Renzo Ruffelli
(NPG 1972-08/09-82)
LE ISTITUZIONI MANIFESTANO LA «COINONIA»
Una continua presa di coscienza sta portando il cristiano a credere che la Redenzione si attua in un contesto sociale; essa quindi non lo riguarda solo come individuo, ma anche come collettività, come «famiglia dei figli di Dio». La prima conseguenza di questa nuova sensibilità è per i laici l'impegno in campo pastorale. Cristo, Pastore unico, si visibilizza nell'azione di tutti i membri della Chiesa che partecipano con servizi, mansioni, doni e carismi diversi allo sviluppo del suo Regno.
La Chiesa non è edificata quando molti individui agiscono nel nome di Cristo, ma quando Cristo può agire attraverso l'azione e la testimonianza di molti. Tale testimonianza è data dal lavoro in comune che non è solo frutto di unità di fini e di mezzi, ma soprattutto di unità di amore.
La Chiesa è missionaria perché deve rendere visibile attraverso le sue strutture esterne questa coinonia interiore. Tale visibilizzazione non viene solo offerta dai gruppi ecclesiali primari o secondari, ma anche da gruppi strutturati per il coordinamento del lavoro pastorale.
GLI STRUMENTI CONCILIARI DELLA CORRESPONSABILITÀ
Tra i laici, soprattutto i giovani vanno affermando che la responsabilità del lavoro parrocchiale non interessa solo il parroco, ma tutti i parrocchiani. Per cui si rende necessario il sorgere nelle parrocchie di «appositi strumenti di corresponsabilità» formati da sacerdoti, religiosi e laici, i quali siano la espressione della collaborazione di tutti nell'attuazione quotidiana della missione della parrocchia.
Le strutture oggi sono:
♦ LA COMUNITA DEI BATTEZZATI che si articola in settori o zone territoriali e in molteplici associazioni o gruppi. Essa dà origine alle assemblee plenarie dei parrocchiani per verificare sia l'azione liturgica che quella organizzativa.
♦ IL CONSIGLIO PRESBITERALE, che comprende il maggior numero di sacerdoti operanti nella zona parrocchiale. Esso predispone collegialmente l'azione strettamente pastorale e sacramentale e cura la formazione dei dirigenti laici, maturandone la capacità alla corresponsabilità.
♦ LA CONSULTA DELL'APOSTOLATO DEI LAICI che è l'organismo d'incontro delle organizzazioni laicali d'apostolato. Essa favorisce la crescita della comunità parrocchiale attraverso l'arricchimento vicendevole, lo scambio di esperienze, Io studio comune dei problemi del laicato, il collegamento delle attività e il coordinamento di quelle approvate dal Consiglio Pastorale e affidate ai laici.
♦ IL CONSIGLIO PASTORALE che è formato da tutte le forze operanti sul piano della Chiesa locale: rappresentanti dei laici impegnati o della Consulta dell'Apostolato dei laici, rappresentanti del clero o del consiglio presbiteriale, rappresentanti dei religiosi, rappresentanti di gruppi o di mentalità o di situazioni specifiche della zona.
♦ CONSIGLI PARTICOLARI. Al consiglio pastorale, come all'interno della consulta dei laici, giungono persone espresse dai consigli di organizzazioni o di settori specifici. Questi animatori di associazioni o gruppi, partecipando alla Consulta o al Consiglio si suddividono e strutturano in commissioni di studio a seconda degli interessi apostolici propri del gruppo cui appartengono. Compito di queste strutture, sempre collegate tramite la presenza del parroco al Vescovo e al Pontefice, non è quello di compiere la vera azione pastorale, realizzata invece nelle singole organizzazioni, ma quello di coordinare, collegare, verificare le attività e prendere orientamenti operativi unitari, allo scopo di servire da supporto alle idee e all'azione pastorale santificatrice delle anime.
Se ogni partecipante, specie nelle commissioni e nei consigli ristretti non ha un orientamento pastorale ed un impegno concreto specifico, la Consulta ed il Consiglio si possono risolvere in un incontro accademico o in una occasione di semplice critica.
COME DEVONO ESSERE QUESTE STRUTTURE
L'azione pastorale che si istituzionalizza nei consigli, nelle consulte e nei gruppi, deve rendere questi organismi, di cui necessita, duttili e impregnati di comunione al fine di realizzare una testimonianza di amore. In caso contrario, la struttura non fa più chiesa, e, specie se al servizio dei giovani, rischia oggi di essere causa di rifiuto. Prima sensibilità degli operatori pastorali deve essere dunque la coscienza di costruire la Chiesa per l'efficacia della loro opera comune fatta con spirito di amore.
L'amicizia è l'atteggiamento umano necessario al dono divino dell'amore: più il gruppo è capace d'amore, più l'amore divino fa di esso comunione. Occorre trasformare il consiglio, il gruppo, la riunione in comunione di amici, coscienti che il gruppo li unifica in Cristo. Questo compito è proprio dell'animatore che deve conoscere chiaramente quali siano i dinamismi umani sociologici e psicologici propri della natura dell'uomo stesso. Essi spingono le persone a «fare gruppo» e portano il gruppo a «fare Chiesa». Si tratta di innestare questi dinamismi nel mistero dell'amore che «fa Chiesa» e innestare il valore amore e l'azione comune nei dinamismi psicologici propri del gruppo di persone riunite anche solo per attività organizzative.
Le strutture debbono anche tener presente a tutti i livelli la compartecipazione dei giovani accettandoli come persone in maturazione ma anche come portatori di una nuova mentalità che riformerà la Chiesa e la società di domani. Appunto perché sono in maturazione i giovani si esercitano ad un uso corretto degli strumenti di corresponsabilità creando gruppi e strutture loro proprie dove trovano spazio per sperimentare e verificarsi prima di far parte di organizzazioni ufficiali. L'animatore li aiuta perché nella forma più spontanea si associno in gruppi, si diano un orientamento sicuro e continuativo e si abituino a precisare meglio metodi e fini, perché solo da gruppi autentici capaci di confrontarsi e verificarsi, il genuino e profetico pensiero giovanile uscirà purificato ed equilibrato. Li abitua ancora ad un lavoro di verifica comune, integrando le esperienze di gruppi diversi presenti nelle consulte e nei consigli giovanili, siano essi inseriti in quelli parrocchiali, come aperti a quelli sociali o in collaborazione con strutture diocesane o regionali e con le strutture di categoria o di ambienti specializzati. Il dialogo e l'apertura agli altri richiederà che ogni gruppo sia se stesso e sia capace di una continua donazione e ricezione di valori con gruppi a livello superiore od inferiore.
LA PRESENZA DEI GIOVANI NELLE STRUTTURE
La caratteristica più rilevante di queste strutture deve essere la dinamicità, il contrario dell'immobilismo. Una struttura deve essere insomma, in crescita continua. E la verifica di questa crescita è data dalla presenza attiva dei giovani. Si parla di creare uno spazio ai giovani. Questa affermazione è valida solo se con essa si è compresa giustamente la necessità della presenza dei giovani nelle strutture. Oggi, però, essa ha tutt'altro significato. Oggi si è scoperto il giovane come il «dottore», il laureato, l'esperto. Si vuole sentire cosa pensano i giovani, «veri interpreti del nostro tempo». La società governata e ispirata alla mentalità degli adulti ha istituzionalizzato, in definitiva, il ruolo giovanile, creandogli uno spazio preciso ed artificiale. I giovani vengono identificati con la protesta: essere giovane vuol dire contestare; chi non contesta non è giovane. Per rendere più facile questo compito la società degli adulti ha creato come strumenti appositi, la moda giovane, i giornali dei giovani, le canzoni per i giovani, i locali per i giovani. Sembrano in sostanza delle forme democratiche ma sono molto soggette a strumentalizzazioni. Creare uno spazio, dare la patente di anticonformista, ben sapendo che domani si dovrà accettare come tutti il compromesso. Accettare in una parola il suo ruolo con paternalismo indulgente. Il giovanilismo a tutti i costi è falso sinonimo di modernità. Né si può accusare di conservatorismo chi dice di essere aperto ai giovani, chi li vuole presenti, chi si batte perché possano esprimersi. Questo atteggiamento è il frutto di una rinuncia alla speranza. La presenza dei giovani invece riporta la speranza, la loro gioia di vivere dà di nuovo la forza di impegnarsi, ma impegnarsi insieme.
I veri interpreti dei segni dei tempi sono i giovani e gli adulti insieme, in forma di dialogo. Non è quindi importante un ruolo dei giovani nelle strutture ma una struttura giovane, che sappia rimettersi in discussione giorno per giorno. È questo il compito delle nuove generazioni. Far scoprire attraverso la loro sofferenza che l'avere qualche anno in più non autorizza a considerarsi perfetti. Far scoprire che la vera sensibilità è quella di essere duttili ai cambiamenti.
La diversità di ogni situazione, la volontà delle trasformazioni, la continua suggestione di nuove esperienze, il pluralismo dei metodi accettato e richiesto dalla pastorale odierna e dalla catechesi non permettono di sintetizzare delle soluzioni ideali. Ogni comunità nella valorizzazione di tutte le energie umane disponibili deve fare i suoi piani, le sue strutture duttili e continuative, corrispondenti alle esigenze locali ma ispirate a quelle regionali; impegnando persone sensibili a una Chiesa in diaspora, fortemente animate da comunità di base e pronte alla evangelizzazione occasionale.

