Dalmazio Maggi
(NPG 1972-03-86)
SECONDA PARTE
ALLA CONQUISTA DELLA «COMUNIONE»
Fare gruppo è fare Chiesa
Spesso si costata che gli educatori, che lavorano continuamente a fare gruppo con i propri ragazzi, non si rendono conto esplicitamente di lavorare contemporaneamente a fare Chiesa [1].
Si dice che occorre creare un clima di amicizia, poi...; che devono essere recuperati certi valori di autonomia, di socialità, poi... E dopo il poi risulta normalmente il vuoto.
Si parla, ci si incontra, si discute, si organizzano le più varie attività senza mai presentare motivazioni o contenuti cristiano-ecclesiali. Talvolta i due lavori, creare il gruppo e fare chiesa, si svolgono paralleli, ignorandosi reciprocamente:
• per far vivere il gruppo: la «partitella» in un giorno fisso, momenti di incontro per programmare il da farsi; tutti vi partecipano in genere con entusiasmo;
• per far vivere la Chiesa: momento della riflessione, visto come il solito pensierino finale, quando tutti pensano ad altro, momento di preghiera liturgica nell'anonimato di una chiesa parrocchiale, talvolta poi strumentalizzato in vista di attività di tipo diverso (partite, films...).
Altre volte si nota uno stagnare sul piano psico-sociale, con un continuo richiamo e consumo dell'essere insieme, del parlare insieme, del discutere insieme senza mai presentare motivi e contenuti spirituali-ecclesiali.
In questi modi di procedere si ha quasi il timore di mettere Cristo come punto locale delle interazioni dei ragazzi.
Se una volta si disintegrava la persona con l'accentuazione di una disincarnata dimensione «soprannaturale», oggi si corre il rischio di distruggere la persona con l'esclusività di interesse sulla dimensione «naturale-psicologica».
Alla base di questi due modi di distruggere praticamente l'unità della persona umana c'è una visione dicotomica della realtà personale: la sfera del corpo e la sfera dello spirito, la realtà materiale e la realtà spirituale.
È evidente che, quando si studiano i problemi esistenziali, si debbono distinguere secondo schemi, da considerare sempre relativi, ma dobbiamo sempre ricordare che la persona «reale», «esistenziale», «cristiana», non procede a strati ma vive veramente solo quando c'è unità bio-psico-spirituale e continua interazione e integrazione umano-cristiana.
È necessario che l'educatore trovi la sintesi prima in se stesso, la viva in modo esperienziale, poi la potrà trasmettere ai ragazzi.
Perché fare gruppo è fare Chiesa?
Ogni educatore, che vuole incidere nella formazione dei propri ragazzi, tende a trasformare l'insieme di questi in un gruppo di forte coesione interna e di intensa interazione e vita sociale.
Tutto questo è fatto per il bene delle «anime» poiché il gruppo (classe, associazione, ecc.) ben formato favorisce lo sviluppo di ogni individuo, gli fa scoprire il suo ruolo e lo prepara ad inserirsi in un servizio specifico nella società e nella chiesa.
Quindi una motivazione teologica ed ecclesiale esiste.
Il fatto doloroso è che certi educatori pensano che vivere nel gruppo, potenziare le capacità di ciascuno sul piano personale non sia ancora vivere la Chiesa, non sia ancora cristianesimo vissuto.
Ora per superare questo dualismo e far sì che fare gruppo sia una esperienza di Chiesa occorre che l'animatore abbia chiaro in mente che i dinamismi di sviluppo presenti nella dimensione psico-sociale sono innestati e vivi nel mistero della Chiesa.
Il punto di incontro della realtà sociale e della realtà ecclesiale è l'amore personale, che scopre nell'altro un valore che deve realizzarsi e che è l'elemento centrale di ogni gruppo, che è tale solo se si verifica un crescente rapporto di amicizia tra i membri; ma è l'elemento centrale anche della Chiesa che è tale solo se mette in comunione reale, affettiva ed effettiva i suoi membri.
La «Gaudium et Spes» ritrova su un piano più dottrinale questa continuità tra comunità e chiesa, tra dinamiche che fanno comunità, tra gli uomini e dinamiche che fanno chiesa [2].
Perché non viene abitualmente avvertita questa continuità?
Perché si è poco abituati a concepire la Chiesa prima di tutto come comunità di coloro «che si amano».
Il volersi bene è sentito come un dovere degli appartenenti al popolo di Dio, ma quando il volersi bene si realizza in una qualche struttura non si pensa a chiamare «Chiesa», «esperienza di Chiesa» questa realizzazione.
Eppure vi è una teologia ben esplicita al riguardo: quella giovannea del «se non vi amate l'un l'altro non sarete miei discepoli», quella di Matteo 11: «lascia là l'offerta e va prima a riconciliarti con il fratello», dove vi è anche accennato un ordine tra comunità di amicizia e comunità di culto: quella dell'«ubi caritas et amor, ibi Deus est».
Ci dobbiamo abituare a considerare la Chiesa prima di tutto come comunità di coloro che si amano e in mezzo ai quali c'è perciò Cristo. Di conseguenza ogni attività che sviluppi l'unione fraterna fra i ragazzi, il condividere qualcosa in clima di amicizia, forse anche condividere un'esperienza sportiva, quando l'elemento amicizia diventa cosciente e determinante nella modalità di Cristo, dobbiamo dire che lì si fa Chiesa.
«Questa associazione di idee diventa più facile se prospettiamo le cose in termini di sacramento. Allora ogni amicizia vissuta in gruppo diventa manifestazione, estrinsecazione, segno vivo della misteriosa realtà del popolo di Dio. E questo nelle due direzioni, come espressione della invisibile realtà dell'unico popolo di Dio e come realizzazione progressiva di questa realtà: dovunque cresce l'amicizia fra gli uomini, cresce la Chiesa» [3].
Allora per un ragazzo comincia ad avere senso concreto, sperimentabile, realizzabile il dire: «io appartengo alla Chiesa».
Qui il discorso prima era solo nella mente dell'animatore di gruppo, poi implicito nel realizzarsi del gruppo di amici e poi, in qualche fortunato momento, di colpo esplicita coscienza e quindi esperienza nella mente e nella vita dei partecipanti al gruppo.
Questa esperienza fa coscienza di Chiesa e deriva dai frutti dell'amicizia in un gruppo.
Se un gruppo è animato dall'amicizia, si sviluppano esperienze progressive negli appartenenti: l'unità dei valori comuni, il raccogliersi attorno a un capo, l'avere la stessa storia, le stesse gioie e gli stessi dolori, l'avere un proprio ruolo da coprire, l'accorgersi che solo collaborando ci si realizza, il camminare insieme verso una meta comune... Ciascuna di queste esperienze può rendere pieno di significato qualunque espressione con cui indichiamo la Chiesa.
«Quando sarà il momento di immettere nella coscienza dei partecipanti alla formazione del gruppo di amici le motivazioni ecclesiali?» Toccherà all'intuizione dell'animatore scoprirlo. Sarà probabilmente quando le comuni riflessioni sull'amicizia porteranno i soci a chiedersi quale sia la radice e la meta di questa forza così valida.
L'importante per l'animatore del gruppo è sapere che se ad un certo punto egli non immette nel gruppo questa coscienza di star facendo Chiesa e quindi di partecipare a tutto il mistero cosmico della Chiesa, egli frusta lo scopo della sua azione, che era la maturazione del cristianesimo; frusta anche il finis operis del gruppo, poiché come meravigliosamente ha detto la "Gaudium et spes": "la società umana è destinata a trasformarsi in famiglia di Dio"» [4].
La Chiesa «per ragazzi» o «dei ragazzi»?
Il compito pastorale della Chiesa tende alla salvezza del ragazzo, di tutto il ragazzo.
La pastorale quindi per essere valida, oltre che tener presenti tutte le energie che movimentano la mente e il cuore del ragazzo (coscienza-mentalità; attività-liturgia; socialità-comunione) integrandole continuamente, deve fare uno sforzo considerevole di incarnazione, adeguandosi alla mentalità, all'attività e al senso di socialità dei ragazzi.
Si assiste a un continuo e assillante domandarsi che cosa fare per i ragazzi, per far superare loro il divario tra teoria (idee e concetti "adulti") e pratica (attività, vita da ragazzo).
Questa rottura tra teoria e pratica è continua nel mondo dei ragazzi. Si annunciano spesso delle verità che si fermano alla superficie della coscienza e non formano mentalità perché disincarnate dalla vita reale, vissuta dal ragazzo.
Talvolta sono verità di vita cristiana che proiettano continuamente al futuro, in maniera che tutto ciò che è presente viene sminuito e svalorizzato.
I modelli che si presentano sono lontani dalla vita reale del ragazzo e non parlano al suo cuore.
Si organizzano azioni liturgiche, prefabbricate o fatte per adulti, con un linguaggio «incomprensibile», con riferimenti continui a un tipo di situazioni umane (famiglia, lavoro e società e problemi connessi), distanti e spesso sconosciute al ragazzo, senza mai tentare l'incarnazione, partendo dalle situazioni che riempiono la vita del ragazzo (il gioco, l'amicizia, lo studio, le ricerche ecc.).
Infine si incrementano classi e gruppi di catechismo che rispondono per lo più ad esigenze di organizzazione e di prestigio, (gare e concorsi di religione ecc.) proprie degli adulti. Iniziative queste che non sono capaci di aiutare il ragazzo ad interiorizzare i valori cristiani, quando non incidono negativamente.
Bisogna riconoscere che sono moltissimi i tentativi di iniziative per ragazzi. Ma l'errore di fondo è che il ragazzo è considerato «oggetto» di evangelizzazione e mai «soggetto».
Occorre realizzare una conversione.
La catechesi deve partire dalla vita dei ragazzi, dalle situazioni di vita, quelle che sfidano il ragazzo a darsi una risposta «quotidianamente»; l'esperienza liturgica deve diventare «segno comprensibile» ai ragazzi e «azione creativa» dei ragazzi.
Perché il ragazzo maturi in una visione cristiana di sé e della realtà, che dovrà essere consacrata dal di dentro con un'attività che deriva dal suo essere nuovo di Cristo, ha bisogno del suo clima: del gruppo-chiesa, in cui è inserito «attualmente», in cui si sente qualcuno, in cui incontra modelli «comprensibili», da cui mutua atteggiamenti e comportamenti, per cui si impegna e in cui fa l'esperienza dell'altro-Cristo.
Questione aperta:
la Chiesa «dei ragazzi» può diventare un ghetto?
La comunità «ecclesiale» (che raduna insieme) è tale quando all'interno vi siano persone che pur essendo in situazione di età, di condizione, di stato diverse, sospinte dallo spirito sono in continua tensione a Dio e all'altro attraverso la mediazione del Cristo.
È essenziale per un gruppo «ecclesiale», anche se di ragazzi, approfondire e ampliare il senso del contatto con gli altri.
Gli altri possono essere i componenti di altri gruppi di coetanei, di gruppi di ragazzi più piccoli o più grandi, di adulti, visti, conosciuti e apprezzati non solo per le attività specifiche che svolgono e per cui si caratterizzano, ma per la comune qualifica di battezzati, inseriti nello stesso corpo mistico di Cristo, aventi un'unica speranza nella vita: la costruzione del Regno.
Questo guardare agli altri, comprendere nella propria visione della realtà gli altri, può essere relativamente facile ed entusiasmante quando si tratta di «altri-vicini-coetanei», che hanno gli stessi interessi, che hanno le stesse aspirazioni.
È anche più facile questo sguardo di comprensione quando lo si svolge agli «altri-lontani-coetanei-o-adulti», che hanno problemi e difficoltà, che non ci toccano nella carne viva, perché li possiamo affrontare in una situazione esistenziale totalmente diversa.
Questa apertura agli altri può diventare difficile, quando si tratta di incontrare e comprendere «gli altri-vicini-adulti», che possono avere interessi diversi, che si pongono problemi lontani dalla vita dei ragazzi. Anche nella comunità «ecclesiale» può sorgere e crescere un certo senso di diffidenza, soprattutto per diversità di età e di mentalità.
Nel ragazzo nasce questo atteggiamento per vedere dei cristiani poco maturi, poco sicuri, che non danno con la loro vita modelli validi, in cui aver fiducia e talvolta anche per scoprire una vita «cristiana», vissuta nel compromesso.
Ma bisogna ammettere che la diffidenza il più delle volte è negli adulti, che si sentono «attaccati» da alcune visioni teologiche e pastorali nuove, più vicine alla mentalità dei ragazzi e dei giovani, che si sentono «minacciati» nella loro tranquillità di coscienza.
Dato che per un processo, sociologicamente accertato, ogni gruppo a forte coesione interna, tende a isolarsi e a difendersi da ciò che viene dall'esterno, visto come una minaccia alla coesione e alla pacifica convivenza, possiamo assistere, anche nella comunità «ecclesiale», a una spaccatura, che porta i vari gruppi a diventare «ghetto».
Questo conflitto nasce perché non c'è fede nella presenza dello Spirito nell'altro e quindi si è portati a considerare nell'altro solo quello che non corrisponde al proprio pensiero e che diventa «ipso facto» «negativo», «eretico».
Il termine di confronto non è il Cristo, continuamente scoperto e sempre da scoprire, ma la propria «limitata» visione di Dio, degli altri, di se stesso.
Come superare questa diffidenza e portare tutti ad avere fiducia e ad essere in ascolto dell'altro?
Per questa apertura all'altro è fondamentale la presenza, nella comunità, di adulti «autentici», «aperti» e «comprensivi», intimamente convinti dell'azione dello Spirito, «che spira dove vuole». Soltanto tali cristiani potranno aiutare i giovani ad essere «autentici», «aperti» e «comprensivi».
Tutti, grandi e piccoli, devono sentirsi a proprio agio nella comunità «ecclesiale», a cui appartengono per il battesimo.
La potenza della libertà che ha portato Cristo (cfr. ai Galati, 5,13-18) permette di superare il dinamismo psicologico-naturale, egocentrico, che porta a preoccuparsi soltanto della propria autorealizzazione, con l'essere-per-l'altro, coetaneo o no, visto come persona, in cui è presente Cristo e operante lo Spirito.
Questa stessa potenza liberante permette di superare i dinamismi psicosociali, che portano a un certo gruppo-centrismo, con l'essere-per-l'altro, gruppo di coetanei o no, che può avere altri interessi, che può avere un altro stile di vita, che è degno di rispetto e nel quale è presente Cristo e operante lo Spirito.
VIVERE IN GRUPPO-CHIESA
SIGNIFICA SCOPRIRE IL PROPRIO RUOLO-VOCAZIONE
Nel gruppo-chiesa e per mezzo del gruppo-chiesa il ragazzo può arrivare ad un orientamento personale vocazionale.
Infatti soltanto in questa situazione il ragazzo può vivere i successivi e diversi ruoli che egli è chiamato ad assumere per realizzare il suo essere, crescere in Cristo e collaborare al suo posto, riconosciuto e soddisfacente, all'edificazione del Regno.
Il dinamismo «vocazionale»
Occorre precisare il senso dinamico della scoperta della propria vocazione.
Due testi particolarmente significativi sono il n. 15 della Populorum Progressio e il n. 6 della Presbyterorum Ordinis, nei quali si ribadisce il primato della persona, che rimane «quali che siano le influenze che si esercitano su di lei» l'artefice della propria riuscita e si esige uno sviluppo interiore di tutte le attitudini e qualità personali che porteranno a «quella libertà con cui Cristo ci ha liberati».
Il cammino per raggiungere la maturità umana e cristiana, che si può compendiare nella libertà interiore ed esteriore, che permette di orientarsi coscientemente verso il proprio destino, è quello di saper «scorgere negli avvenimenti stessi – siano essi di grande o di minore portata – quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio».
Si tratta di imparare a leggere dentro di se stessi, a dialogare con il profondo e intimo io; questa lettura, se autentica, libera dai condizionamenti individuali e sociali e porterà a scoprire la volontà di Dio, iscritta nella propria vita.
Si tratta di saper leggere negli altri, di entrare nelle intime esigenze di sviluppo umano-cristiano dei fratelli.
Occorre ribadire che si tratta di un incontro con l'altro, visto come persona, che non va mai cosificata e strumentalizzata al proprio egoismo. Questo atteggiamento intelligente e comprensivo di se stessi e dell'altro porta a «praticare una carità sincera», che non crea «facciate» dietro cui nascondere il proprio reale io, i propri intimi desideri, e che nei riguardi degli altri evita di fermarsi alla loro «facciata» esteriore.
In tutto questo dinamismo maturativo della persona vi è sempre presente e in azione una forza, quella dello Spirito, che opera nel cuore di ogni fedele, anche ragazzo («ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo»).
Il dialogo continuo con sé, con gli altri, con Dio può essere così sintetizzato [5]: «Dio provoca l'uomo attraverso un segno, che si iscrive nella sua vita ordinaria, nella situazione sociale in cui vive, nella sua tradizione ancestrale.
L'uomo risponde sullo stesso piano quotidiano, senza nulla di insolito o di soprannaturale. Allora la luce di Dio sprizza dentro la risposta dell' «uomo».
La maturazione «vocazionale» nel gruppo
♦ Gruppo e sviluppo della capacità di assumere i propri ruoli adeguati [6].
Un ragazzo non sarà in grado di assumere il suo ruolo maturo nella Chiesa se precedentemente e contemporaneamente non avrà appreso e di fatto non si sarà identificato con i ruoli naturali nella famiglia e nella società umana (figlio, fratello, compagno, membro di un gruppo). Considerando la condotta del ragazzo «trasversalmente», vediamo che in ogni momento della vita egli deve giocare una varietà di ruoli: egli sarà allo stesso tempo figlio, fratello, allievo; membro di un gruppo, membro della Chiesa ecc.
Or dato che ogni gruppo di appartenenza ha le sue esigenze possono nascere dei conflitti nel ragazzo che vede talvolta l'incompatibilità tra un ruolo e l'altro.
Nel gruppo deve comportarsi da «ragazzo maturo» e ci si attende da lui un comportamento adeguato, indipendente affettivamente, valutativamente e operativamente. Nella famiglia è trattato come incapace di prendere decisioni da solo e quindi dipendente in tutti i settori, affettivo, valutativo e operativo.
Compito dell'educatore-animatore è perciò non solo quello di fare in modo che il ragazzo assuma a suo tempo i diversi ruoli convenienti, ma anche quello di procurare che li assuma in forma gerarchizzata, secondo una adeguata scala di valori, dandogli così la base per la soluzione degli inevitabili conflitti.
Considerando invece «longitudinalmente» la condotta del ragazzo, vediamo come lo sviluppo obbliga la persona ad assumere ruoli tali che ognuno di essi sorpassa i precedenti (per es. il ruolo di fanciullo-membro del gruppo è gradualmente superato dal ruolo di preadolescente-membro del gruppo).
Riguardo a questo aspetto dello sviluppo il compito dell'educatore-animatore sarà quello di favorire il passaggio da un ruolo all'altro, riducendo al minimo il ritardo o la fissazione in ruoli che dovrebbero essere sorpassati.
È questa la base umana per la maturazione sociale nella Chiesa. Una mancata maturazione in chi è rimasto nel ruolo di fanciullo, egocentrico e passivo nel gruppo, gli impedirà di assumere adeguatamente un ruolo attivo di cresimato nella Chiesa, anche se egli riceverà il sacramento corrispondente.
♦ Gruppo e maturazione della capacità di un autentico donarsi [7].
L'assunzione dei vari ruoli in un gruppo di ragazzi può avvenire anche in modo superficiale, per cambiamento di situazione o di ambiente. È per questo che, come base di un autentico ruolo, si deve procurare una corrispondente autentica motivazione, una energia che sostenga il proprio comportamento.
La motivazione cristiana di base è l'Amore soprannaturale. La base umana, che lo rende possibile è la maturità affettiva.
Importanti componenti della maturità affettiva sono la capacità di fedeltà e il sentimento di appartenenza che sono due obiettivi da raggiungere, per permettere un profondo inserimento in Cristo e nella Chiesa.
Il ragazzo svilupperà la sua capacità di fedeltà al gruppo e agli ideali del gruppo, imparando a collaborare con i suoi amici, sentendosi soddisfatto di questo stare insieme.
Da questo sentirsi soddisfatto si sviluppa il sentimento di appartenenza, il sentimento del noi, che lo renderà corresponsabile e lo porterà a quel «piangere con chi piange, gioire con chi gioisce», che è la più alta espressione dell'amore cristiano.
Lo sviluppo della affettività permette un superamento graduale dell'essere-con-l'altro per arrivare all'essere-per-l'altro, che è vera carità soprannaturale.
L'amore personale per l'altro, visto come valore è pienamente aperto alla trasformazione cristiana.
Il cristianesimo è essenzialmente amore a Dio attraverso il prossimo, amato totalmente e completamente («come te stesso»), e quindi è percepire nell'altro, non più soltanto una personalità umana in via di realizzazione, ma un fratello in Cristo, membro della Chiesa con lo stesso destino eterno.
L'essere-per-l'altro del Cristiano diventerà essere-per-Cristo.
L'essere-per-Cristo, vissuto giorno per giorno, trasformerà la realtà del ragazzo: il suo bisogno di appoggio e di salvezza verrà trasformato mediante la figliolanza e la fraternità (Battesimo, Eucaristia); la responsabilità che egli sente riguardo agli altri, sarà apostolato (cresima), che sarà esercitato in un continuo dialogo con il mondo.
Soltanto vivendo una vita di gruppo il ragazzo potrà comprendere immediatamente e direttamente le richieste dei compagni, degli amici e dell'ambiente in cui vive.
In modo graduale e mediato scoprirà il bisogno della sempre più vasta cerchia di uomini, che possono essere scoperti in ambienti e in situazioni totalmente diversi, ai quali si può dare una risposta valorizzando e «spendendo» le proprie doti.
In un continuo dialogo-riflessione su se stesso (doti, interessi, valori) e sugli altri (bisogni, richieste) il ragazzo può «orientarsi» e maturare un progetto di vita, che sarà una risposta cosciente, libera e integrale alla chiamata del suo Creatore.
Questione aperta: vocazione: risposta ai bisogni degli altri?
«Oggi noi tendiamo a presentare la vocazione come una risposta ai bisogni del mondo.
Anche la Scrittura lo fa, ma prima dice chiaramente che l'incontro con un mondo povero e infelice, che ha bisogno di essere salvato e non può salvarsi da solo, sarebbe di per sé insufficiente per far capire ad un uomo che ha una vocazione da Dio, se questa visione dei bisogni del mondo non fosse già una visione soprannaturale, perché illuminata dalla fede e dal contatto abituale dell'uomo con un Dio che dirige lo svolgersi della storia». La risposta personale alla propria vocazione può avvenire soltanto se le due direzioni del dialogo (Dio e gli altri) non vengono confuse ma nemmeno separate.
La risposta al Cristo, che interpella giorno per giorno, resta sempre una risposta personale in un contesto comunitario.
Egli vuole salvare le persone inserendole in una comunità; ma questo contesto comunitario, anziché escludere l'incontro personale, lo esige. È sempre la persona che fa una scelta di fronte a Cristo che chiama: «chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua», e seguire Cristo vuol dire lasciarsi possedere personalmente da lui.
L'incontro con Cristo, quel Qualcuno che rivoluziona la propria vita, è frutto della decisione personale e nessuno, per essere autenticamente libero e cosciente, può lasciarsi condizionare dagli altri, anche se si tratta del suo gruppo.
Anche per la personalità cristiana si può parlare di un bisogno fondamentale di sviluppo che comporta uno slancio comunitario verso i fratelli (contatto), ma esige per base la profondità di una formazione personale (autorealizzazione).
Se lo slancio di preghiera e di azione si regge solo nel contesto del gruppo è fragilissimo. Basta che il ragazzo cambi ambiente, basta che avvenga una frattura nel gruppo, tutta l'esperienza spirituale e apostolica può crollare.
La validità di un gruppo si misura dalle personalità che riesce ad esprimere.
La maturità cristiana è anche questa capacità di decidere da soli, di camminare da soli: se la comunità non crea delle personalità libere e autonome fallisce il suo scopo.
Oggi questa esigenza di autentica libertà in Cristo è fondamentale poiché il ragazzo e l'adulto si trovano continuamente di fronte a un pluralismo ideologico e religioso che fa smarrire le personalità deboli.
Si esigono sempre più delle «personalità-aperte-agli-altri» ma non «smarrite-negli-altri», delle personalità «comunitarie», ma non «collettiviste».
NOTE
[1] G. Negri, Fare gruppo è fare Chiesa, in Pastorale e dinamica di gruppo, L.D.C., pp. 31-39.
[2] G. Negri, o.c., p. 36.
[3] G. Negri, o.c., p. 37.
[4] G. Negri, o.c., p. 39.
[5] M. Delabroye, La vocazione, in Per una presenza viva dei religiosi nella Chiesa e nel mondo, L.D.C. 1970, p. 153.
[6] G. Dho, Fondamenti psicopedagogici della catechesi, in Educare, vol. 3°, PASverlag 1964, pp. 47-48.
[7] G. Dho, o.c., pp. 48-51.

