere la vita di fuori, la vita di tutti proprio attraverso l'esperienza di lui. Si sarebbe sentita anche lei un po' vecchia, finita, sconfitta. Avrebbe trovato ogni sera un Gigetto sempre uguale, chiuso nei soliti problemi e problemini... Una ragazza in gamba come lei avrebbe fatto fatica a non stufarsi di un maritino tutto ufficio e famiglia!
D'altra parte Gigetta avrebbe messo la sua parte a movimentare le serate, occupandosi dell'ospitalità. Ma, mi raccomando, ospiti «veri». Non quelli che arrivano con il pacchetto delle paste e discorrono di ricette culinarie; ospiti che vengono magari invitandosi da soli con una telefonata mezz'ora prima, ospiti per i quali non si prepara nulla di speciale a tavola, ospiti che aiutano a cucinare e a rigovernare i piatti, ospiti con i quali si parla di scioperi e di Vangelo.
Gigetto e Gigetta poi non erano solo credenti ma cristiani cattolici.
Credevano cioè alla Chiesa. E sapevano che si può certo essere cattolici anche in cima ad un monte, ma se cattolico vuol dire vivere la Chiesa sarebbe stata la soluzione più ovvia quella di «fare Chiesa» concretamente, con gli altri cristiani.
VERSO I NONNI...
Certo, sarebbe stato un problema veramente grosso.
Per un verso la famiglia, così la pensavano loro, era fatta per dare i figli alla luce, al mondo, a Dio, non per tenerseli.
Anche a loro sarebbe certo costato un giorno staccarsi dal figlio quando è ancora una cosa propria.
Avere dei figli, educarli, è come un parto che dura tutta la vita, ed è un parto riuscito quanto più presto e liberamente il pupo riesce a fare a meno della madre.
Sarebbe stato tanto difficile educarli a fare a meno di loro. E vedevano come sarebbe stato difficile da come era difficile, già allora, staccarsi da mamma e papà.
D'altra parte proprio loro erano un «prossimo», anzi il più «prossimo» di tutti, il più da amare di tutti...
La soluzione non stava certo in un distacco violento.
Forse si poteva cercare la soluzione, cercarla, perché forse non la si sarebbe trovata mai (ma cosa mai nella vita è risolto una volta per tutte?), cercando di far vivere a loro la loro vita, dando loro degli interessi, degli amici della loro età, aiutandoli a rendersi utili, lavorando in casa e soprattutto fuori casa, in modo che non avessero solo i figli per evitare il senso della frustrazione, che è la vera fine d'una persona, aiutandoli a pregare, a trovare in Dio una compagnia per ogni età, a lavorare per la parrocchia, aiutandoli soprattutto a curarsi dei nipotini assieme ai figli della vicina di casa.
Era questione soprattutto di instaurare un rapporto veramente «libero» tra la famiglia di prima e quella di dopo, un rapporto in cui nessuna delle due «si serviva» dell'altra (sia per collocare i pupi, sia per «sentirsi utili»), ma liberamente serviva l'altra aiutandola a portare avanti la sua propria vita... Erano cose che si leggevano sui libri di preparazione al matrimonio, poi... a trovarcisi!
«Tl PASSERÀ»... COME TENER DURO?
... A ritrovarcisi! Ecco il punto.
«Ti passerà, ti passerà», avevano detto a Gigetto, da ragazzo. E un po' era passata, ma mica del tutto: il bacillo in fin dei conti era rimasto! «Vi passerà, vi passerà», dicevano ora a Gigetto e Gigetta, ma peccato che quando vi sarà passata sarete passati pure voi!
Ma l'altra sera era stata una sera diversa, veramente diversa da tante, da quasi tutte, una sera che pativa il confronto solamente con la sera quando per la prima volta, durante la processione «aux flambeaux» a Lourdes, scoprì che lo sguardo di Gigetta si era già posato su di lui prima che lui alzasse gli occhi verso di lei.
Era venuto un pretino piccolo, calvo, non più giovane e non ancora saggio come un vecchio, una voce rauca e banale, senza parole da persona istruita...
Detto fatto, quattro chiacchiere, si capì subito che quello era piccolo di metraggio ma grande grande di cuore!
T'avevano imbastito una comunità adulta.
«Ma come, ci dica, allora non è vero che si muore tutti a trent'anni?». Sono diciassette anni che ci conosciamo. La maggior parte di loro erano «aspiranti e beniamine di Azione Cattolica» poi si sono sposati e... e sono ancora tra i piedi!
Aveva cominciato Oreste, a sposarsi e ad invitare tutti gli altri a mangiare pane e salame al suo matrimonio. Poi tutti gli altri. E i «pranzi» di nozze diventavano sempre più affollati.
Poi, dopo sposati, questa gente aveva continuato a fare il Dirigente di Azione Cattolica e degli scouts. Sì, c'erano anche i capi giovani ma gli altri ben ben alle spalle a fargli da colonna. Figli piccoli in casa e «figli» un po' più grandi in associazione.
E poi i figli se li scambiavano: oggi mi tieni tu i miei, domani ti tengo i tuoi, così io oggi e tu domani andiamo alla riunione del sindacato.
Allora non è vero che si muore tutti a trent'anni?
Certo, chi è solo muore. Ma chi è insieme, insieme tra noi, insieme con Cristo, quelli vivono sempre a trent'anni, in punto di morte, e dopo! Sempre!
Ecco, sembrava l'altra sera, come quando uno sogna un bel sogno, bello, tanto bello. E poi, quando si sveglia... quando si sveglia, è proprio vero!

