I nuovi adolescenti

    Intervista a Gustavo Pietropolli Charmet

    A cura di C. Castiglioni e C. Galetto 

    Domanda. Lei in questi anni ha sottolineato la discontinuità dell'esperienza adolescenziale oggi rispetto a un tempo. Sono nuovi questi adolescenti?
    Risposta. Penso che la maggior parte degli adulti oggi si renda conto che la loro adolescenza non serve più per comprendere l'attuale generazione di adolescenti: il loro modo di vivere, di pensare, di sentire, di soffrire, di amare, di stare in relazione con il proprio corpo e con il corpo dell'altro, di vivere il rapporto con il tempo, con il denaro, con il potere, con la famiglia. Ci sono differenze importanti.
    Questo fa sì che nella relazione adulti/adolescenti venga a mancare un elemento importante, ossia la possibilità di identificarsi con l'altro – nel caso specifico dell'adulto con l'adolescente – attraverso l'eco e la risonanza su determinate questioni che accomunano il destino dell'uomo. Il peso dei cambiamenti verificatisi in questi anni è stato forte e ha determinato – in modo molto rapido ed evidente a tutti quelli che hanno l'occasione di lavorare con gli adolescenti – trasformazioni che a me non sembrano solo morfologiche e formali, ma strutturali, di contenuto.
    Oggi il problema di riformulare l'area dell'incontro tra le due culture e le due generazioni – adulti e adolescenti appunto – è uno dei principali problemi del nostro Paese. E questo problema va declinato nelle diverse aree: la scuola, l'associazionismo sportivo, la famiglia, l'educazione, ecc.

    Una generazione senza colpa né paura

    Domanda. Lei ha dedicato questi anni a cercare di capire cosa succede nella relazione adulto-adolescente quando la relazione funziona, ma soprattutto quando si interrompe. Anche le crisi degli adolescenti oggi sono differenti?
    Risposta. Il problema di costruire dei dispositivi di incontro e di ascolto – se possibile molto precoce, intelligente e tempestivo –nei confronti degli adolescenti in crisi è sempre stata la faccenda sulla quale ci siamo indaffarati nel corso degli anni e che ha suscitato nel nostro gruppo di appartenenza professionale – di psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti – un interesse sempre maggiore.
    Già da molti anni abbiamo dovuto rilevare come tutto il dispositivo messo in atto da psicologi e psicanalisti per lavorare con l'adolescente in crisi andasse rivisto e radicalmente riformulato, per le caratteristiche che aveva la natura della sua domanda e per la qualità della relazione che intratteneva con i soggetti che hanno più anni di lui.
    A un certo punto ci è sembrato che la nostra esperienza di vita, tutto quello che avevamo studiato nei libri sui motivi per cui gli adolescenti soffrono, la modalità stessa di esprimere il dolore da parte degli adolescenti fossero cambiati. Era cambiato il motivo della sofferenza.
    Un appuntamento ineludibile dell'adolescenza delle generazioni precedenti era la colpa, un sentimento di colpa che si rinforzava man mano che si rinforzavano i desideri e i bisogni di espressione e di realizzazione, di sessualità, di autonomia... C'eravamo abituati a considerare che una delle spiegazioni del disagio adolescenziale fosse il conflitto interno tra una struttura etica e una natura pulsionale. E che l'adolescente fosse chiamato, nell'uscita dall'infanzia e alle soglie dell'età adulta, a risolvere questo problema. Senza sottomettersi troppo alle prescrizioni del super-io, in modo da trovare spazi di libera espressione sentimentale, sociale, affettiva, relazionale e all'interno della famiglia, liberandosi dagli atteggiamenti sessuofobici minacciosi della struttura etica che si ritrovava ad avere nella propria mente.
    La sofferenza, grosso modo, nella maggior parte dei casi derivava da questo conflitto interno al soggetto e finiva per esprimersi, o attraverso forme molto accentuate di inibizione (timidezze, depressioni adolescenziali, tic come il lavarsi ossessivo...) oppure ribellioni (atteggiamenti delinquenziali, sovversivi...) espresse nelle modalità più diverse a seconda dei contesti di appartenenza e dei livelli socio-culturali.
    Questo tipo di sofferenza legato a sentimenti di colpa oggi è sparito.

    Domanda. Non esiste più la colpa?
    Risposta. Non voglio dire che gli adolescenti non provino più sentimenti di colpa, ma che li provano in misura molto mite rispetto al passato, e mai in quantità sufficiente per provocare un grande dolore e la costruzione di veri e propri sintomi, come ad esempio la patologia depressiva da colpa.
    Oggi assistiamo alla scomparsa del sentimento di colpa come protagonista della sofferenza in adolescenza. E come protagonista anche della rivolta: per liberarsi dal conflitto interno gli adolescenti infatti si ribellavano trasformando il conflitto da interiore/intrapsichico a conflitto sociale, culturale ecc. Il motore delle rivolte e delle contestazioni giovanili era la ribellione rispetto al senso di colpa che imbrigliava la libera espressione del sé. Le nevrosi adolescenziali nella maggior parte dei casi dipendevano da questo conflitto interiore tra natura (spinta pulsionale) e cultura (super-io valoriale più o meno rigido). E ci sembrava anche naturale che fosse così.
    La mia idea è che questa generazione di adolescenti – e i suoi comportamenti talvolta esagerati, edonistici, narcisistici, gruppali o all'opposto di sottomissione compiacente, di depressione – non sia comprensibile in termini di sentimenti di colpa. Questo per noi psicologi e psicanalisti, abituati ad aiutare i ragazzi a liberarsi dai sentimenti di colpa, è stato uno spiazzamento.

    Domanda. Insieme alla colpa, lei osserva come anche la dimensione della paura si sia molto attenuata. Gli adolescenti hanno meno paura degli adulti, meno paura del castigo...
    Risposta. Sì, la paura del castigo, legata al sentirsi in colpa e quindi suscettibili di castigo, aveva diritto di cittadinanza nella mente delle generazioni di adolescenti precedenti. La paura degli adulti, del potere, del castigo/punizione e delle sanzioni, erano elementi molto importanti nella relazione adulti-adolescenti. Molti ragazzini incontrati nei primi anni della mia professione erano terrorizzati dall'idea del castigo. Oggi la dimensione della paura non mi sembra più una motivazione del disagio adolescenziale. Su questa tesi mi sembra che tutti quelli che organizzano servizi deputati a intervenire nella clinica del disagio adolescenziale siano d'accordo, anche se poi la teorizzano con linguaggi diversi.
    È evidente che la scomparsa della colpa e della paura non è senza conseguenze nella relazione adulti-adolescenti. Per qualsiasi adulto che si trovi a gestire un gruppo di preadolescenti maschi di 12 anni, ad esempio, il fatto di non poter più far loro paura minacciando il castigo o di non poterli più fare sentire in colpa per quello che fanno, non è da poco! Vuol dire che due elementi fondanti della relazione educativa del passato non sono più utilizzabili. Occorre inventarsene altri.

    Figli di un altro modello educativo

    Domanda. Proviamo a capire perché c'è stata questa trasformazione.
    Risposta. Secondo me dipende dal fatto che questi ragazzi sono completamente fuoriusciti dal modello educativo della colpa e della paura e sono figli di un altro modello educativo che non utilizza píù né la colpa né la paura. Potremmo definirlo modello educativo della relazione e della realizzazione di sé.
    Cos'è accaduto? Ormai da diverse generazioni le mamme e i papà, guardando nella culla il loro unico cucciolo, non vedono più come una volta un piccolo selvaggio da civilizzare, ma vedono un bambino portato per natura alla relazione, all'affetto, direi quasi geneticamente competente. In questa visione del «bambino buono» l'ultima cosa che può passare per la testa ai genitori è di fargli paura e di mettergli dentro dei valori che lo facciano sentire in colpa rispetto alla sua intrinseca natura.
    Allora la mamma e il papà, per motivi che non è facile indagare perché prendono le mosse da tante faccende (crisi dell'autorità del padre, rivoluzione tra i due generi, le pari opportunità, la redistribuzione dei ruoli tra padre e madre, un aggiornamento culturale nel nostro Paese su come funziona la mente dei bambini...), sentono che devono offrire relazione al proprio figlio. Il mettersi molto dalla parte della sua natura è il tratto tipico oggi della relazione educativa.
    Nella relazione il bambino e poi l'adolescente sono rappresentati come pieni di cose buone. L'idea è che se si avvicinano risorse intelligenti alla sua natura, lui si esprimerà e si realizzerà, tirando fuori le sue capacità. È difficile oggi giocare sul senso di colpa e sulla paura, per indurre alla riflessione sulle conseguenze dei propri gesti.
    Allora, quello che voglio sottolineare è che chi oggi si relaziona con gli adolescenti, in varie vesti professionali, non può più farlo all'interno del vecchio paradigma educativo della colpa e della paura, ma deve attrezzarsi all'interno di un nuovo orizzonte.

    Domanda. Sono stati dunque i genitori, con il loro modo differente di guardare ai figli, a innescare il cambiamento di modello educativo?
    Risposta. Direi di sì. Questa trasformazione del modello relazionale è documentata da molti indizi e ricerche che si sono concentrate soprattutto sulle relazioni genitoriali. Sembra infatti che si tratti di un cambiamento avvenuto proprio lì, nello sguardo di ritorno del luogo materno e nella riformulazione del compito
    padre. Un evento relazionale che ha segnato dapprima il destino delle relazioni genitori-figli e adulti-giovani qualche anno più tardi.
    Un tempo padri e madri ritenevano di dover civilizzare il piccolo selvaggio, quindi di dovergli somministrare molte regole e confrontare la sua natura, ritenuta avida, ingorda, sregolata, con i valori e i principi della civiltà. Da qualche anno, invece, guardano a lui come a un cucciolo alla ricerca di affetto, presenza, tenerezza. È un bambino che nasce molto buono e, nella maggior parte dei casi, i genitori reputano che, essendo unico, sia prezioso e anche intelligente, o dotato di capacità che loro debbono aiutare a sviluppare e potenziarsi.
    All'interno di questo modello educativo oggi prevalente, se chiediamo a un genitore quale sia la dose di dolore che è legittimo somministrare al suo «cucciolo» a scopo educativo, risponderà grosso modo «il meno possibile» e comunque di gran lunga inferiore a quella sperimentata da lui in gioventù.
    Insomma la politica educativa oggi non sembra più centrata sul «metter dentro» (valori collegati con le relative regole, per tenere a bada la natura «incestuosa e violenta» del bambino), ma consiste nel «tirar fuori» (le sue capacità, i suoi talenti...). La stessa costruzione di un soggetto etico – un buon cittadino, un buono studente... – non avviene più tramite il meccanismo di sanzioni legato al modello educativo della colpa, ma aiutando ciascuno a essere se stesso, a non tradire la propria natura.
    Questo è secondo me lo sfondo nuovo in cui matura la nuova relazione tra gli adulti e gli adolescenti, che potremmo caratterizzare con questo slogan: ma perché mai gli adolescenti dovrebbero avere paura degli adulti visto che non sono stati educati ad avere paura?

    La nuova sofferenza adolescenziale

    Domanda. Quali adolescenti hanno cominciato a popolare il vostro consultorio da alcuni anni? Scomparsa la colpa e la paura, di cosa soffrono oggi i ragazzi?
    Risposta. Sinteticamente potrei dire che quella che chiamavano patologia del super-io o della colpa appunto è scomparsa e sono emerse diverse sindromi e malattie depressive.
    Questo ha cominciato a diventare evidente alcuni anni fa. Incontravamo una sofferenza adolescenziale che non sembrava comprensibile con le passioni umane della colpa e della paura. Una sofferenza che si mostrava persino più intensa rispetto a quella delle generazioni precedenti che dovevano gestire la paura e la colpa. Perché in fondo paura e colpa si risolvono abbastanza facilmente nella nostra vita: se ci sentiamo in colpa chiediamo scusa, se abbiamo paura cerchiamo di evitare le situazioni che ci inducono paura.
    Ma la passione umana di cui soffrono gli adolescenti oggi non sembra così facilmente risolvibile: questa passione è la vergogna, ossia la paura di perdere la «bellezza» – la faccia, l'onore, la fama, la visibilità sociale – deludendo le aspettative di una struttura eterna che non ha più le caratteristiche del super-io, bensì quelle di un ideale, a volte molto esigente, fino alla crudeltà.
    Allora il problema è che l'adolescente, sentendosi inadeguato rispetto alle aspettative interne che finisce per attribuire al mondo esterno (pensando che gli altri abbiano nei suoi confronti quelle aspettative), e temendo molto di deludere quelle aspettative e di essere esposto alla gogna, ha paura di dover affrontare situazioni di umiliazione e di vergogna.
    Il dolore da vergogna è davvero grave anche perché anziché estinguersi col tempo quasi si rinforza. Tutte le volte che ci si ricorda di un'esperienza in cui si è stati umiliati il dolore è medesimo. E non solo il dolore, ma anche le due grandi soluzioni della vergogna che non sono socializzabili. Per uscire dalla situazione della vergogna, infatti, bisogna scomparire, non farsi più vedere, oppure vendicarsi, coltivando progetti vendicativi rispetto alla persona, all'istituzione o al gruppo che ha mortificato e umiliato.
    Noi oggi vediamo solo e pressoché esclusivamente ragazzini di cui riusciamo a capire qualcosa e ai quali siamo di qualche utilità, quando pensiamo che dentro di loro ci sia una struttura che chiede molto successo, molta fama, molta visibilità sociale, molte relazioni, molto riconoscimento. Il disagio adolescenziale oggi nasce dal fatto che, a fronte di una forte richiesta di visibilità e riconoscimento, si sviluppa invece una dimensione interiore caratterizzata dal sentimento di non essere assolutamente all'altezza, e quindi un comportamento che tende a evitare tutte le occasioni in cui si rischia di fare brutta figura; o viceversa che si accanisce e si dedica ossessivamente a far crescere competenze che soddisfino le aspettative di riuscita.

    Domanda. Può fare un esempio?
    Risposta. Molti anni fa in consultorio hanno cominciato a comparire alcune ragazzine anoressiche. La cosa che ci sorprendeva è che loro parlavano di un corpo di cui non avevamo alcuna esperienza, né nella letteratura scientifica, né nelle nostre esperienze relazionali. Parlavano di un corpo alimentare; noi eravamo abituati a parlare del corpo erotico, del desiderio e del piacere, della seduzione. Queste ragazzine sperimentavano rispetto al proprio corpo non senso di colpa come in passato, ma un sentimento di vergogna senza uguali.
    Il grasso e la rotondità, nella loro cultura, sono sintomo di stupidità, quindi vanno annientati. Chi ha avuto occasione di interagire con il senso di vergogna di queste ragazze sa che è un dolore davvero inaudito. Il sentimento di vergogna nasce dal sentirsi impresentabili rispetto a un ideale di bellezza irraggiungibile. Lo slogan oggi è che si tratti di una malattia etnica della razza bianca, che propone la magrezza come ideale di bellezza.

    Ragazzini narcisisticamente fragili

    Nell'esempio fatto, siamo di fronte non più a una sofferenza da colpa e da attacco del super-io, ma siamo di fronte a un dolore da vergogna legato allo strapotere degli ideali dell'io. Ma ci sono mille altri esempi legati a esperienze del consultorio, che mostrano questa trasformazione da una sofferenza legata alla colpa a un dolore legato al sentimento di vergogna.
    Anche la radice affettiva dell'insuccesso scolastico, che una volta poteva essere comprensibile – sempre in un'ottica psicologico-psicanalitica – come espressione di un'inibizione da paura o da colpa, oggi è leggibile come espressione di un sentimento di vergogna.
    Ci sembra quindi che oggi il problema sia il narcisismo che il modello della realizzazione del sé implica. Questi ragazzini di oggi, narcisisticamente fragili, inseguono continuamente ideali impossibili e crudeli, di successi difficili da ottenere, costruiti dall'ecosistema di appartenenza. Quello che succede nella realtà di tutti i giorni, ad esempio a scuola o in famiglia, viene vissuto come mortificazione del sé.
    Questi esempi citati di comportamenti mostrano un cambiamento strutturale nelle forme del disagio adolescenziale. Ciò non deve stupire perché questo era l'imprinting originario trasmesso nella relazione genitori-figlio: «Non tradire te stesso, realizza la tua vera indole, sviluppa le competenze per essere te stesso ed essere felice».
    Credo veramente che i ragazzini si identifichino con quello che c'è nel cuore dei genitori. Questo sguardo di ritorno dei genitori sui figli è decisivo, il messaggio affettivo è forte e pervasivo, e contribuisce potentemente a creare una società del narcisismo. In tempi di pace e di benessere il tema della realizzazione di sé e della felicità è centrale nel processo educativo e rischia davvero di diventare un obiettivo fondamentale. Dico «rischia» perché non è nelle possibilità degli esseri umani rendere felici i propri figli. Al massimo si può evitare che siano disperati. Ma non può diventare un obiettivo costruire la felicità.

    Una tenera richiesta di riconoscimento

    Domanda. Secondo il modello nuovo che lei descrive, gli adolescenti oggi sono dunque figli non della colpa, ma della fragilità narcisistica?
    Risposta. Sì, i motivi di disagio e sofferenza, ossia la passione umana che fa soffrire questa generazione di adolescenti, è la fragilità narcisistica. Si tratta di aspettative ideali che non trovano rispondenza rispetto alla vita reale.
    Questo scarto tra vita ideale attesa e vita reale genera frustrazione e allora scatta ne adolescenti il bisogno di fuggire situazioni in cui si rischia di essere umiliati e di fallire. Si potrebbe pensare, ad esempio, che la diminuzione, rilevata tra adolescenti, dell'importanza della passione amorosa possa rappresentare per loro una legittima difesa rispetto alla gravità degli oltraggi a livello narcisistico che la passione amorosa somministra sempre e comunque. Perché già solo il fatto di essere innamorati ed essere dipendenti da un'altra persona è vissuto come umiliante. Meglio allora stare con gli amici. È evidente che per gli adolescenti il gruppo va per la maggiore rispetto alla coppia.
    In passato il gruppo rappresentava per gli adolescenti una forma di protezione dal potere degli adulti. Oggi invece serve per garantire relazione e tenero rispecchiamento narcisistico. Quindi oggi, secondo il nuovo modello,anche il ruolo del gruppo è cambiato: è deputato a sostenere e valorizzare il valore del sé, regalando identità, appartenenza e fedeltà. Mai come in questa generazione è constatabile un bisogno di relazione così grande da parte degli adolescenti, che è il prodotto del modello educativo della relazione.
    In molteplici forme si esprime una tenera e diffusa richiesta di riconoscimento da parte degli adolescenti. E gli adolescenti cercano la relazione non solo tra di loro, ma anche con gli adulti, ma con adulti ritenuti da loro competenti. Dove la competenza spesso equivale a «curiosità mostrata dall'adulto» nei loro confronti, ossia un adulto che offre relazione.
    Questo bisogno di relazione lo constato anche nei centri di aggregazione: gli adolescenti spesso «fanno finta» di giocare a calcetto, ma in realtà girano attorno agli educatori, queste figure di adulti di riferimento, per cercare un sostegno adulto nell'affrontare i problemi della vita. Questo e altri esempi mostrano che gli adulti non vengono più visti come nel modello precedente come degli avversari. Però non tutti gli adulti vanno bene, solo quelli competenti nelle relazioni. E per trovarli li mettono alla prova.

    Attivare gli ideali generazionali

    Domanda. Lei diceva prima che chi oggi si relaziona con gli adolescenti non può più farlo all'interno del vecchio paradigma educativo della colpa e della paura, ma deve attrezzarsi in un nuovo orizzonte. Cosa vuol dire più da vicino?
    Risposta. Posso provare a rispondere con una metafora. Io per anni, lavorando con i ragazzi sulle campagne preventive dell'uso delle droghe pesanti e dell'AIDS, tendevo a usare la strategia della paura, immaginando scene e metafore terrorifiche. A un certo punto ho capito che bisognava fare in modo diverso. Ho capito che occorreva arruolare i giovani in una grande campagna ideale di difesa dell'ecologia, come dire, della salute del proprio corpo e della propria mente, nella lotta contro il loro inquinamento artificiale e contro gli spacciatori che si godevano i frutti di questa colletta planetaria su uno yacht in paesi lontani.
    Questa idea di essere sfruttati dal narcotraffico e di essere inquinati nella mente da pensieri non propri alla fine qualche piccolo risultato l'ha dato. Ad esempio, si è arrivati a optare per soluzioni espressive non inquinanti per se stessi, come i tatuaggi e il piercing. Quello che voglio dire è che è importante cercare di instaurare la relazione educativa puntando più sull'ideale che sulla paura e sulla colpa. Questo significa attivare gli ideali generazionali e gli ideali evolutivi di quella fase specifica di sviluppo e realizzazione dei soggetti, cercando di offrire risposte alla forte domanda di identificazione e realizzazione adolescenziale.
    L'adolescente è alla ricerca della «vera verità» delle cose; se nella relazione educativa si riesce ad agganciarlo su questo punto, si può davvero instaurare un buon livello di scambio. Nella consultazione spesso io sono quasi imbarazzato dalla loro ricerca di verità, dalle domande che fanno. Se nella relazione l'adolescente percepisce che «si sta facendo sul serio», che non lo si sta riempiendo di informazioni con intento moralistico e pedagogico, ma si sta cercando di aiutarlo a trovare soluzioni possibili ai suoi interrogativi – cioè a formare una «testa ben fatta» come dice Morin – si affida e si apre in modo autentico alla relazione e lo scambio diventa efficace.

    Domanda. Negli ultimi anni chi lavora con gli adolescenti mette in luce come la crisi dell'idea di futuro nella nostra società condizioni negativamente la relazione educativa. Cosa ne pensa?
    Risposta. Il futuro è percepito dagli adolescenti come il tempo in cui si realizzerà pienamente il sé; è il tempo in cui si proietta la soggettivazione completa di sé che viene progettata nel presente. Quindi sul futuro c'è investimento e progettualità da parte degli adolescenti. È importante che l'educazione non demolisca questa dimensione di speranza, desiderio e progettualità costitutiva nell'età adolescente, con un'informazione terroristica rispetto allo stato del pianeta, alla crisi economica e sociale e così via.
    È fondamentale che chi educa non comunichi prevalentemente messaggi di natura catastrofica e distruttiva rispetto al futuro, ma disegni scenari sì realistici, ma che trasmettano comunque un messaggio positivo rispetto all'impegno, alla possibilità di azioni trasformative, al fatto che vale la pena crescere e impegnarsi affinché si realizzino i desideri e un futuro migliori.
    Come si fa a educare se si crede che non ne valga la pena, che non ci sia un futuro in cui credere? Mi sembra che oggi prevalga una visione catastrofista che mi pare infondata. Cosa avrebbero dovuto dire a me negli anni '50 col paese distrutto e una povertà pazzesca? Eppure nessuno era così cinico da fare visioni apocalittiche come capita oggi. Credo che in parte ci sia una sincera e realistica preoccupazione in queste visioni pessimiste sullo stato del mondo, ma anche il prevalere di un atteggiamento di nichilismo e cinismo ingiustificati e gratuiti, prodotti dalla testa degli adulti e che si ripercuotono sui giovani.
    Faccio un esempio: se vogliamo che i giovani si interessino della biosfera, non credo che dobbiamo dir loro che l'hanno rovinata e che ora devono aggiustarla, facendo leva sul senso di colpa; e neanche dir loro che la natura si vendicherà provocando tsunami su tutto il pianeta. Penso che sarebbe più efficace, anche da un punto di vista educativo, comunicare che esiste un grande ideale collettivo rispetto all'integrazione dei saperi orientato a promuovere la cura della Terra in modo interdisciplinare. E che solo attraverso la costruzione di un nuovo umanesimo orientato ad azioni sostenibili è possibile ricostruire senso e futuro insieme.

    (Animazione Sociale - Agosto/Settembre 2007, pp. 3-9)