Lo straniero tra noi

    Vayyerà (Gn 18,1-22,24)

    Daniel Taub

    Abramo e Sara


    Nella lettura di Gn 18,1-22,24 sono presentati due modelli molto diversi del modo di trattare gli stranieri: uno caratterizzato dall'apertura e dall'ospitalità; l'altro dalla paura e dall'oppressione. In molti modi questi due modelli (la società di Mamre e la società di Sodoma, patria rispettivamente di Abramo e di suo cugino Lot) sono tra noi anche oggi.

    Uno dei più validi test di valutazione di una società è il modo in cui tratta i forestieri, e questo passo fornisce due esempi molto contrastanti. Abramo, che si sta ancora riprendendo - ci dicono i rabbi - dalla sua circoncisione subita all'età di 99 anni, è seduto all'ingresso della sua tenda nella pianura di Mamre, nell'ora più calda del giorno, quando vede tre stranieri che si avvicinano. Corre loro incontro, pregandoli di fermarsi. Lui e sua moglie Sara preparano un sontuoso banchetto e servono di tutto punto i loro ospiti. Prima di andarsene uno dei visitatori, che si rivela essere un angelo, dice ad Abramo che sua moglie Sara avrà tra breve un figlio maschio che adempirà la promessa di continuità per il popolo ebraico.
    Il modo in cui si trattano i visitatori a casa di Lot, a Sodoma, difficilmente potrebbe essere più diverso. La visita ad Abramo si svolge nella calura del giorno; la visita a Lot si svolge nel cuore della notte. Mentre Abramo tiene la porta spalancata, Lot è costretto a sprangarla per proteggere i suoi visitatori dagli altri abitanti di Sodoma. Mentre Abramo è ricompensato con un tiglio per la sua ospitalità, Lot si offre di sacrificare le figlie («che non hanno ancora conosciuto uomo»: Gn 19,8) nel disperato tentativo di proteggere i suoi ospiti dagli inospitali vicini. E mentre la moglie di Abramo, Sara, ride e alla fine allatta il proprio figlio, la moglie di Lot è trasformata in una colonna di sale mentre l'intera città di Sodoma è distrutta da fuoco e zolfo.
    Prese insieme, le due storie inducono a un'affermazione semplice ma radicale: le società che accolgono gli stranieri e li nutrono garantiscono la propria continuità e prosperità; mentre le società che rifiutano e opprimono gli stranieri gettano il seme della propria distruzione.
    La singolare coerenza con cui si è ripetuto questo modello in tutta la storia ebraica, con le sue età dell'oro e i periodi di oppressione, è un'impressionante realizzazione della promessa fatta ad Abramo circa il futuro dei suoi discendenti: «Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà» (Gn 12,3).
    Dopo duemila anni di osservazione di uno degli aspetti di questo fenomeno, in quanto ospiti nelle terre altrui, negli ultimi sei decenni il moderno Stato di Israele ci ha dato l'opportunità di fare esperienza dell'altro lato dell'equazione. Non più stranieri in terra straniera ma ora padroni della nostra società, è toccato a noi affrontare la complessa sfida di avere a che fare con stranieri e visitatori in mezzo a noi. E insieme ad altre società del mondo, tra le quali abbiamo vissuto nel corso dei secoli, siamo stati testimoni della stessa, indelebile verità: gli stranieri che abbiamo accolto tra noi, e trattato con ospitalità e tolleranza, si dimostrano una delle nostre maggiori fonti di creatività, diversità e forza.