Negli occhi di chi guarda

    Yitrò (Es 18,1-20,23)

    Daniel Taub

     

    Alla fine della lettura precedente, i figli di Israele avevano ricevuto il comando di cancellare la memoria di Amalek, archetipo del persecutore malvagio e immorale degli ebrei. Come a controbilanciare questa immagine negativa del mondo non-ebraico che ci circonda, il passo di Es 18,1-20,23 si apre con l'arrivo di Ietro, suocero di Mosè e archetipo del sostenitore simpatizzante del popolo ebraico.
    Ma Ietro è qualcosa di più di un semplice sostenitore. Osservando da lontano lo sviluppo del popolo ebraico, è in grado di vedere con chiarezza cose che i figli di Israele non riescono a vedere.
    In particolare, Ietro intuisce due cose di cui Mosè non si accorge.

    Quando Ietro arriva all'accampamento israelita, resta sbalordito nello scoprire Mosè che si sfianca per giudicare le liti dell'intero
    popolo. Fornisce a Mosè una qualche consulenza gestionale di base, consigliandogli di creare una struttura organizzativa e di delegare le sue responsabilità. Il fatto che Ietro sia responsabile della prima decisione consapevole riguardo al modo di governare la società ebraica ha suggerito al commentatore marocchino del XVIII secolo, Ohr HaChayim, la seguente osservazione:

    Mi sembra che la ragione [del fatto che il consiglio su come organizzare una società sia venuto da Ietro] sia che Dio voleva mostrare agli israeliti di quella generazione - e di tutte le generazioni - come tra le nazioni del mondo vi siano grandi maestri di conoscenza e di intelletto.
    Che Ietro, con la sua esperienza di leadership in quanto sommo sacerdote di Madian, avesse maturato una capacità gestionale che poteva condividere con Mosè, forse era prevedibile. Ma l'altra intuizione, di cui solo lui si accorge, è più sorprendente. Quando Mosè racconta al suocero tutti gli avvenimenti dell'esodo e della liberazione dal faraone, la Bibbia descrive così la risposta di Ietro: «Tetro si rallegrò per tutto il bene che il Signore aveva fatto a Israele, per averlo salvato dalla mano degli Egiziani. Disse Ietro: "Benedetto sia il Signore, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del Faraone: egli ha salvato questo popolo dalla mano dell'Egitto"» (Es 18,9-10).
    Da quando avvenne l'esodo, i figli di Israele che effettivamente assistettero di persona al salvataggio miracoloso e ne beneficiarono direttamente, avevano fatto ben poco oltre a lamentarsi per le condizioni di vita nel deserto. È Ietro, lo straniero, il primo a riconoscere la straordinaria natura degli eventi accaduti loro, a riconoscere la bontà che Dio ha mostrato salvando i figli di Israele, e a benedirlo. A volte, sembra, ci vuole il punto di vista di un estraneo per apprezzare l'unicità degli eventi che circondano la storia della nazione ebraica.
    Anzi, benché oggi l'espressione barùk hashèm («Benedetto sia il Signore») sia considerata prettamente ebraica, è stupefacente notare che le tre volte che questo termine è usato nella Bibbia è sempre pronunciato da non ebrei: Noè (Gn 9,26), il servo di Abramo, Elièzer (Gn 24,27) e, nel nostro passo, Ietro (Es 18,10).
    Rabbi Jonathan Sacks, nel suo interessantissimo libro A Letter ín the Scroll, narra come un gruppo di studenti ebrei avesse inviato dei questionari a ebrei famosi, chiedendo loro che cosa significasse per loro essere ebrei. Gli studenti rimasero delusi al vedere che su cento questionari spediti avevano ricevuto solo poche risposte, e che quasi tutte erano ambigue o addirittura ostili. «Non ne sono né orgoglioso né imbarazzato», scrisse uno. «Non ho dubbi che mi sarei sentito uguale anche se fossi stato educato come cattolico, protestante, musulmano, buddista o ottentotto», scrisse un altro. Mentre un terzo, israeliano, descrisse l'essere ebrei come una "malattia ereditaria" con la motivazione che «si prende dai genitori, si trasmette ai figli... e non poche persone ne sono morte».
    Per trovare una qualche descrizione positiva della storia e del destino del popolo di Israele, gli studenti dovettero rivolgersi a osservatori non ebrei della storia ebraica. Come il presidente degli Stati Uniti John Adams, che insisteva sul fatto che «gli ebrei hanno contribuito alla civilizzazione degli uomini più di qualunque altra nazione», e l'eminente storico Paul Johnson che dichiarò: «Agli ebrei dobbiamo l'idea dell'uguaglianza di fronte alla legge, della sacralità della vita e della dignità della persona umana, della pace come ideale astratto e dell'amore come fondamento della giustizia, e molti altri punti che costituiscono l'equipaggiamento morale di base della mente umana».
    Dall'epoca di Ietro, sembra che noi ebrei abbiamo avuto uno strano vezzo psicologico; siamo disposti a credere cose positive su di noi soltanto quando le udiamo da altri. Questa inconsueta caratteristica trova la sua espressione poetica nel Sal 126 (il Shír hamma'alòt che apre il ringraziamento dopo il pasto del sabato),
    che descrive come le nazioni del mondo commentino lo straordinario destino degli ebrei - e come, solo allora, gli ebrei stessi giungano a rendersene conto: «Allora si diceva fra le genti: "Il Signore ha compiuto grandi cose per loro!". Grandi cose ha compiuto il Signore per noi: eravamo felici!».