(NPG 1968-05-81)
Il problema del Rosario è un problema molto aperto, oggi.
Una certa diffusa insofferenza non può, di peso, essere trasferita nel cumolo delle novità sbarazzine per una vita cristiana disimpegnata.
Riportiamo affermazioni di due studi interessanti che propongono prospettive nuove per una rivalutazione del Rosario.
Le citazioni invitano ad approfondire l'argomento con la lettura completa degli articoli e a non sottovalutare semplicisticamente le situazioni.
La situazione
«A somiglianza della riforma che si sta attuando nella liturgia del sacrificio della Messa e dei sacramenti, anche il Rosario attende un aggiornamento che ne faciliti ai fedeli, ma specialmente ai giovani, una recita più attiva, più impegnata e personale». Così il Maestro dei Sacri Palazzi, p. L. Ciappi, su L'Oss. Rom.
Nonostante, infatti, l'insistenza ininterrotta dei Sommi Pontefici e di autori di indiscussa serietà, questo pio esercizio, oltre che essere stato snidato, opportunamente, ad opera del rinnovamento liturgico, dalle assemblee eucaristiche; oltre che essere stato quasi ostracizzato, fatalmente, ad opera della civiltà industriale, dal posto che teneva nella pietà familiare, sta per perdere quota nella mentalità, nella coscienza, nella stima dei fedeli, soprattutto della gioventù, e non di rado, anche degli educatori.
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L'avvenire del Rosario
Probabilmente l'avvenire del Rosario sta in due soluzioni che non sono rivoluzionarie se non in apparenza, in quanto, sostanzialmente, colgono l'anima profonda del pio esercizio: a) la trasformazione del Rosario in «liturgia della parola»; b) la maggiore dinamicità dei misteri contemplati. È un fatto che le «celebrazioni della parola di Dio» incontrano il favore dei cristiani e soprattutto della gioventù. Impostazioni di questo tipo già sono state proposte.
È anche un fatto che il Rosario, concentrato, come è ora, sul fulcro della storia della salvezza e cioè sui misteri cristologici della Incarnazione e della Pasqua, pur attingendo i valori essenziali,
non è di immediata comprensività e una attrazione per una umanità il cui umanesimo è divenuto, forse troppo, immanentista, attento ai problemi psicologici, storici, economici, sociali dell'uomo. Il giovane, la ragazza, gli innamorati, i presi dagli interessi sociali, gli sposi, i genitori ecc. non si ritrovano immediatamente nei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, nonostante che questo ordine di misteri sia immensamente luminoso per ogni vita e situazione.
D'altronde il Concilio ci ha ricordato che «Cristo santificò tutte le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae origine la vita sociale, volontariamente sottomettendosi alle leggi della sua Patria..., volle condurre una vita di lavoratore..., comandò l'amore... Ne diede l'esempio con il dono della sua vita» (Giov. XV 13).
E lo stesso Concilio ha esteso la collaborazione di Maria e la sua presenza, come indica la Bibbia, a tutta la vita di Cristo; come anche si può dire che Maria, con Cristo, è la spiegazione di tutta la storia della salvezza.
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Continuare a recitarlo nella forma tradizionale?
Dove la pia pratica «tiene», dove scandalizzerebbe l'abolirla, dove non si sente necessità di evoluzione, o questa evoluzione troverebbe un ambiente impreparato, o anche turbato, è il caso – e solo così si fa opera saggia, pastoralmente educativa – di incoraggiare alla perseveranza ed eventualmente di aiutare, con opportune istruzioni a uscire dalla abitudinarietà, pericolosa per la edificazione dello spirito. Penso, in questo momento, a tante anime pie, a tante famiglie cristiane, a sodalizi, a occasioni di ansia, di dolore, di gioia, di attesa, alla pratica dei pellegrinaggi e delle processioni mariane, alle grandi assise di Loreto, di Lourdes, di Fatima, di tutti i santuari mariani, dove togliere il Rosario come è, sarebbe come cancellare tradizioni cariche di spiritualità e di entusiasmo cristiano.
In questi casi il Rosario non si tocca.
Lo si lascia come è, nella sostanza e nella forma, colle sue terzine di 50 Ave, con la successione di misteri e di giorni.
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Il Rosario come celebrazione liturgica della Parola di Dio
Dovunque tali celebrazioni sono state tentate hanno incontrato il gradimento e spesso l'entusiasmo delle comunità di fedeli specie dei giovani. La riforma liturgica attuata dal Concilio ci ha visto dentro e ha espresso l'auspicio che tale esperienza si estenda (cfr. Sacr. Conc. 35/37).
Evidentemente motivi pratici obbligano a limitarsi a celebrare così un solo mistero. Diventerebbe troppo lunga e complicata, altrimenti, la stessa celebrazione. Nel caso, per unire alla novità la fedeltà alla tradizionale struttura del pio esercizio, si potrebbe scegliere uno dei cinque misteri (il primo, l'ultimo o uno qualsiasi), dargli lo sviluppo di liturgia della Parola, come poi vedremo, e limitarsi alla recita normale degli altri quattro.
Questo metodo potrebbe essere applicato, comunitariamente, nella recita del Rosario durante il mese di ottobre e di maggio, dove tuttora sussistono. In quest'ultimo, nel quale è ormai tradizione la predicazione ai fedeli, questa potrebbe essere la omelia dopo le letture, come ora vedremo.
Uno schema possibile di celebrazione della parola di Dio
Se si sceglie il primo mistero del giorno si potrebbe iniziare con un canto introduttivo adatto. Poi annuncio del mistero – lettura biblica relativa – seconda lettura che può essere ancora biblica capace di invitare alla applicazione vitale del mistero annunciato.
La seconda lettura può essere anche una pagina patristica, o di un teologo o del magistero vivo della Chiesa, o la presentazione di un fatto attuale che coglie l'interesse della comunità orante. Breve omelia applicativa in concreto alla vita cristiana, fatta dal celebrante. – Recita della decina, con sufficiente tranquillità per assimilare frattanto il mistero proposto. – Forse un po' di silenzio per una reazione personale. – Poi recita normale delle 4 decine. – Litanie lauretane. o preghiera litanica appositamente scelta. – Preghiera conclusiva del celebrante. – Sua benedizione alla Comunità. – Canto finale (cfr. «Liturgia» del CAL, ottobre 1967).
Se invece il mistero da celebrarsi in forma di celebrazione della parola di Dio è l'ultimo, è bene omettere il canto introduttivo; si fanno le letture come sopra e l'omelia; si prosegue con la recita dell'ultima decina di «Ave Maria», con la recita o il canto delle litanie, o con altra preghiera litanica appropriata che sottolinei valori posti in luce da letture e omelia; preghiera conclusiva del celebrante; benedizione alla comunità; canto finale mariano.
Per concludere, provvisoriamente, dirò ancora una volta che la bontà della scelta del da farsi e degli eventuali opportuni ritocchi, sta nella saggezza dei responsabili.
L'esperimentazione potrà suggerire nuove prospettive. Il mio sogno tuttavia andrebbe più oltre: penso al traguardo della «lectio continua» della bibbia, privata e pubblica, personale e comunitaria, che divenga «lectio divina», secondo l'esperienza monastica antica e quella liturgica, cioè dialogo con Dio,
mediante l'aiuto di Maria ripetutamente invocata. Ma di ciò spero di parlare un'altra volta.
(G. Caretta - in «Settimana del Clero», 1967, passim)
Si può pensare che poche persone, in viaggio, per es., durante un lavoro manuale, durante un'attesa o in tante altre circostanze, recitino insieme il rosario: il valore della preghiera vocale è condizionato dall'intenzione di dedicare un po' di tempo a Dio ed è moltiplicato dall'unione dei cuori. Ma è inaccettabile che venga proposta a una comunità radunata per la preghiera (Gesù, nel Vangelo di Matteo, 6,7, ha detto qualcosa contro le «molte parole» in preghiera!) una lunga serie di parole, una pura recitazione meccanica a un ritmo che rende impossibile qualsiasi attenzione vera al contenuto del Rosario, a ciò che ne è l'anima. Ora, l'anima del Rosario è la meditazione dei misteri della vita di Cristo, a cui Maria, sua Madre, è strettamente unita per volontà di Dio; e il supporto di questa meditazione (il suo «corpo») è la preghiera vocale. Il Rosario è una preghiera originale: perchè la ripetizione di una formula familiare non impedisce, anzi favorisce la contemplazione. Nei tempi in cui i sacerdoti conoscevano a memoria il Salterio come loro preghiera fondamentale, i laici, spesso illetterati, avevano il loro Salterio, composto di due preghiere capaci di resistere all'usura: il Pater e l'Ave. Poi il Rosario passò anche a far parte della devozione privata dei sacerdoti: e Giovanni XXIII ha testimoniato splendidamente quanta luce, quanta conosolazione e forza ne traesse dal pregarlo ogni giorno.
Per «pregare» il Rosario nell'assemblea dei fedeli, bisogna farne una celebrazione: cioè dare ad ognuno degli elementi il suo valore nell'insieme.
La formulazione stereotipata del «mistero», sufficiente in una recitazione privata del Rosario, non è adatta alla preghiera di una comunità, che deve sempre approfondire e consolidare la propria fede perché sia la guida della sua vita cristiana. Di conseguenza è necessario proporre un piano sufficientemente ampio della S. Scrittura che illumini il mistero di Cristo. Può essere preso all'Antico ed al Nuovo Testamento, perché «tutte le Scritture parlano di lui»; conviene introdurla con poche parole oppure commentarla brevemente; si può scegliere liberamente al di fuori dei 15 misteri abituali, senza con ciò «mancare di rispetto alla Madonna». Infatti almeno in tre «misteri dolorosi» e in due «gloriosi» Maria non è nominata esplicitamente; mentre, p. es., mancano passi importanti, come le nozze di Cana, Giovanni 2, 1-11; l'incomprensione dei paesani di Nazareth, Marco 6, 1-6 e paralleli; il rifiuto di Gesù di lasciarsi distrarre dai parenti nel compimento della sua missione, Marco 3, 31-35 e paralleli; la beatitudine di chi accoglie la Parola di Dio – e di Maria per prima che l'accolse Incarnato, Luca 11, 27-28; ecc.
(G. Sobrero - in «Catechesi» maggio 1968/A - interessanti sono le proposte concrete che chiudono l'articolo citato)

