In mare aperto

    Una ricerca sui giovani e la pandemia


    Stefano Didonè


    La pandemia ha segnato duramente la vita quotidiana dei giovani, costretti a rinunciare a molte esperienze che appartengono fisiologicamente alla fase più vitale e creativa dell'esistenza. L'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo si è interrogato sugli effetti che questa emergenza è destinata a produrre sul loro atteggiamento nei confronti della vita, del futuro, della società, e in particolare sulle ricadute nel loro rapporto con la fede e con la Chiesa. Queste domande sono all'origine dell'intervento di don Stefano Didonè, docente di Teologia fondamentale presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Treviso-Vittorio Veneto, che con Paola Bignardi ha curato il volume dedicato agli esiti dell'indagine [1]. Il suo intervento approfondisce l'inedito profilo dell'atteggiamento 'post-secolare' delle nuove generazioni di fronte alle tematiche religiose. Segnato da sensibilità sociale, autenticità e apertura a una ricerca senza pregiudizi, esso presenta tratti che sfidano la pastorale a rimodularsi e ad affrontare con coraggio il «mare aperto» dell'universo giovanile: «Imparare a reinventarsi appare una vera e propria urgenza pastorale per la Chiesa di oggi, chiamata alla trasformazione missionaria e a un modo di crescere per "attrazione". [...] Senza schemi, né paternalismi, alla ricerca di un incontro reso possibile solo dalla comune capacità di stupirsi ancora una volta nient'altro che per il Vangelo».

    In alcuni giovani riconosciamo un desiderio di Dio, anche se non con tutti i contorni del Dio rivelato. In altri possiamo intravedere un sogno di fraternità, che non è poco. In molti ci può essere un reale desiderio di sviluppare le
    capacità di cui sono dotati per offrire qualcosa al mondo. In alcuni vediamo una particolare sensibilità artistica, o una ricerca di armonia con la natura. In altri ci può essere forse un grande bisogno di comunicazione. In molti di loro troveremo un profondo desiderio di una vita diversa. Sono autentici punti di partenza, energie interiori che attendono con apertura una parola di stimolo, di luce e di incoraggiamento (Christus vivit, n. 84).

    Sapevamo tutti che il tormentato rapporto tra la Chiesa e i giovani non poteva certamente esaurirsi con la celebrazione del Sinodo dell'ottobre 2018, né tantomeno con la successiva pubblicazione dell'Esortazione apostolica di papa Francesco. Anche in questo caso, la pandemia – oltre a tutto il resto – ci ha messo davanti in modo più evidente la sensazione che la distanza si fosse accentuata. Al momento del ritrovarsi delle comunità cristiane per la celebrazione eucaristica domenicale dopo la controversa stagione delle Messe in streaming, è risuonata in molti una domanda: «E i giovani, dove sono?». No, non sono tornati. Forse perché erano spariti ancor prima della pandemia. Mancava, tuttavia, un riscontro effettivo di questa impressione. L'ultima ricerca condotta dall'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo sui giovani, dal titolo Niente sarà più come prima. Giovani, pandemia e senso della vita (Vita e Pensiero, 2021), dando ancora una volta spazio all'ascolto dei giovani attraverso una metodologia di indagine molto aderente alla vita (i Focus group), ha cercato di offrire un contributo su questo punto. La ricerca ha preso le mosse anzitutto dalla percezione di un'urgenza: quella di raccogliere in presa diretta il vissuto reale di una generazione segnata in modo indelebile dalla prova del Covid-19. I segnali che i giovani hanno inviato dopo l'esperienza del confina-mento della scorsa primavera sono come degli alert a cui sembra non sia data un'effettiva attenzione. Eppure, il confronto tra i risultati di due rilevazioni Ipsos su un campione di 2000 giovani, effettuate ad aprile e a ottobre 2020 per conto dell'Osservatorio Giovani, non lasciano spazio all'ambiguità. Il problema non è tanto la problematicità di un rapporto con Dio non incorniciato secondo le coordinate del `Dio rivelato', quanto la credibilità delle sue mediazioni storiche, in particolare l'esperienza della fede vissuta nelle comunità cristiane. Il crollo verticale della fiducia dei giovani nei confronti della Chiesa istituzionale è fotografato da un dato: il 29,2% dei giovani (31,8% se si considerano le giovani donne) afferma di non avere «nessuna fiducia» nella Chiesa cattolica. Come interpretare questo risultato? Se ci si limita a vederlo come la semplice conferma di una lettura stereotipata della condizione giovanile, si rischia di perdere un'altra occasione di incontro.
    L'esperienza di ascolto attraverso lo strumento di dieci Focus group, distribuiti in tutto il territorio nazionale nel periodo tra il 12 novembre e il 3 dicembre, ha restituito le molteplici sfumature della prova attraversata dal febbraio dello scorso anno: disillusione, incertezza, angoscia, impotenza, dolore, rabbia... Se la precedente ricerca dell'Osservatorio Giovani, pubblicata nel volume Dio a modo mio (Bichi-Bignardi, 2015), aveva evidenziato la presa di distanza da parte dei giovani nei confronti di una certa esperienza di Chiesa, ma non dalla dimensione religiosa della vita, l'indagine sul Covid-19 mostra la trasformazione in atto dell'esperienza religiosa stessa. Il crudo realismo dell'impatto con la solitudine, la sofferenza e la morte ha bandito definitivamente la possibilità di qualsiasi discorso consolatorio o dottrinale su Dio, salvandone, paradossalmente, la possibilità di una relazione con lui: «Dio non c'entra!» è la risposta sintetica che molti hanno ripetuto, a sottolineare la non imputabilità di Dio per il disastro causato dal virus. La ricorrenza di questa risposta non va equivocata: «Dio non c'entra con la pandemia» non è un modo per rimuovere dall'orizzonte l'ipotesi di Dio o per reintrodurre surrettiziamente una teoria della doppia verità (scientifica e teologica), ma casomai per 'proteggere' e mettere al riparo il discorso su Dio dalla banalizzazione e dalle possibili perversioni della sua immagine. Questa inattesa forma di 'cura' per la nominazione di Dio è uno dei tratti sorprendenti della ricerca.

    Né abbandono, né colpa, ma una comune responsabilità

    Se non è di Dio, di chi è la 'colpa'? In realtà, la semantica del mondo giovanile sta cambiando pelle. Le tradizionali categorie filosofiche e teologiche del cristianesimo (causalità, colpa, salvezza, redenzione) vengono utilizzate in modo nuovo, indicando un duplice processo: da una parte l'allontanamento dalle attribuzioni dei significati tradizionali. Dall'altra di invenzione di nuovi orizzonti di comprensione. Uno degli elementi più interessanti che sono emersi dalla ricerca riguarda la compresenza e l'interazione tra diversi modi di vivere (o non vivere) l'esperienza della fede. Il tratto dominante è appunto la capacità di adattamento. I giovani adattano le diverse espressioni tradizionali della fede al loro mondo. Un'immagine devozionale, un ricordo dell'infanzia oppure la mancata partecipazione alla Messa diventano lo spunto per aprire un discorso inedito, fatto più di domande aperte, che di certezze consolidate:

    Per me questo è un momento un po' di domande. E quindi anche il non poter andare a messa mi ha fatto dire: «Okay, non posso andarci ora, dove si fonda la mia fede?». Qual è il mio rapporto con Dio? Cioè, mi ha più generato delle domande sulla mia fede... non tanto che non andare a messa era un problema perché non riuscivo a esprimere la mia fede, ma proprio perché «Non posso farlo, si basa mica solo su questo la mia fede». «Allora su cosa si basa, quali sono le mie radici, quali sono le mie fondamenta?». (3)

    Mentre da un anno a questa parte abbondano sulle riviste specializzate e sui siti vivaci dibattiti sulla validità sacramentale delle messe in streaming, i giovani sono 'migrati' altrove, intuendo che non può esserci una relazione con Dio senza la partecipazione fisica e corporea. Da qui la domanda, per esempio, su quali siano le radici della fede, dando per scontato che non può essere solo la partecipazione alla celebrazione eucaristica. Questa, come molte altre domande, non rappresenta mai un'implicita accusa a un Dio incolpabile di abbandono, come ha evidenziato anche il commento di Erio Castellucci:

    Non si sono lasciati prendere, come certi adulti, dalle battaglie 'a difesa della Messa' durante il lockdown e da quelle 'a difesa della comunione in bocca' subito dopo. Non sono queste, grazie a Dio, le domande che appassionano i giovani; sono invece le questioni autentiche, relative al senso della vita [2].

    All'incremento dello squilibrio sociale ed economico fa eco la tendenziale indifferenza del mondo degli adulti nei confronti dell'altra grande crisi, quella ambientale, precedente alla pandemia. È in questo ambito che si fa strada il senso di responsabilità di un'intera generazione nei confronti del futuro del pianeta Terra. L'elevato consumo di dispositivi di protezione individuale monouso usa-e-getta, giustificati dall'emergenza sanitaria, rappresenta l'esatto contrario di quella cura per l'ambiente di cui si fa invece portavoce – almeno idealmente – l'attuale generazione di giovani.

    Una 'generazione Francesco'?

    La sensibilità dei giovani per gli squilibri sociali generati dalla pandemia si collega alla lotta contro il cambiamento climatico. A fronte di un mondo di adulti che continua ad affrontare in modo tiepido e diviso i problemi inderogabili, i giovani si mostrano in genere più `cittadini del mondo' rispetto agli adulti. Il movimento creatosi attorno a iniziative di successo (prepandemiche) come i Fridays for future, animati da Greta Thunberg, rappresenta un segnale della capacità dei giovani di prendersi cura della fragilità del pianeta. Sentono, talvolta non senza angoscia, la responsabilità come generazione emergente di salvare il pianeta Terra dalla sua autodistruzione. La saldatura dell'emergenza sanitaria con la lotta contro il cambiamento climatico accomuna il sentire dei giovani con le preoccupazioni di papa Francesco:

    Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella [3].

    Più che una 'generazione Covid', sembra di essere di fronte a una 'generazione Francesco', cioè a giovani che hanno interiorizzato le conseguenze del principio fondamentale dell'ecologia integrale: tutto è connesso. Gli interventi dei giovani hanno spontaneamente collegato queste due crisi – climatica e pandemica – sotto la comune lente della rinuncia. Rinunciare a un futuro migliore rispetto ai propri genitori, rinunciare alla naturale socialità legata alle mille occasioni di incontro legate al mondo della scuola e dell'università, ecc. Dover rinunciare ad aspetti importanti della giovinezza o a qualcosa del proprio abituale stile di vita per salvare vite umane è uno sforzo che richiama molto quello richiesto per salvare il pianeta, un'urgenza che i giovani sentono molto più degli adulti, talvolta increduli riguardo al fatto che i cambiamenti climatici siano inarrestabili. A fronte dei dati scientifici sull'innalzamento delle temperature, continuare a non vedere non è tanto una questione di negazionismo, ma di 'incredulità': «Io la definirei una crisi della capacità di credere», ha scritto il saggista statunitense Jonathan Safran Foer [4].

    La ricerca di Dio nell'epoca post-secolare

    Un ulteriore aspetto molto importante emerso dall'analisi dei focus e in generale dall'indagine è il contesto nel quale si sta sviluppando questa frattura generazionale e che da alcuni osservatori viene definito «post-secolare». Le caratteristiche di questo tempo non sono ancora chiare, ma la categoria di post-secolarità appare come una chiave interpretativa interessante per reinterpretare il rapporto con il mondo giovanile al di fuori delle coordinate convenzionali, che fanno riferimento sostanzialmente alla categoria di secolarizzazione e di indifferenza religiosa. Il contesto post-secolare è un contesto nel quale il venire meno di una determinata forma di cristianesimo presentato in una forma molto strutturata fa paradossalmente riemergere – in un contesto fortemente destrutturato come quello attuale – le domande di senso presenti nei giovani. Le domande di senso riemergono con delle caratteristiche che sono assolutamente inedite, cioè attraverso una compresenza di strati multiformi di culture religiose da quelli più tradizionali, quelli più devozionali, a quelle più aperte, e in questa sorta di melting pot si delinea un forte desiderio di autenticità di vivere l'esperienza religiosa. La combinazione di queste due categorie, contesto post-secolare e autenticità, come è ben evidenziato nel contributo di Paolo Costa, è assolutamente determinante nel cogliere quelle che sono le determinanti di questo nuovo contesto:

    In un contesto storico che, per semplificare, chiamerò 'post-secolare', ossia non confessionale in senso tradizionale ma nemmeno pregiudizialmente ostile alla 'religione' (quale che sia il significato che vogliamo attribuire a questo concetto così polisemico), gli itinerari spirituali delle persone, e tanto più quelli dei giovani, hanno un carattere fortemente autenticitario. Sono cioè sempre anche ricerche del proprio sé più autentico, tentativi di rispondere alle domande «chi sono io?» o «la mia vita così com'è ha senso o dovrei cambiarla radicalmente?» [5].

    Il venir meno della forma religiosa che il cristianesimo ha assunto in Occidente finora non significa automaticamente il venir meno dell'esperienza stessa della fede, ma la sua trasformazione in un'esperienza umana caratterizzata dal forte desiderio di autenticità. Tale sete di autenticità, che investe la stessa esperienza della fede e la critica a una forma religiosa troppo 'impacchettata', richiama alcune pagine del Vangelo nelle quali Gesù esprime la sua presa di distanza rispetto al mondo religioso che aveva attorno a sé. Una religiosità che si era cristallizzata e formalizzata in un formalismo irrigidito e fuori dalla storia, come raccontato nell'episodio a casa di Simone il fariseo (cfr. Lc 7,36-50) o nelle aspre dispute tra Gesù e i Giudei raccontate in Giovanni. Una religiosità formale, senza amore, non attira i giovani (e, a dirla tutta, nemmeno gli adulti). Questo aprirebbe a nuove (e urgenti) interpretazioni 'teologiche' di quest'epoca post secolare.
    Un altro tratto della religiosità di questa generazione di «pellegrini post secolari» (Paolo Costa), è il fatto di avere una spiccata sensibilità sociale, a differenza di un mondo degli adulti tendenzialmente chiuso in se stesso e preoccupato di difendere se stesso. Questa dimensione sociale sembra intrecciarsi anche con il magistero di papa Francesco che sottolinea il fatto che tutto è connesso e, se tutto è connesso e siamo un solo corpo, la sofferenza di una parte di questo corpo è la sofferenza di tutto il corpo. Ecco il senso dell'ingiustizia che i giovani percepiscono nella gestione, da parte del mondo degli adulti, dell'esperienza della pandemia; è un senso sociale che appare molto vivo, dove il mondo della scuola viene vissuto come un possibile laboratorio di socialità:

    Sicuramente (G10) la pandemia ha dato ai giovani una maggior consapevolezza sociale: c'è una riscoperta del sentimento del noi (più o meno esteso...), tanto che il concetto di `community' è entrato come elemento costitutivo del DNA delle nuove generazioni. Una consapevolezza sociale che ha visto anche adesioni a campagne virtuali e reali in favore del ritorno a una scuola sicura, quindi una ponderazione delle richieste e una dimensione molto più di proposta che di protesta [6].

    Una pluralità di forme di ricerca di Dio: la fede `galilaica' dei giovani

    I dieci Focus group, oltre ai temi della pandemia, prevedevano anche una sezione dedicata al rapporto con la dimensione religiosa e il rapporto dei giovani con Dio. Dall'interazione emerge che la fede dei giovani, come già appariva chiaramente nelle precedenti ricerche, non è una fede strutturata, ma frammentata, 'contaminata' da diverse culture - anche cattoliche - che coesistono l'una accanto all'altra. Questa pluralità di punti di riferimento e di posizioni personali, ricchi di distinguo anche tra coloro che si presentano come `credenti', concorre a tracciare i contorni di un'esperienza di fede molto 'porosa', più che rocciosa. Una fede che si lascia attraversare dal dubbio, dalla rabbia, dall'esperienza anche del non senso e dallo scacco della morte. È una fede 'ai confini' con l'esperienza del non credere, una fede che richiama le caratteristiche di quella «Galilea delle genti» nella quale Gesù muove i primi passi della sua missione («Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» Mt 4,23). Un territorio, quello galileiano, dai connotati non chiaramente determinati, molto diversi dal punto di vista dell'esperienza religiosa rispetto a quanto coltivato nel tempio di Gerusalemme, ambiente ben strutturato, benché arrivato al capolinea quanto ad autenticità del rapporto con Dio. Quella galilaica e quella gerosomilitana rappresentano due modalità di vivere l'esperienza della fede che sembrano interpellare l'attuale esperienza di Chiesa, chiamata anch'essa, in un certo senso, a `reinventarsi' in chiave più galilaica che gerosolimitana. L'appuntamento in Galilea è una questione di fedeltà all'annuncio della risurrezione: «Egli vi precede in Galilea» (Mc 16,7). La dimensione pasquale della fede comporta questo spostamento da Gerusalemme alla Galilea, lì dove tutto era iniziato, cioè nella periferia. In questo senso la 'fede galilaica', certamente periferica dei giovani può essere un vero dono per la «salutare decentralizzazione» [7] della Chiesa e della sua azione pastorale.

    Un tempo per inventare

    La versione marciana del racconto della tempesta sedata (Mc 6,1621) ricorda al lettore che i discepoli, costretti da Gesù al distacco per precederlo «sull'altra riva», devono affrontare un'improvvisa tempesta. Gesù va loro incontro perché li vede «affaticati nel remare». La drammaticità del contesto è segnata, oltre dalle proibitive condizioni spazio-temporali (il mare, la notte, il vento contrario), dall'assenza del Maestro, che non è con loro, ma è «sul monte a pregare». L'immagine è potente e descrive bene quella che appare non di rado come un'esperienza comune al presbitero: quella della fatica e della frustrazione nel suo agire pastorale. A volte si aggiunge anche lo sconcerto per l'apparente assenza del suo Signore. Di fronte a uno scenario complesso ed esigente come quello che offre il mondo giovanile, a volte nel prete vi è la tentazione di 'tirare i remi in barca', di rinunciare alla sfida. Troppe energie richiede questo continuo adattamento dell'esperienza cristiana nei giovani. Troppo faticoso appare quel movimento di 'uscita' continuamente ripetuto negli ambienti ecclesiali, ma ancora poco incisivo nella realtà. Eppure, non sembrano esserci molte altre strade per rispondere all'appello di papa Francesco per una «trasformazione missionaria» della Chiesa. La fatica del remare insieme nel mare agitato dalle onde rimane vana fino a quando i discepoli rimangono paralizzati dalla paura e non riconoscono Gesù come il Maestro. La sua modalità decisamente inedita di farsi presente camminando sulle acque provoca nei discepoli smarrimento, addirittura spavento. Non lo riconoscono, così come i discepoli di Emmaus non riconoscono Gesù mentre camminava con loro e ascoltava il loro sfogo, raccogliendo pazientemente l'amarezza della delusione. Nel contesto della tempesta, il suo invito a non temere («Coraggio, sono io, non abbiate paura!») è un appello alla fede fragile, ma sincera, dei discepoli. Un appello a cambiare prospettiva.
    La pandemia segna un punto di svolta nella società. Possiamo dire lo stesso anche per la Chiesa? La presenza inedita di Gesù mostra la necessità per i discepoli smarriti di andare oltre lo scacco della fatica, trovando ispirazione nel suo modo creativo di farsi presente. Un agire ecclesiale che tenga conto del vissuto dei giovani non può che ispirarsi ad una nuova invenzione:

    La cosa che io penso spesso in questo periodo è che la vita è un po' un reinventarsi e rimettersi in discussione. [.. .] Il senso, in questo momento, è imparare a reinventarsi e a cogliere il senso delle cose. [.. .] Bisogna un po' reinventarsi e capire quali sono le cose che veramente contano (G9).

    Imparare a reinventarsi appare una vera e propria urgenza pastorale per la Chiesa di oggi, chiamata alla trasformazione missionaria e a un modo di crescere per «attrazione» [8]. In fondo, l'alternativa sembra essere tra due atteggiamenti, rappresentati da due celebri naviganti:
    Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all'albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos'altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene (Christus vivit, 223).

    Si potrebbe dire che le testimonianze dei giovani consegnano alla Chiesa l'appello a cercare nuove 'melodie': non per incantare le sirene, ma per rendere nuovamente credibili e soprattutto attraenti le forme pratiche nelle quali si declina concretamente l'esperienza della fede. Il rapporto tra la Chiesa e i giovani non è al capolinea, ma si gioca in mare aperto, senza schemi, né paternalismi, alla ricerca di un incontro reso possibile solo dalla comune capacità di stupirsi ancora una volta nient'altro che per il Vangelo.

    NOTE

    1 P. Bignardi - S. Didonè, Niente sarà più come prima. Giovani; pandemia e senso della vita, Vita e Pensiero, Milano 2021.
    2 E. Castellucci, in P. Bignardi - S. Didonè, Niente sarà più come prima, cit., p. 69.
    3 Francesco, Fratelli tutti, n. 34.
    4 Cfr. J.S. Foer, Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi, Guanda, Milano 2020.
    C.P. Costa, Una generazione sospesa tra accidia e resilienza, in P. Bignardi - S. Didonè, Niente sarà più come prima, cit., p. 73.
    6 G. Campagnoli, Tra scuola vuota e didattica on line, in P. Bignardi - S. Didonè, Niente sarà più come prima, cit., p. 66.
    7 Evangelii gaudium n. 16.
    8 Evangelii gaudium n. 14.

    (La Rivista del Clero Italiano - 4/Aprile 2021, pp. 319-328)