Aurelio Boschini
(NPG 1969-05-40)
Con gli studenti, tutto sommato, ce l'intendiamo ancora.
Li sentiamo abbastanza vicini al nostro mondo di persone colte, ricche di cultura, facili al discorso astratto e prefabbricato. Eppure attorno a noi i giovani operai sono molti: troppo spesso vivono ai margini di molte iniziative, dimenticati o accantonati o dal linguaggio o dal tipo delle nostre proposte (orari, argomenti, ecc.).
Non serve prendere, ogni tanto, una rincorsa affannosa, per raggiungerli: invece di passare la vita a rincorrere il treno della realtà, dovremmo essere alla stazione successiva ad attenderlo. Per essere educatori «incarnati».
• Come incontrare i giovani operai?
• Che tipo di proposta cristiana essi avvertono più intensamente?
• Va edulcorato o «socializzato» il vangelo, per renderlo udibile e accettato?
• Che ruolo gioca il mondo operaio nel contesto della pastorale giovanile?
• Che volto, sincero, deve assumere il sacerdote, per intessere un dialogo costruttivo?
Il P. Boschini ha le carte in regola per rispondere a questi interrogativi, graffianti e di immediata praticità.
Egli vive a quotidiano contatto con il mondo operaio, soprattutto giovanile (attualmente è vice-assistente nazionale ACLI): in esso verifica la riflessione dello studioso e l'ansia del pastore.
In questo primo articolo, l'accento è posto sulle caratteristiche che deve assumere una pastorale operaia giovanile, per farsi proposta incarnata e qualificante.
UNO SGUARDO SUL NOSTRO MONDO
Volendo formulare alcune riflessioni per una pastorale operaia giovanile, sembra sia estremamente utile, per non dire necessario, porre alcuni punti a guisa di premessa. Non perché fungano semplicemente da cornice, ché anzi investono l'essenza del nostro discorso, ma perché sgomberano subito equivoci e, comunque, condizionano il resto.
Eccoli.
1) Noi viviamo, è fuori dubbio, in un mondo in rapida trasformazione.
È la constatazione apertamente registrata dalla Gaudium et Spes quando dice: «L'umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all'intero universo. Provocati dall'intelligenza e dall'attività creativa dell'uomo, su di esso si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa» (Ed. Dehoniane, n. 1825).
Forse non è neppure essere immersi in una situazione di mutamento la cosa essenziale quanto l'aver acquisito che il mutamento è legge di progresso. Siamo ormai tutti, o quasi, uomini copernicani. Non dico sia esatto, ma l'epoca delle verità assolute, delle definizioni formulate una volta per tutte, delle enunciazioni irreformabili sembra tramontata con soddisfazione.
Questa è soprattutto l'età della ricerca, della sperimentazione, del realismo, della decadenza delle ideologie e dei modelli. Con le debite eccezioni.
2) Noi abbiamo scoperto, o reso culturalmente importante, che le strutture economico-produttivo-sociali esercitano un influsso enorme sulla mentalità, la psicologia, la cultura, l'arte, il costume dell'uomo.
Abbiamo ormai accettato che l'uomo non è solo una definizione ma un prodotto della storia; di più, in certo modo, con evidenti limiti, un essere modellato o condizionato dal genere di rapporti sociali esistenti. Non abbiamo detto «determinato» perché non possiamo negare la libertà... della libertà. E in questo ci differenziamo dai marxisti, i quali tuttavia si sforzano oggi di edulcorare le primitive tesi ritenute troppo rigide e non esaustive nella spiegazione della realtà. È certo, però, che nessuna attività formativa – e di pastorale – può risultare efficace se trascura grossolanamente tale verità.
3) Noi viviamo in una società di tipo industriale.
Anche coloro che «abitano» nel mondo rurale, anche i contadini, gli agricoltori sono uomini industrializzati. La tecnica, la razionalizzazione del lavoro, della produzione, persino della reclame, la gioia del confort e la fruizione generalizzata dei beni culturali, di svago, materiali sono caratteristica di questa società. Che è retta da una parte dal profitto, dall'altra dalla gioia di vivere.
Società industriale vuol dire anche uomo socializzato, sempre più urbanizzato, sempre più anonimo. Il coltivatore diretto o l'artigiano che entra in fabbrica non cambia solo professione ma compie un salto di qualità umana. E forse occorre anche tener presente che, almeno storicamente, tale tipo di società è di sua natura efficientistica e consumistica.
4) Noi viviamo in una società sempre più secolarizzata, mondanizzata, profana.
Non è più il caso di esaminare ciò che di positivo, di pericoloso, di erroneo ci sia in questa tendenza di cancellare il sacro dal mondo. Solo in termini sociologici, o culturali, o di fede religiosa?
Certo, in caso di peste il primo dovere è prendere misure di natura profilattica e medicinale e non di ricorrere all'intercessione di S. Rocco, ma la domanda di fondo potrebbe essere se Dio è una realtà o un essere estraneo e inutile.
Questo punto è di enorme importanza, giacché è pregnante di conseguenze. Basti pensare alla posizione del prete nella società o al valore delle istituzioni e organizzazioni cattoliche. Vi sono dei «C» che scompaiono, senza suscitare scalpori o nostalgie, eppure con loro scompare persino una tradizione dottrinale. Esempio: la soppressione del richiamo cristiano, e non solo nella sigla, verificatasi all'ultimo Congresso mondiale della CISC (Confederazione Internazionale Sindacati Cristiani).
5) Socialmente il Movimento Operaio è un protagonista di progresso civile.
Contrastato o compreso, tollerato o controllato, ammesso o richiesto, il Movimento Operaio, i suoi ideali, i motivi della sua lunga marcia stanno sempre più coincidendo con lo stesso procedere liberatore della storia. Possiamo aggiungere che è esploso, si è fatto evidente il substrato etico che guidava gli operai nella loro lotta di emancipazione. Il Movimento Operaio è un fenomeno culturale, sociale, civile con sbocchi di età storica. Ci permettiamo di osservare, di passaggio, che spesso l'atteggiamento o la posizione del Clero è stato di grande benevolenza – talvolta anche di timore – verso i singoli operai, trascurando quasi completamente il «Movimento Operaio» nel quale sono immersi. A nostro parere si tratta di una mancanza di cui stiamo pagando le conseguenze in modo grave. Evidentemente il Movimento Operaio non si esaurisce nel Sindacalismo, anche se questo resta uno dei suoi strumenti più incisivi di azione.
6) Questo determinato momento storico assiste ad un fenomeno del tutto nuovo e quasi imprevedibile: la rivoluzione giovanile.
Accettiamo tale denominazione perché pensiamo non si tratti delle solite incomprensioni di generazioni e neppure di giovanilismi romantici e passeggeri. No, siamo di fronte a qualcosa di generalizzato, a carattere mondiale, che si esprime nei paesi capitalistici come in quelli socialisti, per quello che in questi è possibile manifestare. E, se bene interpretiamo la realtà, i cattolici giovani non sono certo su posizioni di retroguardia. Anche qui si tratta, sbagliando nei metodi forse o nell'utopismo di fondo, di un desiderio di liberazione dallo sfruttamento e dall'autoritarismo in tutti i settori.
Ed è perfettamente logico, ci sembra, l'appello all'unità di azione tra studenti e lavoratori. Diremo che per esperienza personale i giovani di oggi si dimostrano molto maturi e quasi ci si potrebbe chiedere, usando uno schema tradizionale, se sono ancora giovani.
Comunque i giovani oggi si sentono soprattutto degli anticonformisti, anti-precostituito, anti-tradizionale.
7) La realtà del marxismo.
Una pastorale che si rivolga al mondo operaio non può assolutamente ignorare sia l'ideologia marxista che la presenza attiva e massiccia delle forze che ad essa si ispirano. Si può, fuori dubbio, respingere l'identificazione movimento operaio-marxismo, come pure non accettare, se si vuole, che in definitiva il marxismo liberi effettivamente l'uomo, ma esistenzialmente non si può negare che le punte più attive, almeno in Europa, siano quelle che in qualche modo si richiamano al marxismo. Questo è vero almeno nel nostro Paese. Evidentemente la parte metafisica o il cosiddetto materialismo dialettico non interessa gran che i lavoratori.
CARATTERISTICHE DI UNA PASTORALE OPERAIA GIOVANILE
Ricordati questi brevi punti, diventa più facile, o almeno più inquadrato, il discorso sulla pastorale operaia giovanile. Ci sembra almeno. Prima di individuare alcuni contenuti specifici, vorremmo innanzitutto sottolineare alcune caratteristiche di atteggiamento interiore e psicologico. Intanto diremo che oggi non è più possibile parlare solo di una pastorale «per» o «sui» giovani ma anche – e forse soprattutto – con i giovani. Occorre procedere «insieme» alla scoperta del messaggio e alla sua accettazione.
Ciò richiede un atteggiamento di:
– ascolto
Onestamente dobbiamo confessare che, almeno fino a poco tempo fa, non è facile per un sacerdote simile posizione psicologica. L'esaltazione della sua missione magisteriale lo ha posto su di un piedistallo quasi di presunzione irritante. E comunque difficile per un uomo «professionalmente» destinato ad agire sugli altri in modo attivo nutrire sentimenti di allievo. Eppure guai se noi non ci metteremo «accanto», quasi come uno di loro. Dobbiamo confessare che talvolta ciò può costituire un elemento di turbamento e quasi quasi di mortificazione, specie quando si tratti di giovani operai. La nostra cultura, la nostra formazione umana, la coscienza della nostra missione ne rimangono come ferite. Eppure l'ascolto è spesso l'unico modo per agganciare.
– stima
Forse i giovani operai (ancor più i contadini) sentono un complesso di inferiorità di fronte a un uomo che ha studiato. E il prete è sempre un uomo che ha studiato. Ciò vuol dire che può imbrogliare, perlomeno che sa imporsi. Ecco, di fronte ai giovani operai di oggi gioverà molto dimostrare stima, apprezzamento, rispetto. Stima soprattutto della loro dignità personale; poi della loro capacità di ragionare, di capire come stanno le cose, anche quelle religiose. Alle obiezioni non si risponde «non capisci niente» ma «penso si debba rispondere così». Il sottoscritto non dimenticherà mai nella sua vita un episodio capitatogli durante il liceo. Il suo professore di filosofia ad una difficoltà disse: «San Tommaso risponde così. Dopodiché l'obiezione rimane». Bisogna pensare che anche, meglio soprattutto, lo Spirito Santo agisce nell'intelletto e sulla volontà degli uomini.
– rispetto della libertà
Perché poi dobbiamo sempre parlare in termini autoritativi? Il giovane operaio, che già sente il soffocamento della sua personalità in fabbrica, reagisce a uno stile d'imposizione. Bisogna sostituire la parola imporre con «proporre». La fede ha cessato di essere un fatto sociologico per diventare sempre più una scelta personale. Ogni giorno va conquistata, ridetta, rivissuta. Sembrerebbe che il prete dovesse rinunciare alla sua funzione ministeriale, nella quale vi è pure quella dell'insegnamento. A ben guardare si tratta solo di rispettare l'uomo come Dio lo ha voluto: libero. È, del resto, più rispondente a una società che si è fatta adulta.
– amicizia
Bisogna voler bene al giovane operaio, come tra amici. Non con un sentimento astratto, universale, riflesso ma interpersonale. Come si dice, «l'affetto l'intelletto lega». Evidentemente non un affetto strumentale o trucco ma presupposto perché anche il messaggio trovi strade più praticabili. Qualcuno potrebbe scambiare l'amicizia con la spregiudicatezza dei modi, degli atteggiamenti, delle parole da parte del Sacerdote; errerebbe grandemente. È piuttosto uno spirito che deve informare le relazioni, spirito che sarà intelligentemente avvertito e apprezzato.
I CONTENUTI DEL MESSAGGIO
Piuttosto si pone il problema di fondo dei contenuti del messaggio. Diciamo subito che due errori a nostro avviso vanno evitati.
Il primo è quello di credere che vada in qualche modo mutilato, quasi esistessero verità religiose inutili o superflue per il giovane operaio (e per gli operai in genere). Cristo non si è comportato o non ha proposto diversi tipi di messaggio a seconda l'età, la professione, il gruppo sociale di appartenenza. Del resto il credo, tutto il credo, è per tutti i cristiani.
Il secondo errore è quello di pensare a coloriture classiste: una fede, una morale, una liturgia, una spiritualità operaia; il tutto reso in proporzioni giovanili. A noi sembra troppo offensivo.
Vi sono invece alcune tonalità, andature, espressioni che più si adattano alla psicologia dei giovani e dei giovani operai. Come del resto si può dire delle spiritualità manifestatesi lungo i secoli nella Chiesa. Unica spiritualità con diverse sottolineature: eremitica, cenobitica, benedettina, francescana, ignaziana, sulpiziana, ecc.
Oppure dell'incarnazione, della testimonianza sacerdotale, laicale, familiare, ecc.
Allora noi avvertiremo che l'entrata in fabbrica, con i suoi orari, regolamenti, relazioni, ambiente produce uno choc umano notevole nel giovane con conseguenze anche religiose a breve termine. Ecco perché noi crediamo che quando si parla di pastorale operaia giovanile ci si dovrebbe preoccupare del prima.
Il sacerdote, i genitori, le Associazioni, la Parrocchia in genere debbono preparare il giovane cristiano che entrerà a far parte del complesso mondo operaio.
Ma di questo parleremo una prossima volta.

