Don Milani: un prete «maestro»



    Ivo Paltrinieri

    (NPG 1968-05-60)

    La rivista fiorentina Testimonianze ha voluto dedicare l'ultimo suo numero del 1967 a don Lorenzo Milani. È un fascicolo che ogni prete educatore dovrebbe procurarsi, in attesa che esca una sua biografia (ma chi potrà presumere di dare un ritratto esauriente di questo «profeta», di questa «presenza», che ancora rimane tanto «scomoda» per tutti?), per conoscere il valore della sua testimonianza, per accogliere almeno in parte, il suo esempio, soprattutto contro «la pigrizia» del nostro metodo di insegnanti e di educatori.
    Per don Milani fare scuola era dare ai suoi ragazzi la verità, perché crescessero uomini liberi. E siccome i meno liberi sono i figli dei poveri, ecco spendere la più parte del suo apostolato sacerdotale nella scuola. Ma non la scuola che tutti conosciamo, che nel nome di una cultura nozionistica, vuota e sorpassata, con mano degna di un feroce razzista, seleziona un numero sempre troppo grande di alunni fin dalle elementari, con la scusa di mandare avanti i più «capaci».
    La scuola di don Milani era tutt'altra cosa. Per lui, meglio per il suo cuore e il suo sacrificio, tutti potevano effettivamente imparare, perché la scuola cessava di essere cattedra dalla quale si impartiva una lezione unica a tutti gli alunni, ma diveniva incontro personale, era cammino diverso per ognuno, come diverse potevano essere le capacità, i punti di partenza e la stessa velocità di marcia. L'importante era che ciascuno arrivasse promosso. Ecco allora il grido di Barbiana: La scuola non deve bocciare! Non nel senso, come hanno inteso molti, che si devono promuovere gli ignoranti, ma perché – pagando il maestro di sacrificio personale – si devono portare tutti nelle condizioni di arrivare alla promozione. Altrimenti la scuola diventa industria di disadattati, incubatrice di analfabeti: infatti quelli che essa respinge, sapranno leggere soltanto le lettere grosse dei giornali murali.
    Ecco perché «Lettera ad una professoressa» è «lettera di amore» alla scuola, e don Milani, che ne è stato il principale promotore, non può essere dimenticato da noi insegnanti, perché egli ci ha mostrato come essere «maestri» nel senso del Vangelo, il quale è stato anzitutto affidato «ai poveri».