(NPG 1968-01-50)
Giovedì 9 novembre, salutati dall'affetto dei tanti che hanno guardato con simpatia e con entusiasmo crescente all'iniziativa, sono tornati in Italia i 22 giovani volontari dell'Operazione Mato Grosso. Dell'esperienza davvero conciliare nello spirito e nella realizzazione (in uno sperduto villaggio del Mato brasiliano, lavorando sodo per tre mesi, hanno costruito scuola e ospedale, con fondi sollecitati interessando mezz'Italia sui problemi dei popoli in via di sviluppo) hanno parlato diffusamente stampa e televisione.
Noi vogliamo coglierne soprattutto il significato apostolico di testimonianza e di maturazione personale.
Lo facciamo rileggendo i «comunicati» che l'infaticabile ideatore, don Ugo De Censi, inviava a tutti gli amici dalla camera dell'ospedale, dove la malattia ha bloccato il suo ardore di partire.
L'Operazione Mato Grosso potrà avere un seguito, allo stesso livello di impegno e di programmazione: ma può essere anche realizzata a livelli molto meno impegnativi, ma di eguale incidenza apostolico-formativa: ne danno testimonianza iniziative sorte qua e là; soprattutto deve far prendere coscienza ai giovani della necessità di porsi al servizio di chi soffre, di vivere il proprio cristianesimo in donazione.
PER LA FORMAZIONE DEI GIOVANI
Il progetto della spedizione nel Mato Grosso, una volta conosciuto, ha ottenuto queste reazioni: entusiasmo ed adesione da vari (soprattutto dai giovani), scetticismo ed assenteismo dai più, incomprensione ed opposizione da altri.
Alcuni interrogativi ricorrevano eguali sia da parte di coloro che cercavano di capirci, come da quelli che avrebbero preferito che l'idea non fosse neppure saltata in mente.
«Perché andare nel Mato Grosso?
Se volete fare del bene alla povera gente di laggiù, non è più conveniente che risparmiate i vostri soldi del viaggio e li spediate con quello che potete raccogliere qua?
Cosa credete di fare nel Mato Grosso?!... Ci vuole ben altro per risolvere i problemi di quella gente, che il vostro lavoro di qualche mese!...
E poi perché proprio nel Mato Grosso? Non ci sono poveri e gente senza casa anche in Italia?».
Questi interrogativi ci hanno portato a riflettere.
Ed ecco la risposta che abbiamo maturato:
l'Operazione M. G. si costituisce innanzitutto come mezzo di formazione dei giovani; prima di essere una risposta ai bisogni della povera gente essa è una risposta alla domanda di maturazione della gioventù attuale. Si viene a scoprire che il coraggio di rispondere alla «Populorum Progressio» riempie un «vuoto» del cuore dei giovani, soddisfa il loro bisogno di avventura, invita al dialogo con gli adulti ed ad unirsi in comunità, in gruppo, risponde al loro desiderio di fare qualcosa di serio, di misurarsi per tempo con le difficoltà; in una parola risponde alla loro vocazione di crescita.
Dai Campi-Scuola in Val Formazza al Campo-Missione Mato Grosso
Da vari anni organizzavamo in alta montagna dei Campi-Scuola per dirigenti ed animatori di gruppi giovanili, di Oratori.
L'incidenza formativa di questi Campi è data dall'ambiente di montagna, dalla vita e dal clima di comunità familiare, dallo scambio di ricchezza dei singoli partecipanti, da un impegno di studio dei problemi della Chiesa.
L'Operazione Mato Grosso in parte riprende i valori e lo schema del Campo, per rafforzarli e superarli.
La vita di comunità, la spinta dell'amicizia, la ricchezza dei singoli sono presenti qui e prendono maggior volume dalla durata dell'esperienza. Altri elementi, come l'ambiente primitivo e nuovo, il senso dell'avventura, (in qualche modo già sperimentati nei Campi), sono qui esaltati al massimo.
Un ultimo fattore formativo è qui nuovissimo e preponderante: il lavoro, per mesi, a favore di altri.
Tutto ciò avviene per un periodo sufficientemente breve da essere accettato da molti giovani (si sperimenta che le «rotture», gli orientamenti nuovi, le «conversioni», le trasmissioni e recezioni di messaggi avvengono facilmente in questi periodi «brevi e forti»: Esercizi Spirituali, Campi, Corsi di aggiornamento...); ed è una esperienza sufficientemente lunga per saggiare la resistenza, la capacità di sacrificarsi, la costanza e per permettere un graduale assorbimento dei valori circostanti.
Perché raggiungano lo stadio di convinzione e mentalità queste esperienze debbono raggiungere il livello della coscienza: hanno bisogno quindi di riflessione, di verifica.
Riflessione e verifica si faranno in seno al gruppo facilmente, se il gruppo è omogeneo. La presenza dell'educatore, di leaders è in ogni caso indispensabile per condurre, sostenere, correggere l'opera di maturazione di singoli e del gruppo: esso è tanto più efficace quanto più esemplare ed amichevole.
Una delle «paludi» che l'educatore incontra nella formazione dei giovani è il ristagno nella discussione dei problemi: discutere, chiacchiere... senza venire a capo di qualche decisione ed impegno in grado di essere mantenuto. (Beninteso che non si vuole togliere significato ed importanza alla discussione ed al dialogo, tanto meno si vuole porre in secondo piano l'educazione alla meditazione, alla preghiera. Tutt'altro. Queste cose esigiamo chiaramente nell'educazione). I giovani denunciano essi stessi e presto la stanchezza di una formazione «verbale», (fatta di adunanze, fervorini...); essi vogliono «cose», vogliono «fare».
L'OP.M.G. è nata come bisogno di «fare qualcosa per i poverissimi», come risposta alla lettura della «Gaudium et Spes». E quando uscì l'enciclica «Populorum Progressio» la nostra impresa, già avviata, si sentì un mattone di quella casa dei figli di Dio che Paolo VI ci invita a costruire.
Capire, vivere noi oggi il dramma che dovremo risolvere domani: ancora in altre parole una meta dell'O.M.G.
La miseria di un'intera popolazione, la faticaccia di una mia prestazione che «dovrei avere il coraggio di dare per sempre» disarcionano la sicurezza di «essere nel giusto», la convinzione di «fare il proprio dovere». Questi ragazzi affiancati all'impotenza ed al sacrificio del Missionario, grande uomo, si fanno più adulti, più scarni anche interiormente. Domani essi saranno più sensibili alla fame, alla povertà, alla malattia degli altri che non i nostri dirigenti attuali pur sensibili alla «nostra» fame, alla «nostra» povertà, alle «nostre» più difficili malattie.
In un mondo che continua a fare dichiarazioni di «eguaglianza» queste cose sono troppo «diseguali» e volute perché i meno tonti e i puri di cuore non le sentano e non accusino. «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia!». Ma le accuse-scandalo gonfiano di parole i giornali. L'O.M.G. non vuole essere una pagina da leggere; semmai da vivere.
Condensando tante impressioni viene spontaneo dire che l'O.M.G. propone un ideale valido ai giovani di oggi. Alcuni degli ideali più sacri alle generazioni precedenti sono crollati o molto rarefatti (es. la patria, la guerra, il partito...); ma il giovane non può crescere senza un ideale. Egli ha bisogno di donare la sua vita per una cosa che, egli crede, valga I a pena.
Domani
Da molte parti ci viene chiesto se la nostra iniziativa avrà seguito. Rispondiamo:
Certamente. E non solo a Poxoreu.
Innanzitutto, prima di decidere le cose future, vogliamo riflettere sull'esperienza compiuta.
Ai primi di Gennaio terremo a Sottofrua di Val Formazza un Campo-Missione proprio per prendere un avvio deciso per le prossime Operazioni.
Teneteci su con il vostro interessamento.
La risposta dei fatti
Non tutto ciò che era stato progettato in campo edilizio, ha potuto essere portato a completamento.
Ma nel settore maturazione-formazione dei giovani, ogni più rosea previsione è stata superata: l'O.M.G. si è rivelata di meravigliosa efficacia. Basta interrogare i protagonisti.
Per ottenere la riflessione dei partecipanti non siamo ricorsi a domande-inchiesta, a test che sollecitassero a ripensare i fatti che vivevano. La riflessione è spuntata vivace e profonda dalla vita, dalla fatica e dal lavoro di ogni giorno, dal contatto con la fame, la miseria e la bontà della gente di Poxoreu ripensati in chiave di fede e traspare da tutta la corrispondenza giunta dal Brasile.
Proprio per l'autenticità, la personalità e la segretezza che caratterizza queste affermazioni, si evita di segnalare la paternità delle testimonianze riferite. Basterà a dar valore di documento la data della lettera citata. Per dare maggiore unità, le testimonianze sono raccolte sotto tre voci.
GIUDIZI GENERICI SULL'O.M.G.
Sono i genitori di un giovane che scrivono: «Abbiamo ricevuto posta dal nostro... ed è così contento e soddisfatto del suo lavoro, che ci ha riempito il cuore di gioia, malgrado la tristezza di averlo lontano. Bisogna proprio fare del bene, fare opere buone per sentirsi felici. X dice che la miseria lo sta rifacendo nuovo...» 28-IX-67.
«Senza dubbio l'esperienza che oggi sto vivendo vale quanto dieci anni già vissuti. Penso che ciò che oggi vivo sta dando una direttiva definitiva alla mia vita; ha tracciato e traccerà solchi profondi nel mio animo... Ogni giorno Poxoreu sforna episodi, fatti di vita e di miseria che fanno meditare...» 17-IX-67.
«... si migliora anche come gruppo. Sentiamo di cambiare. Ognuno nota il miglioramento degli altri: una cosa interessante... Ci sarebbero molte cose da scrivere, per documentare l'O.M.G., per dire ai diffidenti che il Vangelo vale ancora...» 2-IX-67.
«... scusa se non ti scrivo mai, ma aspetto di discutere con voi le tante esperienze che sto vivendo anche per voi!» 12-IX-67.
«... il fatto che alcuni ragazzi, non certo eccezionali, siano venuti qui a Poxoreu indica che la volontà di aiutare è nel cuore di molti ragazzi...
il difficile è organizzare e pianificare questi aiuti, trovare la grana; l'elemento umano c'è...
Sulla spinta del nostro tentativo potrebbe e dovrà nascere qualcosa di grande ed allora ci sarà da lavorare anche per i Milanesi...» 17-IX-67.
«... oggi ho visto bene che da solo, come missionario, non ci resisterei; ma insieme mi sono accorto di essere più forte, di poter continuare anche se l'entusiasmo e la novità hanno ceduto, fosse anche solo per la stanchezza e l'arrivo del caldo forte. È la prima volta che mi accorgo di poter superare questa crisi di crescita, così inevitabile in tutte le cose importanti e che finora mi aveva lasciato in panne, disorientato ... Però ci volevano il Mato Grosso e D. Piero. Più ci penso e più vedo che un'esperienza così è impossibile nel nostro ambiente; perchè non siamo solo dei fortunati è indispensabile che vi portiamo qualcosa, che questa esperienza serva a tutti voi..» 9-X-67.
GIUDIZIO ESPLICITO: «È LA REALTA CHE CI CAMBIA»
(la miseria di Poxoreu, il gruppo, il missionario)
La gente - la miseria
«Piuttosto che stare in gruppo e dire le solite stupidaggini di tutti i giorni, io credo migliore di parlare discutere, aiutare a risolvere i problemi delle famiglie... Trovo migliore, nelle ore in cui non si lavora, parlare con la gente del paese, scambiarsi le idee, ascoltare i loro problemi, chiedere se hanno bisogno di qualcosa; c'è molta gente che mi chiede se possiamo dare un «remedio» (medicina) per il figlio che ha una data malattia...» 4-X-67.
«... un'operaio che prende 2000 cruzeiros al giorno e gli ci vuole 1500 cruzeiros solo per il pane se ha sei figli; ma questa è un'ingiustizia; io avrei preso il suo padrone e gli avrei allungato il collo di qualche millimetro: questo è rubare bello e buono. Un suo figlio oggi compie 2 anni; gli ho detto di farlo venire da me: gli ho preparato una camicetta ed un paio di calzoncini...; ho aggiunto una busta con qualcosa... da povero...» 13-IX-67.
«... a Milano non si può capire; stando qui si respira miseria, si è immersi nella miseria, ci si abitua alla miseria ed anche quando non si riesce a capire si intuisce qualcosa. A Milano non si può capire. Credo che tutti i pensieri che mi hanno attraversato la mente da quando sono a Poxoreu, tu li possa trovare (espressi un po' meglio) nella "Populorum Progressio": io l'ho letta solo qui: è bellissima!» 17-9-67.
«Ho cominciato ad andare il più possibile in mezzo alla gente: prima stavo ad arrovellarmi sul come fare del bene, rendere più contenti quelli che si incontrano; poi mi sono accorto che basta solo andarci in mezzo, guardarli, sorridere, dire tutte insieme quelle quattro parole di portoghese che conosciamo. Sei importante per gli altri perchè sai quello che sei, ti accorgi che ci sono anche loro ed hai voglia di fare amicizia...» 12-9-
«... La visita agli Xavantes mi ha lasciato anche triste, come quando non riesci a capire una persona alla quale vuoi molto bene. Finora quello che provavo per i Xaventes era una specie di sentimentalismo superficiale. Tutt'a un tratto ho capito che non li conosco, che hanno bisogno ancora più della gente di Poxoreu e che non puoi darglielo tu. Insomma un sogno da contemplare con una malinconia sciocca che non serve a nulla» 9-X-67.
Il gruppo: elemento critico di formazione
«... cosa che mi sembra d'aver capito in un gruppo come il nostro, non occasionale, ma la cui condizione sia il vivere normale, il «tirare avanti», i programmi valgono solo in quanto li vivi tu per primo... Ogni imposizione, anche se formativa, si rivela falsa; è solo quello che tu fai normalmente durante il giorno che può dare una qualche impronta» 12-IX-67.
«Adesso mi sento anche abbastanza indipendente dal gruppo; non so se sia un segno di maturità o meno, però ti sai fare la pappa anche da solo e l'amicizia la costruisci meglio non legandoti troppo a schemi, questo anche perchè il nostro è davvero un gruppo: particolare, un'armata Brancaleone... apprezzo la tecnica di D. Luigi che ci ha lasciato fare tutto da soli... Certo due mesi fa non mi sarei aspettato una simile riuscita» 12-9-67.
«… la vita di gruppo diventa a tratti veramente difficile: sopportarsi ognuno col suo carattere, che è poi un caratteraccio quello di ciascuno; ma se lo si prende come è, non è poi così brutto... Qualche villania, qualche giorno di luna. Badare ai giorni buoni... Insomma uno viene fuori che è veramente capace di digerire la società dei vicini... Qui lo sperimento...» 18-9-67.
Il missionario: un uomo che sa donare; uomo maturo: modello di vita
«... Oggi sono stato da solo con D. Piero alla fazenda che era stata la meta della nostra prima gita, per celebrare due matrimoni. Ho cercato di mettermi un poco da solo in mezzo alla gente... È stata una fati-caccia. Alla fine ho dovuto riattaccarmi a D. Piero e fare da palo sorridente... Del resto D. Piero è un uomo meraviglioso, sempre lì ad aiutarti, ad ascoltare le tue domande anche se sciocche. È stato quello che ha agito su di noi, credo proprio su tutti; il 50% dei frutti di questo ambiente li ho raccolti attraverso di lui, un vero maestro» 6-X-67.
«... mi stringe il cuore dover partire; penso tanto in questi giorni a D. Piero; quanto soffrirà quando noi andremo via! Mi sembra impossibile che abbia potuto vivere tutti questi anni solo, in un paese tanto difficile, lontano, privo di contatti con persone della sua mentalità, privo di notizie. È dura da capire la vita che fa D. Piero e gli altri Missionari, auguro che molti Sacerdoti e laici possano vivere questa esperienza...» 5-X-67.
«la vita povera, sacrificata, silenziosa, disinteressata che vive qui D. Piero, dimentico di sè fino in fondo: in lui vedo veramente il Cristo povero tra i poveri, semplice... Vedesse con quanta semplicità parla, scherza, avvicina tutti con semplicità... Lo cercano, gli vogliono tutti bene...» 5-9-67.
«... sentisse la «sofferenza» dei sacerdoti di qui! Abbandonati, soli, senza guida, poveri,... dimenticati; capaci però di pensare ai tanti che stanno bene, vicini ai loro cari... con il vitto di minestra, pietanza e frutta, assistenza se ammalati, applauditi se fanno qualcosa, vacanze se stanchi...» 5-9-67.
GIUDIZIO ESPLICITO: «SONO IO CHE DEBBO CAMBIARE»
«Il Signore mi ha concesso una grande grazia: riconosco di aver scoperto qui che la sola virtù è amarsi: tutto il resto non conta o è secondario; un amore che sia accostamento umano: stavo rischiando di fondare la mia vita su un amore irreale...» 5-X-67.
«... Penso che la verità che noi (Chiesa) possiamo portare al «mondo» sia proprio il rispetto e l'attenzione alla persona: l'amore... Adesso è una proposta che ti capita tra capo e collo ogni cinque minuti, quando hai voglia e quando non ne hai; si tratta di cose banali... Mi sembra di aver capito che la vita, anche la parte migliore di essa, gli ideali, non sono altro che quei piccoli sciocchi, ma importantissimi, sacrifici («sacrificetti») che ti capitano a centinaia durante la giornata... Se li sai affrontare il resto è tutto da godere» 24-IX-67.
Una mamma scrive parlando di suo figlio: «Gli avevo ripetutamente chiesto se il lavoro gli pesa, ma risponde sempre in modo spiritoso, e non lascia intravvedere nessun sacrificio: è stato duro il lavoro per gli scavi (le sue mani erano abituate ad usare unicamente la penna)... La cosa che più mi fa piacere è constatare nelle lettere il suo buon umore, la soddisfazione di rendersi utile: ciò denota una serenità di spirito ed una salute che dà tranquillità anche a noi genitori che per la prima volta l'abbiamo tanto lontano» 14-IX-67.
«Sono felice di dare quel poco che posso a questa povera gente e sono ben decisa a continuare ad aiutarli per quanto mi sarà consentito di fare. Ringrazio il Signore di tutto ma in particolare di avermi fatto incontrare dei Sacerdoti capaci di aiutarmi a vivere un cristianesimo vero, spontaneo, quello che dà realmente la gioia di vivere. Questa esperienza mi è servita a capire molte cose ma soprattutto mi ha convinta che la carità consiste nel comprendere e piegarsi sempre più verso chi mi vive accanto...» 6-X-67.
«Qui sei solo quello che fai, sei certezza dalla testa ai piedi... tutto è così reale che non ti raccapezzi quasi più neppure con la religione, senti il bisogno di un altro schema: i sentimenti, le aspirazioni, le scoperte come le intendevo in Italia qui non valgono un fico secco. Non devi arrampicarti sui vetri qui quando leggi il Vangelo, trovi tutto per la strada...» 18-IX-67.
«È da un po' di tempo che mi sento dentro un sentimento che è forte come una casa: qualcosa che assomiglia alla sicurezza di essere quello che sei; di essere al tuo posto tra gli altri, insomma mi sento... un uomo» 16-I X-67.
«Non riesco a pensare all'Italia e al ritorno senza pensare alla possibilità di venire di nuovo qui... Pensando al ritorno si pensa sempre più a voi, a te. Che non perdiamo quello che siamo diventati dipende dagli amici, quelli veri, che ci «spremono» (come dici tu) l'essenziale è che ci aiutino a continuare a viverlo anche lì» 9-X-67.

