Giovedì santo
Li amò fino alla fine
Bruno Maggioni

Es 12,1-8.11-14 • 1Cor 11,23-26 • Gv 13,1-15
Con la messa in Coena Domini inizia il triduo della Pasqua del Signore. Il mistero pasquale viene ricordato nella sua dimensione celebrativa dall'apostolo Paolo, che ai cristiani di Corinto scrive come Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, nel segno del pane spezzato e distribuito e del calice dato da bere, il dono di se stesso (cf. 1Cor 11,23-26). Questo gesto Gesù comanda ai suoi di «farlo» perché ciò che esso significa e contiene, il dono della sua vita, continui a rimanere presente per loro: «fate questo in memoria di me». L'apostolo afferma che: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (v. 26).
Se Paolo racconta l'ultima Pasqua di Gesù, il gesto del pane e del vino, la prima lettura (cf. Es 12,1-8.1114) ci presenta le sue origini antiche, l'agnello pasquale di Israele. Il racconto dell'Esodo ci riporta all'evento storico della liberazione del popolo dall'Egitto (cf. v. 11). Il suo ricordo, però, non si esaurisce nel passato, ma è «un memoriale» (v. 14), che rende presente quanto accaduto, per cui è sempre un'esperienza di liberazione e di salvezza, anche se ci si trova in una situazione di difficoltà e oppressione, come lo erano gli ebrei in Egitto. E la Pasqua antica trova il suo compimento nel gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli, prima della sua morte in croce (cf. Gv 13,1-15).
Per comprendere il significato di questa azione di Gesù, occorre partire dalle parole iniziali dell'evangelista: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (v. 1). Qui è riassunta tutta la vita di Gesù: l'amore per i discepoli fino a quel momento e da lì in poi, per il tratto di strada che rimane fino alla croce. Tutta l'esistenza di Gesù si può raccogliere nella categoria dell'amore. L'espressione «fino alla fine» indica la caratteristica di questo amore: la totalità, fino al massimo della perfezione. Gesù ama oltre ogni misura. Il gesto della lavanda dei piedi viene raccontato nei suoi minimi particolari (cf. vv. 4-5) per mettere in evidenza che non è soltanto un atto di umiltà. In realtà, come il testo lascia intuire, si tratta di un gesto di rivelazione per mostrare un significato più profondo e autentico. È un gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Gesù stesso dice che ordinariamente il maestro è onorato, servito e tuttavia qui lui fa un gesto da schiavo. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica – di amore, di servizio, di dono – che ha guidato tutta la sua esistenza e che esprime la sua dignità e la sua filiazione divina. La lavanda dei piedi svela chi è Gesù o, per meglio dire, rivela la figura di Dio che egli è venuto a mostrare. È servendo e donandosi che il Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l'immagine e la trasparenza: Dio è amore. È un gesto sconvolgente sul piano religioso perché ci comunica qualcosa del volto di Dio impensabile per i ragionamenti umani: Dio serve l'uomo. E la lavanda dei piedi mostra che il servire, non il potere né il comandare, è azione divina.
Gesù ha chiara consapevolezza del senso di ciò che sta compiendo; non così i suoi discepoli. La reazione di Pietro denota una vera e propria incomprensione del gesto di Gesù (cf. vv. 6.8). Non è semplicemente il rifiuto di un gesto di umiltà da parte di Gesù, ma più profondamente della scelta del Messia e Signore di abbassarsi e di farsi servitore. È un'incomprensione della via della croce, in linea con altri passi evangelici (cf. Mt 16,22; Mc 8,32). Pietro non comprende la croce, non
comprende il modo di Gesù di rivelare se stesso. Lo riconosce come Messia e Signore, ma proprio per questo vorrebbe che Gesù percorresse una strada differente. Di fronte alla resistenza del discepolo, Gesù invita Pietro alla fiducia: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo» (v. 7). Oltre che rivelazione di Gesù, il gesto della lavanda è una lezione per i discepoli: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (v. 15). Il termine tradotto in italiano con «esempio» ha una connotazione visiva di immagine, tipo, modello da osservare. Gesù non presenta semplicemente questo «esempio», si potrebbe dire dimostrazione, come un modello esteriore da imitare, ma come un dono che genera il comportamento futuro dei discepoli. La comunità cristiana è invitata a intraprendere la strada del servizio. La grandezza della chiesa, come già quella di Cristo, si rivela nel servizio.

