Perché non possiamo

    non conoscere la Bibbia

    Enzo Bianchi


    Sempre nella scuola riprendono vigore discussioni vecchie e nuove: criteri e severità
    degli scrutini finali, modalità e contenuti degli esami di maturità, tagli alle risorse, ristrutturazione
    dei programmi, scelte degli indirizzi, calendari delle lezioni e motivazioni degli insegnanti... Ma mi
    pare passato abbastanza inosservato un evento che invece costituisce una novità a lungo attesa da
    molte parti e che potrebbe avere significative conseguenze anche sulla qualità formativa globale
    della scuola: la firma di un protocollo d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e l’associazione laica e
    aconfessionale Biblia per una maggior presenza della Bibbia nella scuola, con la conseguente
    creazione di un comitato paritetico che ne curi l’attuazione e diffonda proposte, strumenti e
    materiali adeguati.
    Nelle intenzioni dei promotori e nel dettato dell’intesa non è minimamente questione di inserire una
    nuova materia di studio, tanto meno di interferire con l’insegnamento religioso confessionale, bensì
    di creare uno spazio per la conoscenza della Bibbia all’interno delle diverse materie o nei vari
    percorsi interdisciplinari. In altre parole, si tratta un progetto - del quale avevamo già parlato su
    queste pagine tre anni or sono, quando venne lanciato l’appello ora accolto - per rendere «presente»
    la grande assente nella formazione culturale degli studenti italiani, progetto che aveva preso le
    mosse più di vent’anni fa e che da allora non ha smesso di cercare le vie migliori per tradursi in
    realtà operativa.
    Tentativo davvero lodevole perché non possiamo dimenticare che il «grande codice dell’arte», come
    l’aveva definito William Blake, divenuto «grande codice» della cultura occidentale nel famoso
    saggio omonimo di Northrop Frye, è stato finora trascurato nella scuola italiana. E questa lacuna
    continuava a privare gli studenti del nostro Paese - giunti ormai a essere «la prima generazione
    incredula» - di una chiave di lettura e comprensione di tante espressioni artistiche e culturali
    presenti non solo in Italia ma nel mondo occidentale e mediterraneo. In una stagione in cui si fa
    tanto parlare di identità e di radici, in cui la preoccupazione prevalente sembra quella di distinguersi
    dagli «altri» per alimentare diffidenza se non ostilità per il «diverso», la possibilità di rendere
    «leggibile» questo codice nel luogo in cui si formano i cittadini di domani appare impresa difficile
    sì, ma improcrastinabile. Quale identità si potrà mai custodire se si ignorano i principi che l’hanno
    determinata? E da quali radici si può essere alimentati se la humus in cui dovrebbero affondare è
    divenuta sterile per un prolungato oblio dei valori vitali?
    Con ragione si afferma da più parti che senza conoscenza letteraria della Bibbia resta preclusa la
    comprensione di numerose «presenze» nella vita quotidiana del nostro come di altri Paesi di antica
    cristianità: come interpretare edifici, sculture, pitture e immagini che popolano città e campagne,
    come capire espressioni e proverbi del linguaggio popolare o colto, come muoversi tra calendari,
    celebrazioni e festività se si rimane privi dell’alfabeto che li ha generati? E come immaginare
    l’integrazione e la convivenza di quanti provengono da mondi religiosi e culturali diversi se chi
    dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro i testi e i meccanismi che nel corso dei secoli
    hanno originato usi e costumi? Queste sono domande tutt’altro che inutili nell’attuale contesto
    sociale e culturale italiano: quali episodi, quali volti, quali immagini bibliche hanno plasmato
    l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e di donne nate e cresciute in una società
    che non poteva non dirsi cristiana? E quali di questi racconti, di queste vicende, di questi personaggi
    storici o leggendari parlano ancora oggi un linguaggio universale, come lo parlano, per esempio, le
    figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale?
    Del resto, l’intero racconto biblico può essere letto come una grande narrazione di famiglia, in cui
    nessuno si sente estraneo: momenti di gioia e di dolore, guerre e violenze, speranze e affetti, terre
    abbandonate e terre promesse, esilii e ritorni vengono raccontati con tutti i timbri del linguaggio
    umano. Allora la cronaca cede il passo alla poesia, la preghiera si interseca con l’insegnamento, la
    favola si alterna con la profezia: così è la Bibbia perché così è la vita dell’uomo e il bambino o
    l’adolescente che vi si accosta per la prima volta può imparare a conoscere il senso della realtà che
    lo circonda, mentre l’adulto potrà riscoprire il filo rosso che ha tenuto insieme tante esistenze. In
    questo senso l’intesa recentemente siglata mira a «offrire chiavi di lettura e interpretazione
    interdisciplinare della Bibbia» in riferimento ai numerosi ambiti che costituiscono la cultura di un
    popolo e una civiltà: da quello più propriamente storico a quelli «artistico, filosofico, etico,
    giuridico e letterario».
    Ambizione eccessiva? Ma accostarsi in modo laico e pluridisciplinare alla Bibbia può davvero
    costituire l’indispensabile approfondimento delle radici culturali e storiche che alimentano il
    sistema di valori in cui ciascuno crede e fornire, d’altro lato, una maggiore consapevolezza della
    comune lotta anti-idolatrica che ogni persona di «buona volontà» è chiamata a sostenere in nome
    della propria e dell’altrui libertà. Ogni giorno infatti, tutti noi, credenti e non credenti, siamo
    chiamati a un combattimento non per sopraffare i nostri simili ma per affrancarci da vecchie e
    nuove schiavitù e ribadire la grandezza, la libertà e la dignità di ogni essere umano. Perché se esiste
    una frontiera tra fede e non fede, tra libera adesione a una realtà altra e più grande di sé e
    asservimento al proprio egoismo e alla mentalità dominante, questa non segue confini di Stati o di
    epoche, non separa confessioni religiose o correnti di pensiero, ma passa nel cuore di ogni persona,
    a prescindere dalla fede che professa o no: è lì, non altrove, che il seme di senso contenuto nel
    «grande codice» può germogliare e produrre i frutti più diversi, a beneficio dell’intera collettività.
    (La Stampa” 13 giugno 2010)