Non ci sono più

    gli adulti

    di una volta...

    Armando Matteo

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    ... È giunto il momento di chiedersi che cosa fanno i giovani in una società che ha deciso di non aver bisogno di loro...

    Tattiche di nuova umanità

    Si muovono allora i giovani per istinto vitale, attraverso collegamenti non previsti dalla supervisione asfissiante degli adulti, insinuandosi fortuitamente nelle coordinate da loro già fissate, fornendo nuovo valore a quanto ricevuto circa il mistero dell'essere umano. È un lavoro di contrabbando, più di frontiera che di confronto diretto di forze. Contro il desiderio dei genitori di tenerli per sempre bambini, al fine di non dover registrare la loro avanzata nel tempo, i giovani provano a onorare la verità inscritta nel nome che portano: forza e novità in cerca di autore.
    La prima risorsa che viene da loro messa in campo in questa direzione è il valore dell'amicizia, un valore che supera di gran lunga anche il desiderio di carriera e dei soldi. Emerge così un dinamismo di comunicazione tra pari che non si assoggetta alla legge unica del mercato, dove si scambiano cose, ma piuttosto ci si pone nell'atteggiamento di uno scambio di ciò che si è, di ciò che si prova, di ciò che più bolle nel cuore - prima e più di ciò che si possiede. Soprattutto internet offre molteplici possibilità al riguardo: da Facebook alla costruzione e gestione di un blog, dalle chat a twitter. In particolare è molto diffusa la pratica della condivisione di informazioni utili, senza alcuno scopo economico.
    L'essere nativi digitali è anche occasione di "essere rete". Dopo decenni vissuti al suono del "non devi guardare nessuno in faccia" quale sicuro mantra per ottenere la via dell'affermazione personale, il maggior simbolo dei giovani odierni è "il libro delle facce". Facce amiche, appunto. Non ci sembra perciò lontano dal vero né frutto di un eccesso di immaginazione riscontrare a questo livello un'inedita voglia di comunità, di nuovo impegno per il rinvigorimento dei legami sociali, in verità sempre più sfiancati dagli egoismi e dagli individualismi che caratterizzano il mondo adulto.
    È ovvio che internet possa diventare luogo di autocelebrazione narcisistica, con tutti i limiti del caso. Eventualità che è poi fomentata dal sostanziale destino di marginalizzazione che la società nel suo insieme riserva ai giovani. Ma non c'è solo questo. Proprio sulle bacheche di Facebook, infatti, si può vedere all'opera un altro singolare elemento: ciò che potremmo chiamare una vera e propria coltivazione della bellezza. Numerose bacheche pullulano di citazioni, di aforismi, di dipinti, di video musicali e di brevi clip di film: spesso si tratta di autori (da De André a Dostoevskij, passando per Hesse e Tolkien) fuori dai canoni di studio, di cui i giovani si appropriano come di frode. È all'opera un istinto per il passaggio della bellezza nel tempo, presente e passato: c'è qui il recupero del senso della tradizione, della memoria, contro la tentazione adulta di essere sempre giovani, sempre nuovi, sempre i migliori. Non c'è qui quella forzatura per trovare sempre qualcosa di nuovo, che ha assediato il cuore della società a partire dal Sessantotto.
    Particolarmente significativo è un altro elemento che caratterizza la vita dei giovani di oggi: l'amore per la musica. Piena dimensione di libertà, la musica è il primo contatto che un essere umano ha con il mondo, dalla voce rassicurante dei genitori alla presenza di altri rumori, che dischiudono nuovi paesaggi. La musica per i giovani rappresenta una grande risorsa: sia quando essa è fatta sia quando viene usufruita da loro. Se è pur vero che per un certo numero di loro è soprattutto un modo passivo per staccare la spina da una società per la quale non esisti, almeno non in quanto giovane, per molti altri è spazio attivo di creatività, di liberazione, contro le ossessioni performanti di adulti che sanno valutare il loro operato solo in termini di rendita e di crescita di capitale. Assomiglia al lavoro degli spiritual degli afroamericani. È protesta potente contro le passioni tristi del nostro tempo. È a volte quasi una sorta di preghiera anonima, un'invocazione, oltre le parole, ad un Dio lontano, che, se ha senso la sua esistenza, non può che essere un Dio della festa. Della musica. Del resto, secondo la tradizione cattolica, gli angeli in cielo fanno compagnia a Dio cantando.
    La musica è dunque per molti giovani come un primo passo per recuperare il lavoro della festa, dimenticato dalla società odierna. La festa, in verità, ci lavora dentro, ci plasma, ci forgia, ci prepara a un confronto con il mondo, autentico, signorile, non bisognoso di mistificazioni o di illusioni. La festa è tutt'altra cosa rispetto alla realtà del divertimento, inventato dagli adulti. Quest'ultimo resta alla fine sempre individuale, la festa è di indole comunitaria. Il divertimento è dispersione di energie, la festa è liberazione di energie. Il divertimento spreca, la festa costruisce. Costruisce il noi. Non casualmente, preso alla lettera, divertimento significa solo prendere un'altra direzione, mentre festa significa accogliersi.
    Notevole è anche la maggiore sensibilità dei giovani per la natura. Una cifra decisiva al riguardo è l'amore per la fotografia. Dopo anni di cementificazione selvaggia, di sfruttamento privo di qualsiasi razionalità ambientale, che hanno al cuore un concetto di natura quale pura risorsa da sfruttare, avanza invece nel mondo giovanile un'inedita mente ecologica. Forse proprio la giusta distanza che l'arte della fotografia richiede e insegna è metafora di un più generale e complessivo atteggiamento di stupore che i giovani suggeriscono al popolo degli adulti: stupore per un pianeta, il nostro, che è l'unico tra quelli sinora conosciuti a generare e conservare forme superiori di vita - una condizione di quasi mistero, di cui la scienza va in cerca delle spiegazioni e delle cause, ma la cui custodia chiama pure in campo la volontà e l'intelligenza umane. Non pensano, insomma, alla Cetto La Qualunque, lo straordinario personaggio di Antonio Albanese.
    Viene qui pure in mente un'altra cosa: l'invenzione di strumenti di comunicazione che prevedono il risparmio di risorse. Quanta carta - cioè alberi - si sta risparmiando con l'uso delle e-mail, degli sms e dei tweet? E come non aumenterà, tale risparmio, con l'uso degli e-book (in particolare per i testi tecnici e scolastici, sempre bisognosi di aggiornamento) e ancora con la digitalizzazione sempre più massiccia dell'informazione? È una scelta di sobrietà profetica. Tempi di povertà bussano alla casa dei ricchi occidentali.
    Un altro aspetto rilevante, in questo contesto, è parimenti il fatto che «dopo il tempo delle grandi ideologie e quello delle convenzioni di facciata, si possa cercare di abitare la provvisorietà e la transitorietà senza troppe nostalgie per la stabilità e lasciando in soffitta, almeno per un po', i miti e le retoriche del progresso». È, insomma, l'emergere di quello stile "Ikea" che dall'arredamento si fa spazio anche nella gestione del presente e del futuro. In un mondo adulto dove si tenta ancora di securizzare ogni cosa, con pensioni e servizi statali oltre ogni ragionevole giustizia, addossando un debito pubblico immane alle generazioni successive, questo stile giovanile meno ossessionato dal tema della sicurezza ad ogni costo appare al limite di un gesto osceno, trasgressivo. Non che la cosa sia in sé un bene - la precarizzazione del lavoro e della sistemazione logistica - ma il viverlo con minore angoscia, sì, lo è.
    Francesco Stoppa avverte poi che tale caratteristica vale anche per il linguaggio più specifico dei giovani: la loro lingua scritta, in particolare, quella che fa bella mostra di sé sul display del cellulare o nelle e-mail, è una lingua di sintesi, di risparmio, di rapidità ("xchè", "tvb", le faccine): si tratta di «un esempio di come la rivitalizzazione della lingua, la sua ritraumatizzazione, passi ora per un'operazione di sottrazione di ridondanza e di depotenziamento degli strumenti simbolici. È probabile che si tratti di una mossa riconducibile alla più generale esigenza di uscire dalla logica dell'abbondanza e dell'accumulo che ha rappresentato per almeno due generazioni il parametro del benessere e della sicurezza personale, familiare e collettiva. C'è, alla base, una necessità di sintesi, di abbreviazione, di riduzione al minimo che rivela un bisogno di ritrovare l'essenzialità delle cose e nelle cose, nel modo cioè di parlare, agire e rapportarsi con la realtà».
    Ci pare altrettanto istruttivo quanto lo stesso autore afferma a riguardo di quel senso di apatia, di indifferenza, di solitudine, che segna la distanza delle nuove generazioni rispetto al mondo della politica, dell'economia, della cultura alta, dei grandi dibattiti etici. A suo avviso, in tale atteggiamento è ravvisabile una vera e propria presa di distanza dal mondo eccessivamente organizzato degli adulti'": un mondo dominato da e condannato all'impossibile desiderio di verificare ogni cosa, di non lasciare più spazio alla libertà, all'improvvisazione, alla creatività, alla fantasia. In Chiesa ci sono pure già predisposte le preghiere dei fedeli! La generazione adulta è perciò, proprio dalla resistenza giovanile al suo modello di vita, sollecitata a fare i conti con una certa nevrotica eterogenesi dei fini della sua grande rivoluzione culturale: sostenitrice vivace del "vietato vietare" e dell'immaginazione al potere, si ritrova oggi sempre più succube di rituali, di gerarchie, di organigrammi e alla fine dei conti vittima della propria volontà di controllo, senza dimenticare la collettiva schiavitù imposta dal consumismo dilagante ed omologante. Si pensi ancora al rapporto aporetico che esiste attualmente tra libertà e sicurezza (una libertà assicurata dalle telecamere!) o al rapporto tra diritto del singolo e legge: si chiede che la legge garantisca la possibilità di sottrarsi ad un'altra legge. Oppure si badi alla questione elettorale: dibattiti, programmi e poi tutto, a livello di nomi da votare, è deciso a tavolino. Da questo spettacolo i giovani prendono semplicemente le distanze.
    Per effetto contrario, illuminante risulta invece l'attenzione prestata dai giovani ad alcuni personaggi, del passato e del presente, impegnati a tentare una trasformazione delle leggi inesorabili della società: don Diana, don Puglisi, ora beato, don Tonino Bello, Madre Teresa, i monaci tibetani, Obama, Saviano, i giudici Borsellino e Falcone, i medici di Emergency, Milena Gabanelli... E più di recente papa Francesco, che sogna una Chiesa povera e per i poveri. Un amore per papa Francesco che si inserisce nel già conosciuto affetto dei giovani per i frati francescani e la loro proposta eretica di conciliare povertà e felicità; si pensi ancora alla loro vicinanza ad alcune esperienze spirituali particolarmente forti: Bose, Taizé, Camaldoli, Romena, e molti nuovi movimenti e nuove comunità.
    Riteniamo legato a tutto ciò anche lo splendido e straordinario senso per la giustizia che anima l'universo giovanile. Basti pensare alla convinta e corale partecipazione alle iniziative nazionali e locali di Libera, al coinvolgimento di cui è capace il Sermig di Ernesto Olivero, ai tanti movimenti di resistenza alla mafia e alla 'ndrangheta, sorti nel sud del Paese con le parole "E adesso uccideteci tutti!". Senza dimenticare le recenti proteste contro le grandi lobby bancarie e finanziarie che non accettano un qualche controllo sociale nei confronti delle logiche selvagge di mercato. Anche qui la differenza rispetto alla generazione adulta si dice da sé.
    In riferimento al tema del dialogo intergenerazionale, risulta pure particolarmente interessante, sebbene si tratti di un approccio più indiretto, un veloce e rapsodico sondaggio dell'immaginario diffuso dei giovani, che trova alimento nella fruizione del cinema e della letteratura contemporanei.
    Nonostante le molteplici incredibili avventure, Bianca, la bella pallida protagonista di Twilight, vive praticamente senza genitori né mai li chiama in suo aiuto. I genitori di Harry Potter sono morti da tempo, mentre gli altri adulti presenti cercano solo di ingannare la morte: alla fine solo il coraggio a rischio della propria vita del piccolo mago impedisce a Voldermort di realizzare il suo malvagio proposito. Gli adulti umani di Avatar pensano unicamente allo sfruttamento cosmico, senza più provare sentimenti né di rispetto né di pietà alcuna. Cosa dire ancora dell'inatteso e sorprendente successo della trasposizione cinematografica del Signore degli Anelli, dove soltanto Frodo Baggins della Contea, in compagnia di fidati amici, ha il coraggio di resistere al potere dell'anello, giungendo a distruggerlo nel cuore del Monte Fato, mentre gli adulti si fanno letteralmente a pezzi pur di averne il possesso?
    Un simile non lusinghiero giudizio sugli adulti si può riscontrare anche nel campo letterario, specialmente nelle opere di alcuni giovani brillanti esordienti: gli adulti di Silvia Avallone, in Acciaio, sono mezze figure, tutte soldi, passioni ormai spente, sogni senza energia, e segni di un'umanità in libera caduta depressiva; la madre di Camelia, la protagonista del romanzo Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado, passa le sue giornate a fotografare ossessivamente buchi di ogni tipo, mentre si lascia vomitare la vita addosso. Non fa bella figura di sé neppure la componente adulta di romanzi come Io e te di Niccolò Ammaniti, Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D'Avenia e Le giostre sono per gli scemi di Barbara Di Gregorio. Spesso si tratta di uno sfondo sfuocato, quasi anonimo. Cosa dire ancora del padre di Margherita in Cose che nessuna sa di D'Avenia, che lascia moglie e figlia dietro ad una donna molto più giovane di lui? E chi è il "padre" in Il senso dell'elefante di Marco Missiroli?
    Ciò che sembra emergere da queste produzioni è una sorta di "seggio vacante", per riprendere il titolo di un bel romanzo di J.K. Rowling: sì il seggio degli adulti risulta semplicemente vuoto ed è proprio a partire da qui che prendono vita e forma le libere evoluzioni dei tanti giovani protagonisti. Ed è un vuoto che produce pure ferite, lesioni, traumi - si pensi alla vicenda di Alice e di Mattia ne La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.
    Vale ancora la pena ricordare quanto Massimo Recalcati ha evidenziato circa alcune recenti manifestazioni studentesche, caratterizzate dalla presenza di «"libri-scudo". Sono dei grandi libri ad altezza d'uomo, fatti di gommapiuma, di cartone, con un'anima di legno e dipinti di vari colori. Al centro riportano il titolo del libro e il suo autore. Che scudi fantastici, ho pensato! Il motivo militare della difesa dall'aggressore viene surclassato da quello dell'invocazione della Cultura - la Legge della parola - come barriera nei confronti della ingiusta violenza della crisi. Mi sarebbe interessato avere più notizie sui libri scelti. Probabilmente sarebbe una galleria ricca di sorprese. Ma sapere la presenza di alcuni titoli (tra i quali l'Odissea, l'Eneide e la Costituzione) mi ha già confortato nella mia convinzione. Cosa sono questi libri-scudo se non un'invocazione del padre?».
    Lungo sentieri imprevisti, l'opera di restituzione dei giovani pare trovare un punto di raccordo, una traiettoria di senso, uno sbocco, una meta nell'invocazione di ciò che manca al dialogo vitale tra le generazioni: l'adulto. L'adulto che manca. In una prospettiva più ampia, questo possibile approdo del cammino dei giovani odierni è davvero molto rilevante. L'indicazione dell'adulto che manca è, infatti, un contatto bruciante con la storia che i giovani stanno vivendo, con questa storia qui: e forse è già il primo passo fuori dal mito di quell'eterno presente di una giovinezza impossibile che ha portato gli adulti fuori della storia e ha portato ad avere una storia senza adulti. Questa indicazione precisa, quasi sempre senza possibilità d'appello, è segno dolente di un qualcosa che manca alle loro vite, di un loro sentirsi segnati da un limite: e ciò è già il primo passo fuori da quel mito di padroni assoluti del mondo che ha piagato e piegato gli adulti odierni all'illusione di una vita senza malattia, senza vecchiaia e senza morte. Questa indicazione è prassi di nuova umanità.

    (da: L'adulto che ci manca, Cittadella 2014, pp. 69-78)