I giovani Italiani
e il dramma del lavoro
Francesco Occhetta
Il ritratto che i giovani italiani hanno fatto di se stessi, in un recente studio curato dall’Istituto Toniolo (ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), smentisce molte delle narrazioni degli adulti che li ritraggono come apatici, schizzinosi, svogliati e poco impegnati [1].
I giovani diventati maggiorenni dopo il 2000, definiti i millenials, non solamente sono consapevoli della crisi economica e sociale che preclude loro di cullare sogni e desideri, ma in mezzo al «deserto delle opportunità» sono in grado di sperimentare nuove vie, sorprendendo genitori ed educatori. Imparano lingue, diventano presto artigiani digitali, sono autodidatti; attraverso i social network si confrontano con i loro coetanei di diverse parti del mondo e si raccontano non più attraverso scritti o libri, ma con foto e brevi messaggi, in una sorta di connessione continua. È il loro modo di vivere il tempo: i giovani investono progetti e risorse nell’«eterno presente» senza angosciarsi del futuro. Ne è prova la loro reattività positiva e la voglia di spiccare il volo. Sono tutt’altro che passivi e defilati.
Eppure il volume di Michele Serra, tra i più venduti in questo ultimo periodo, parla di loro come degli «sdraiati». Due mondi, quello dei giovani e degli adulti, che sembrano aver perso l’alfabeto della comunicazione. I primi sono ormai abituati a navigare nel difficile mare della Rete con i loro linguaggi e convenzioni, anche se a volte, in questo viaggio, smarriscono la bussola che li orienta.
I secondi, gli adulti, abituati a camminare nel sentiero della propria tradizione e cultura di appartenenza, si sentono spesso inadeguati in questo nuovo mondo creato dalla globalizzazione, dall’innovazione tecnologica e dalle trasformazioni demografiche della società.
Ecco come Serra esprime il disorientamento del suo essere padre: «È anni dopo, è quando tuo figlio (l’angelo inetto che ti faceva sentire dio perché lo nutrivi e lo proteggevi: e ti piaceva crederti potente e buono) si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità... troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere. […] Con il forte sospetto - quasi una certezza - che le generazioni precedenti, quanto all’arte di non farsi sopraffare dai figli, fossero molto più attrezzate della nostra» [2].
La sua descrizione del figlio è senza appello: «Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. […] Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile dunque che tu stessi anche ascoltando musica» [3].
Sono davvero così i giovani italiani? È vero che non esistono più i giovani di una volta? Insomma - per quanto ci sia permesso di generalizzare un fenomeno culturale complesso -, i giovani sono resilienti e tenaci, o sdraiati e mollaccioni?
Famiglia, lavoro e istituzioni
Partiamo da un dato. Alla domanda: «Quale dimensione umana può realizzare la tua vita?», i giovani rispondono mettendo al primo posto la famiglia. Questo dato vale sia per la famiglia di origine, sia per quella che desiderano formare. Anzi, la sognano numerosa, con almeno due figli. Soltanto una minoranza di loro (il 5,5% delle ragazze e il 9,3% dei ragazzi) confessa di non volerne sentire parlare.
Per il 76,5% dei 9.000 giovani intervistati, la famiglia è concepita come la cellula della società che ha ancora un senso, sia affettivo sia sociale, nonostante essi abbiano sperimentato in prima persona la crisi del fallimento o della ricomposizione delle loro famiglie di origine. Per l’84% di loro, la propria esperienza familiare è stata di aiuto nel coltivare le proprie passioni e nell’affermarsi nella vita.
L’87,8% trova nella famiglia di origine un sostegno nel perseguire i propri obiettivi. Il tempo di permanenza nella famiglia si allunga.
È un dato che sembra paradossale, se si pensa che, come scrivono i curatori, «entro una società e una cultura che enfatizza l’autonomia, è divenuto più difficile staccarsi dai legami primari» [4].
Mentre gli scontri generazionali nelle famiglie si sono attenuati, la fase definita tecnicamente di «giovane adultità» - che negli anni Settanta si aggirava intorno ai 23-25 anni, in concomitanza con il matrimonio - oggi supera abbondantemente i 30 anni. Le relazioni tra genitori e figli in Italia continuano a essere forti: «Di fronte a un futuro incerto rappresentano una fondamentale certezza», con il rischio che «l’ampia disponibilità all’aiuto diventi iperprotezione […] con risultati ambivalenti sul giovane e sulla sua responsabilizzazione nelle scelte di vita» [5].
Si è costretti a fare di necessità virtù. Mentre nei Paesi avanzati i giovani che escono di casa sono protetti da sistemi di welfare che sostengono il reddito e incentivano le iniziative private, in Italia il 70% dei giovani è costretto a ribussare alla porta della propria famiglia, dopo un’esperienza di studio o di lavoro non pagato a sufficienza o non rinnovato. È questo il dato che più di ogni altro esprime la drammaticità della mancanza di opportunità sociale e lavorativa di cui soffrono i giovani italiani [6].
Nel febbraio 2014 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni era pari al 42,3% [7]. Gli inattivi sono nel complesso 4.424.000, quasi 100.000 giovani in più rispetto all’anno precedente. Anche la modalità della ricerca del lavoro è cambiata: il vecchio curriculum spedito per lettera è sostituito dalla domanda a siti specializzati nella ricerca del lavoro, o ci si affida alle conoscenze familiari (40%).
Un aspetto forse poco conosciuto dai giovani è invece la valutazione delle aziende che assumono attraverso i dati che vengono lasciati nei social network, soprattutto su Facebook, dove si descrivono gli interessi, i pericoli, gli affetti, i valori in cui si crede ecc.
La mancanza di futuro ha condizionato il giudizio dei giovani verso le istituzioni, bocciate senza appello. I partiti politici sono stati promossi solamente dal 9% dei giovani; il Governo gode del 17% dei favori. L’Unione Europea è promossa dal 41,8% dei giovani italiani, seguita dal Presidente della Repubblica (37,9%). I giovani ripongono la loro fiducia nella scuola (promossa dal 56,8%), nelle forze dell’ordine (56,2%) e nella Chiesa, che ha ricevuto la sufficienza dal 53,2% di loro, nonostante la ricerca sia stata fatta poco prima dell’elezione di Papa Francesco, durante un clima mediatico ostile.
Approfondendo i dati della Ricerca, emerge che nei confronti delle istituzioni «i giovani tendono a dare fiducia ad esse solo quando vi trovano all’interno una coerenza esemplare e quando, soprattutto, riescono a costruire con le persone che le rappresentano un rapporto positivo». È la fiducia che permette loro di vivere «con apertura e progettualità il rapporto con altri, con il futuro, con le domande fondamentali del vivere» [8].
Le iniziazioni sociali
Soprattutto nella vita di un giovane ci sono momenti che sestudi; gnano un prima e un dopo, come per esempio la fine degli studi, l’ingresso nel mondo del lavoro attraverso un impiego o un’attività propria, il primo prestito, l’uscita di casa, la formazione di un’unione stabile di coppia, fino al diventare genitori. Le esperienze che mancano, aggiungiamo noi, sono l’anno di servizio militare o di servizio civile che, per quasi mezzo secolo, hanno costituito il rito di iniziazione in cui i giovani di sesso maschile sperimentavano i valori della convivenza e dell’obbedienza, della solidarietà e del servizio al bene comune.
Le condizioni sociali rendono difficile scegliere ciò che è «per sempre»: «Gli individui sono costantemente forzati non solo a organizzare il proprio futuro, ma anche a riorganizzare e riadattare i loro percorsi biografici - rimettendo continuamente in discussione le proprie scelte - in risposta alle esperienze vissute e alle mutate condizioni del contesto» [9]. Prima di scegliere e di fare «scelte irreversibili», si è quasi costretti a sperimentare il precariato affettivo, lavorativo e abitativo.
L’Italia ha la percentuale di giovani tra le più basse d’Europa: solamente il 10% (15-24 anni), contro il 12% della media dell’Ue.
L’incidenza dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano) si aggira intorno al 20%; solo la situazione in Bulgaria è peggiore di quella italiana.
Un dato in controtendenza è quello sul volontariato: circa due terzi dei giovani italiani non hanno mai fatto volontariato, mentre aumenta l’impegno dei coetanei europei. Solamente il 6% svolge un servizio di volontariato continuativo, un altro 7% lo svolge saltuariamente, ma la maggior parte dei ragazzi è orientata a forme di «solidarietà meno vincolata sia nelle forme organizzate che nel tempo; [i giovani] preferiscono organizzazioni meno strutturate calate in contesti territoriali» [10].
La congiura sociale contro i giovani? E se i giovani fossero vittima di una congiura sociale nella quale sono gli adulti i responsabili delle loro condizioni? A porsi questa domanda è Stefano Laffi, che in un suo recente volume sfata un ritornello sociale: «I giovani sono in crisi e le nuove generazioni sono senz’anima». Egli sostiene il contrario: sono gli adulti i veri responsabili delle condizioni in cui versano i giovani: «Dalla culla alla scuola, dall’università all’interminabile precariato lavorativo, il mondo degli adulti progetta e produce le nuove generazioni per soddisfare i propri bisogni e le proprie aspirazioni» [11].
E continua: «Prima bambini capaci di saziare il narcisismo dei padri, poi adolescenti consumatori di esperienze e prodotti suggeriti da un marketing onnipresente, infine stagisti da reclutare e dimettere a seconda dei volubili trend del mercato». La sua tesi impone una riflessione: «L’eterno limbo in cui oggi sopravvivono molti giovani garantisce lo status degli adulti, la loro economia schiavistica, la loro psicologia egocentrica, in una parola il loro potere: la condizione giovanile è il risultato di una vera e propria congiura».
Se, da una parte, si tratta di una posizione estrema che non include le buone pratiche educative già esistenti in molte famiglie, scuole, oratori ecc., dall’altra Laffi pone una domanda seria alla cultura sul rischio di normalizzazione e omologazione della generazione che tra qualche anno sarà chiamata a guidare il Paese. L’esame di coscienza dell’adulto - chiamato a rispondere alla domanda: «Ma quali figli cresciamo?» - riparte da qui: gli egoismi, l’attaccamento ai ragazzi come se fossero oggetti, le apprensioni, le incertezze personali. È la provocazione che scandisce la confessione di Michele Serra al figlio: «Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi» [12].
Insomma, soprattutto la letteratura chiede di «rieducare gli adulti», per non incolpare i giovani «rappresentandoli in modi fasulli a beneficio dei marchi o del controllo sociale, mentre essi patiscono uno sfruttamento quotidiano negli stage, nei lavori mai e mal pagati, negli affitti inaccessibili, nelle promesse ridicole, in uno stato di crisi economica non di oggi ma da sempre» [13].
Il cambiamento richiede che gli adulti convertano la loro sterilità e ascoltino i giovani, per misurare la sincerità delle loro intenzioni e aiutarli a riscattarsi e a mettersi in un cammino di ricerca insieme a loro. Proprio come scrive Serra: «Camminare è un’esperienza.
Un’esperienza di salvezza. Mi devi credere». «Sentirmi chiamare papà e da lontano, e in quella esposta porzione di mondo, in quella incerta dimensione del tempo dove la mia infanzia ancora galleggiava, quasi mi atterrì. Come un’accusa. Un richiamo all’ordine.
Io - non altri - sono quelle due sillabe».
Oltre ai genitori e agli educatori, chiamati a riconvertire i linguaggi e il modo di comprendere i giovani, rimane la responsabilità della politica chiamata a pensare al bene delle generazioni future.
Una questione politica urgente: il lavoro ai giovani
Le risposte politiche adeguate si possono dare solamente ascoltando con attenzione le vere domande non «sui», ma «dei» giovani.
Un Paese che vuole promuovere le competenze e le capacità delle nuove generazioni deve creare le condizioni di accesso al mondo del lavoro. Certo, non è da tutti aprirsi delle rotte e arrivare alla meta. Senza garanzie sociali, si ripresenterebbe quel liberalismo che favorisce i più forti e i più ricchi. Per invertire la spirale negativa nella quale sono coinvolti, i giovani propongono di essere considerati una risorsa per il Paese: il 32% chiede politiche di crescita, di occupazione anche a favore dell’imprenditorialità giovanile, e di sostegno del reddito. I giovani italiani esigono di avere le stesse condizioni dei loro coetanei europei [14].
L’inoccupazione giovanile in Italia dipende dal mercato del lavoro, sul quale incidono il sistema della contrattazione collettiva (nazionale e decentrata), il rapporto tra pubblico e privato e la concorrenza internazionale. Per affrontare un tema così complesso, occorre partire da due domande: per quale motivo sono i giovani a dover pagare il prezzo più alto per trovare un’occupazione? Che cosa può fare il legislatore per modernizzare il diritto del lavoro in favore dei giovani? Sull’occupazione giovanile è in atto un’eccessiva giuridificazione in sede europea, che non risolve le cause e non crea alternative, anzi, in alcuni casi porta a un collegamento poco trasparente tra legislazione e politica. In particolare, in Italia l’inoccupazione giovanile sta aumentando perché il mercato segue leggi proprie, non scritte, che a volte sono contrarie alla legislazione vigente. Basti un dato: i lavoratori in nero superano i 3 milioni (circa il 6% del Pil) [15].
In questa prospettiva, fallendo nei suoi intenti, la riforma Fornero ha dimostrato che il mercato del lavoro non si regola con rigidità: serve equilibrio nel regolamentarlo. Il caso tedesco, in cui i giovani inoccupati sono solamente il 7%, insegna molto da questo punto di vista. Ci limitiamo a fare un esempio di quello che la riforma Fornero ha prodotto: irrigidendo l’accesso al lavoro a progetto o in partita iva, molti giovani si sono ritrovati dall’oggi al domani in situazioni irregolari/non dichiarate di lavoro o in lavori flessibili e non sicuri svolti come tirocini e stages.
Il medesimo discorso vale per le stabilizzazioni nel contratto di apprendistato che la riforma Fornero ha introdotto: le soglie di stabilizzazione occupazionale erano così alte da scoraggiare le aziende a far ricorso a questo utile strumento contrattuale di accesso al lavoro per i giovani. Sulla stessa scia si ponevano gli allungamenti dei periodi definiti tecnicamente stop and go del lavoro a termine (proroghe, rinnovi ecc.).
Il problema della inoccupazione giovanile non è (più) solo un problema nazionale. Soprattutto i giovani che hanno dichiarato di essere pronti a un cambio di mentalità necessitano di un accompagnamento verso questa scelta: si può migrare più facilmente nelle zone europee che cercano manodopera con un sistema armonizzato a livello europeo di incrocio di domanda e di offerta, anche supportato da scuole e università, con borse lavoro ad hoc e promuovendo l’Erasmus professionale. Certo, ai giovani italiani si richiede la conoscenza delle lingue, una laurea che abbia mercato, oppure il fatto di avere la competenza specifica di un mestiere, di essere adatti per lavori tecnico-scientifici o di programmazione informatica e soprattutto di essere resilienti al sacrificio.
La domanda di lavoro europea riconfigurerà anche la demografia e aiuterà a rilanciare produzione e produttività. La politica, invece, deve agevolare la flessibilità, favorire lo scambio di competenze, permettere ai cittadini di muoversi con più facilità.
Valutata in una prospettiva europea e non più solamente regionale, riteniamo di grande interesse la proposta del Jobs Act, formulata dall’attuale Governo, che risponde concretamente alla domanda di occupazione giovanile. La riforma si compone di due parti: un decreto legge (n. 34/2014), che sensibilizza il lavoro a termine e riapre sulla flessibilità e facilita l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani, eliminando rigidità considerate eccessive dal mercato; e un disegno di legge delega, che è una sintesi delle proposte di questi ultimi anni e che ha il merito di aprire a un rinnovamento [16].
Le scelte di fondo che definiscono il Jobs Act - salario minimo, assegno universale di occupazione, riforma degli ammortizzatori sociali, semplificazione del codice del lavoro, rendere più conveniente per gli imprenditori assumere a tempo indeterminato che determinato - vanno approvate con urgenza, per dare futuro a milioni di giovani. A margine della riforma, ci chiediamo anche: quale sarà il destino del decreto che regola il contratto a termine e l’apprendistato? Sarà rinnovata la proposta di lavoro al mezzo milione di lavoratori (di cui la metà sono giovani) impiegati grazie a tali contratti? Attraverso la flessibilità, si propone un meccanismo di fuoriuscite delle deroghe controllate e protette al lavoro subordinato a tempo indeterminato. Il mercato non ha bisogno di regole in più o di nuove forme contrattuali, ma di uno statuto che includa i diritti inderogabili del lavoratore, soprattutto giovane, come la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, le forme di conciliazione, la formazione permanente.
Recentemente a chi gli chiedeva: «In Italia serve davvero più flessibilità in entrata (come prevede il decreto del Governo) e in uscita (con la fine dell’art.18)?», Romano Prodi ha risposto: «Quando parli a tu per tu, gli imprenditori te lo dicono: il problema per loro non è l’art. 18, ma semmai una contrattazione più legata alle aziende e ai territori, e una maggiore disponibilità su orari, turni, mansioni, gestione dei magazzini. Queste sono le vere riforme» [17].
Per rilanciare la crescita e rilanciare i consumi, bisogna sostenere il lavoro. Non vale il contrario. È ciò che un recente studio di Michele Faioli propone come visione olistica: il «lavoro dignitoso» è possibile solo mediante schemi di sicurezza sociale e tramite una riforma dell’assetto delle relazioni sindacali [18].
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Soprattutto per i giovani è urgente ridefinire, a livello sociale, una lista di diritti connessi alla posizione professionale del lavoratore (diritti all’informazione, individuale e collettiva, la formazione professionale lungo l’arco della vita, la conciliazione tra tempi di vita-tempi di lavoro, la sicurezza sul lavoro, modelli partecipativi all’impresa), che avvia una visione dinamica di sicurezza sociale e di flexicurity. Una riforma che garantisca l’accesso e la dignità sul lavoro deve anche basarsi su un patto culturale tra parti sociali e Governo che, oltre a modernizzare il diritto del lavoro, ritorni a dare fiducia alle giovani generazioni.
Per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro sono falliti i ripetuti interventi di modifica dei contratti, come per esempio quello di apprendistato, a termine, l’evoluzione, il part-time, il mutamento delle discipline del lavoro a progetto e del lavoro autonomo in regime di partita Iva. È la promozione delle capacità individuali, collegata alla posizione professionale del giovane, ciò su cui si deve investire.
Dal modo in cui il legislatore gestirà la partita della riforma del lavoro emergerà se, oltre al Pil, saranno considerati come beni economici e sociali anche la qualità della vita, l’umanizzazione del lavoro, la formazione permanente, la partecipazione, e soprattutto il futuro dei giovani.
NOTE
1. Cfr Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2013, Bologna, il Mulino, 2013.
2. M. Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2013, 21.
3. Ivi, 50.
4. Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia…, cit., 25.
5. Ivi, 13.
6. I giovani italiani si dichiarano soddisfatti del proprio lavoro in virtù della loro resilienza, che è la capacità di resistere agli sforzi psicologici e motivazionali.
La realtà li sta provando molto: il 47% dei giovani è deluso della retribuzione che percepisce, mentre il 46,5% si adatta a svolgere un lavoro non attinente ai propri il 48% è pronto ad andare all’estero per migliorare le proprie opportunità di lavoro.
7. Dati Istat del 1° aprile 2014. Il tasso di disoccupazione giovanile è la quota dei giovani disoccupati sul totale di quelli in età attiva (occupati e disoccupati).
L’Istat registra 3 milioni 307 mila persone in cerca di lavoro.
8. Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia…, cit., 19.
9. Ivi, 8.
10. Ivi, 16. Anche il modo di informarsi della generazione dei nativi digitali è cambiato: la tv è stata sostituita dal web, che permette di essere interattivi, di discutere nei social network, rilanciare su twitter notizie lette o ascoltate. Proprio i ragazzi cresciuti con la Rete sono i primi a riconoscerne i limiti e i rischi: essa non aiuta a cambiare la classe politica o a incentivare la partecipazione. In molti poi sono convinti che essa «abbia fatto emergere soprattutto forze e movimenti sostanzialmente populistici». Le tecnologie dell’informazione stanno sottraendo posti di lavoro ai giovani: il rapporto è di 20 lavoratori per un nuovo assunto. A pagare il prezzo più alto sono i giovani del ceto medio.
11. S. Laffi, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Milano, Feltrinelli, 2014.
12. M. Serra, Gli sdraiati, cit., 20.
13. S. Santambrogio, «Pensare e agire», 25 gennaio 2014, in www.ilsole24ore.com/ 14. Il tasso della disoccupazione giovanile in Italia è quattro volte superiore al tasso di disoccupazione generale.
15. Le norme che cercano di risolvere il problema hanno mancato il loro obiettivo: la legge n. 196 del 1997, il d.lgs. n. 276 del 2003, la legge n. 247 del 2007, la legge finanziaria per il 2007, i c.d. decreti anti-crisi del 2009, 2010, 2011, 2012.
Di tali norme si possono analizzare l’estensione di alcune tutele al lavoro autonomo coordinato, i processi di stabilizzazione nella pubblica amministrazione, i processi di regolarizzazione del lavoro prestato irregolarmente; non restano fuori da tale processo le recenti riforme: legge n. 247 del 2007, legge n. 133 del 2008, legge n. 183 del 2010, legge n. 92 del 2012, c.d. riforma Fornero, il d.l. n. 76 del 2013, c.d. pacchetto Giovannini, il d.l. 34 del 2014, c.d. Jobs Act.
16. Ecco le proposte a cui si ispira la riforma del lavoro del Governo Renzi: 1) la proposta Boeri-Garibaldi, che fonda la riforma su un contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato con un primo anno di prova, la cui conseguenza sarebbe il licenziamento ad nutum, un secondo e un terzo anno con tutela economica in caso di licenziamento; dal quarto anno in poi si applicherebbero le tutele esistenti. Il contratto unico è a tempo indeterminato, non essendovi alcun termine di scadenza. Il contratto unico prevede una fase di inserimento e una fase di stabilità. 2) La proposta Leonardi-Pallini, che distingue tra flessibilità in entrata e flessibilità in uscita. Il Jobs Act si ispira anche al ddl 1873 ( 2009) proposto da Ichino, che prevedeva una semplificazione del sistema normativo, un codice del lavoro con poche decine di articoli. La stabilità del reddito e del lavoro diviene lo strumento principale per superare il dualismo tra protetti e non protetti, inserendo schemi di flexicurity. 3) Della proposta di legge Treu n. 2145 (2010) si conserva la tutela del lavoro autonomo nelle sue varie forme, anche nell’organizzazione di micro-imprese; questa è collegata allo sforzo di configurare una «protezione di base comune a tutti i tipi di lavoro, […] concentrata in prevalenza sul lavoro subordinato o economicamente dipendente». Così si estendono i diritti fondamentali ai titolari di attività autonome e imprenditoriali, in una logica di riequilibrio del diritto del lavoro verso il lavoro autonomo. Cfr C. Dell’Aringa - T. Treu (eds), Le riforme che mancano, Bologna, il Mulino, 2009.
17. M. Giannini, «Intervista a Romano Prodi», in la Repubblica, 31 marzo 2014, 9. Cfr F. Occhetta, «La riforma Biagi», in Civ. Catt. 2007 IV 384-393.
18. M. Faioli, «Pre-occupazione e in-occupazione giovanile. Risposte del diritto “riflessivo” al mercato del lavoro», in Diritto delle relazioni industriali, 2012, fasc. 2, 376-393; Id., Decency at work: della tendenza del lavoro alla dignità, Roma, Nuova Cultura, 2009. Si mettono in evidenza le interazioni, a livello nazionale ed europeo, tra mercato e lavoro dei giovani, mercato e distretti industriali, transizione da scuola/università/formazione a lavoro, legge e contrattazione collettiva nella definizione delle tutele, esigenze di combinazione vita/lavoro sostenute da una bilateralità più efficiente, e impatto dello «scisma sommerso» del lavoro prestato irregolarmente dai giovani.
(La Civiltà Cattolica 2014 II 159-169 | 3932 - 19 aprile 2014)

