(NPG 1968-06/07-34)
Si è svolta a Como (1-5 febbraio 1968) a cura del Centro Pastorale Giovanile dell'Ispettoria Salesiana della Lombardia e Emilia, una tre giorni di studio per Leaders delle Scuole Medie Superiori. Riportiamo le conclusioni, che ci sembrano facilmente generalizzabili e di notevole valore educativo.
Nel clima generale di rinnovamento che vivifica ogni istituto di educazione, sono indicazioni che stimolano ad un ripensamento di revisione.
I - LA COMUNITÀ EDUCATIVA
1. Il rapporto educativo nei nostri Istituti
L'osservazione emersa dalla maggior parte degli interventi, con tonalità assai uniforme, riguarda la figura del Salesiano educatore. In esso sembra predominare per lo più il professore, compromettendo così la completezza dell'azione educativa. I giovani desiderano che il Salesiano insegnante sia, al tempo stesso e in misura non minore, Sacerdote ed educatore, ed educatore completo, che non trascuri alcuna dimensione dello sviluppo della personalità dell'educando. Non sempre avvertono il Superiore «disponibile», pronto cioè ad allacciare un dialogo impegnato, serio, su piano di amicizia. Se i rapporti sono freddi, o per dirla con un giovane, «generale-soldati», non ci si sente di affrontare assieme
problemi vitali con apertura e confidenza. In altre parole la cordialità è una premessa indispensabile perchè il rapporto educativo possa esistere.
Non sempre da parte dei Superiori si nutre fiducia nelle possibilità dei giovani a collaborare attivamente nell'opera educativa con serietà di impegno.
Riconoscono, però, gli stessi giovani che tante volte le loro richieste sono motivate più dal desiderio di evasione che da interesse educativo, ed i consigli di classe corrono il pericolo di trasformarsi in sindacato.
Si nota a volte tra gli educatori diversità notevole di pensiero e di indirizzo pratico: ciò che per un superiore è positivo, è rifiutato dall'altro superiore. Questo crea sconcerto nei giovani, soprattutto in ordine alle iniziative che vorrebbero attuare.
Alcuni dei giovani esterni avvertono l'insufficienza dei loro rapporti con i superiori, con notevole impoverimento del fatto educativo. Altri fanno presente che gli esterni si trovano, anche fra di loro, nella comunità educativa degli allievi, come estranei.
Si osserva ancora che talvolta il superiore non accetta il fatto che l'educando possa criticare l'azione degli educatori. Per principio ciò che un superiore fa è giusto, insindacabile. All'allievo non resta che obbedire. Tante volte anche le decisioni dei Superiori, in cose opinabili, non si preoccupano di interpretare le esigenze dei giovani. O se si sforzano di farlo, i giovani non se ne rendono conto.
Sono risultate altre difficoltà legate a situazioni particolari e circoscritte alle singole Case quali:
– passività da parte della massa dei giovani all'impegno comunitario;
– palese o sottintesa resistenza da parte di alcuni superiori nei riguardi delle nuove strutture e dei nuovi indirizzi educativi;
– dialogo ristretto al solo livello di sezione.
La tecnica con cui normalmente si svolge il dialogo tra le comunità degli educatori e quella degli allievi è la seguente: i problemi si discutono dapprima a livello di classe, quindi i rappresentanti fanno presente i risultati dei lavori ai Superiori, che danno l'approvazione ed aiutano per la attuazione pratica.
In qualche Casa si sente anche il parere del Consiglio dei Genitori.
2. Prospettive e suggerimenti
Si invitano i Superiori ad accettare la critica, che può diventare vera collaborazione all'opera educativa, senza preoccuparsi eccessivamente di «salvare la faccia». Tocca ancora ai Superiori educare i giovani a fare una critica costruttiva.
I giovani non si nascondano le gravi difficoltà che si devono superare: si tratta di cambiare mentalità e da una parte e dall'altra. Da parte loro si sono proposti di impegnarsi nella comprensione e nella effettiva corresponsabilità di leaders fra i loro compagni.
Il rapporto educativo deve essere a largo respiro, impostato non su un incontro occasionale o su un'esortazione di dubbia efficacia, ma, nell'arco dell'intera giornata, su un contatto vivo e cordiale. I leaders, anche se rifiutano l'idea di essere la longa manus dei superiori, si impegnano a favorire con tutte le forze il rapporto veramente educativo su piano personale e su piano comunitario.
La nostra scuola presenta un carattere confessionale. Questo è utile e risponde alla natura delle cose, in quanto dà un indirizzo unitario nella nostra formazione. Ma deve comporsi con la libertà personale, di coscienza e religiosa, e preparare all'incontro e al confronto di altre posizioni.
Si sottolinea la necessità di aprirci gradualmente al pluralismo delle ideologie.
Talvolta il fatto che il superiore procrastini le iniziative già accettate e la cui messa in atto compete a lui solo, rallenta, anziché stimolarlo, il processo evolutivo della nostra corresponsabilità nella costruzione della comunità educativa.
Altre osservazioni:
– non si identifichi ed esaurisca il successo educativo con il risultato scolastico;
– insostituibile è il ruolo dei genitori nella comunità educativa: bisogna incrementare i rapporti con loro;
– è opportuno favorire uno scambio giudizioso di vedute tra ragazzi e ragazze;
– si richiede maggior incisività della scuola rispetto alla vita;
– minor accademismo nella vita di collegio, più serenità e spontaneità;
– non è sufficiente la riforma delle strutture: occorre che essa si estenda alle persone.
II - I GRUPPI
1. Realizzazioni-difficoltà-difetti dei gruppi nei nostri Istituti
Si è constatato a più riprese ed in diversi modi il valore formativo dei gruppi. Essi facilitano l'incontro sul piano dell'amicizia tra gli educandi, aprono orizzonti più vasti, integrano gli interessi presentati dalla scuola, permettono uno scambio vitale con l'ambiente esterno.
Sembrano prevalere gruppi consumativi a carattere immediato (sport, divertimento, hobby, vari...). Non mancano però gruppi culturali, caritativi, il cui settore d'azione si estende anche all'esterno dell'Istituto.
Si rileva da tutti indistintamente che la difficoltà più grave per l'attività di gruppo è l'esiguità del tempo a disposizione.
Un altro grave ostacolo è un certo assenteismo diffuso tra i giovani, specialmente se esterni.
Altre cause sembrano essere:
– la scarsa disponibilità n' superiori che possano effettivamente svolgere il compito di animatori, (sono presi da numerosi e gravi impegni, cui si aggiunge quello dei gruppi);
– la mancanza di leaders e la loro scarsa formazione;
– la rigidità delle strutture, che non prevedono tale impegno;
– l'interruzione dell'attività e dei rapporti tra i membri del gruppo durante il periodo estivo.
2. Prospettive e suggerimenti
Perché i gruppi funzionino convenientemente, occorre creare in tutti il senso di responsabilità, educare tutti al dovere sociale. Solo collaborando, si potrà sciogliere il ghiaccio dell'assenteismo, dell'opportunismo, dell'egoismo. In una parola, per far gruppo, occorre il sacrificio personale.
La presenza del superiore come' animatore del gruppo comporta:
– un'azione di guida per l'adesione spontanea dei giovani al gruppo stesso;
– l'aiuto e il sostegno perché i giovani in comune ricerchino i valori umani e cristiani che sono alla base dei diversi interessi;
– una particolare attenzione e cura ai leaders;
– la preoccupazione di allargare sempre più il raggio degli interessi dei giovani in conformità alle esigenze di una visione globale della vita.
Altrettanto indispensabile si è rivelata la presenza dei leaders che fermentino l'attività di gruppo, senza far tutto da sé.
Tre direttive pratiche sono state prospettate per la funzionalità dei gruppi:
– la motivazione della presenza del singolo nel gruppo e del gruppo nella comunità;
– la collaborazione sul piano operativo tra i gruppi della stessa comunità;
– la necessità di realizzazioni concrete per non esaurire il gruppo in vuoto accademismo di parole.

