La Parola e le parole:

    quali immagini di Dio?

    Gianfranco Venturi

     

    Ogni celebrazione è una particolare forma di comunicazione, perché si realizza attraverso parole, segni e azioni simboliche. La celebrazione traccia un’immagine di Dio reale, presente oggi. La Parola è venuta e si è fatta carne. Prestare più attenzione agli interventi di parola.


    DIRE DIO E COME DIRLO

    Il problema della comunicazione

    “Il computer più nuovo al mondo non può che peggiorare, grazie alla sua velocità, il più annoso problema nelle relazioni tra esseri umani: quello della comunicazione. Chi deve comunicare, alla fine, si troverà sempre a confrontarsi con il solito problema: cosa dire e come dirlo” (Bill Gates). Parafrasando questa espressione in riferimento al nostro tema si potrebbe dire che nella comunicazione religiosa “alla fine, ci si troverà sempre a confrontarsi con il solito problema: cosa dire di Dio e come dirlo”.

    Dire Dio e come dirlo nella celebrazione liturgica

    Ogni celebrazione è una particolare forma di comunicazione. Infatti “liturgia e comunicazione – leggiamo nel “Direttorio” della CEI sulle comunicazioni sociali [1] - hanno molti aspetti in comune: entrambe si realizzano attraverso segni e azioni simboliche; entrambe richiedono gestualità e partecipazione”. La sua particolarità è data dal fatto che “il rito liturgico esplicita il dialogo permanente tra Dio e il suo popolo: Dio lo raduna perché ha qualcosa da comunicare e il popolo, mosso da quella chiamata, è provocato a rispondere al dono offerto con l’atto di fede e il canto di lode. La liturgia esprime questo meraviglioso scambio: è dunque un evento comunicativo perché in esso si attua il dialogo tra Dio e l’uomo”.
    È una forma di comunicazione molto complessa in quanto “nell’esperienza liturgica accade quella forma di comunicazione della fede che altrove e altrimenti non potrebbe darsi. La forma rituale infatti, in quanto azione, coinvolge tutto l’uomo e i suoi sensi, con oggetti, suoni, colori, luci, parole e gesti. In tal modo la liturgia non è solo un mezzo espressivo di contenuti già elaborati, ma essa stessa diventa atto rivelativo e origine di una nuova comunicazione”.
    È una forma di comunicazione unica nel suo genere, in quanto annuncia l’oggi di Dio, dice Dio al presente. Infatti “la forma liturgica della comunicazione non ha come suo primo compito quello di narrare gli eventi fondanti o di illustrare i contenuti della fede, ma di ripresentare, qui e adesso, la loro forza che salva e trasforma. Una liturgia troppo preoccupata di rendersi comprensibile, presto o tardi smentisce se stessa: si fa pensiero o rappresentazione esteriore e cessa di essere celebrazione. La comprensione della liturgia, prima che concettuale, dev’essere simbolica. Il tempo e l’esercizio, i sensi e la materia, il corpo e lo spirito divengono componenti essenziali. Affinché la liturgia possa sprigionare le sue risorse comunicative, deve attuare tutti i suoi codici peculiari. Solo quando è salvaguardata la sua natura, fatta di comportamenti rituali, ricchi di senso e contenuto, la celebrazione introduce nell’esperienza del mistero divino che è esperienza della gratuità e della libertà.”

    La celebrazione traccia l’immagine di Dio

    La celebrazione, con tutti gli elementi verbali e non verbali che la costituiscono, utilizzati correttamente, con il suo modo particolare di dire, traccia l’immagine di Dio, ma non di un Dio concettualizzato, lontano nel tempo e nello spazio, ma di un Dio reale, presente, agente oggi. La celebrazione mette in atto un movimento, una dinamica comunicativa unica: da colui che è la Parola rivelatrice fatta carne alle parole umane, e da queste alla Parola che introduce nel seno del Padre.
    In questo contributo prendiamo in esame il verbale, cioè la “Parola – parole”; nel successivo il non verbale affidato a Giuseppe Midili; da tenere presente però che concretamente in una celebrazione essi procedono sempre illuminandosi e integrandosi reciprocamente.

    LA PAROLA [2]

    In principio la Parola

    Aprendo il vangelo di Giovanni troviamo subito delineata l’immagine di Dio che non trova uguali in altri contesti religiosi e anche come l’uomo può arrivare a conoscere Dio.

    “In principio, c'era colui che è 'la Parola'. Egli era con Dio, Egli era Dio. [..]
    Colui che è 'la Parola' è diventato un uomo ed è vissuto in mezzo a noi uomini.
    Noi abbiamo contemplato il suo splendore divino. È lo splendore del Figlio unico del Dio Padre, pieno della vera grazia divina! … [..] Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l'ha fatto conoscere. (Gv. 1,1.14.18) [3].

    Noi vediamo e conosciamo Dio, contempliamo lo splendore divino, in Gesù, la Parola diventata carne, uomo. Gesù di Nazaret è l’immagine di Dio; in lui vediamo Dio, ascoltiamo Dio, mangiamo con Dio, viviamo con Dio… Nell’ultima cena, a Filippo che aveva domandato di poter vedere il Padre, Gesù dice: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,8).

    La Parola viene dal silenzio

    Colui che è la Parola viene dal silenzio. “Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa - si legge nella liturgia del tempo di Natale -, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale” (Antifona d’Ingresso, 30 dicembre; cf. Sap 18,14-15). Ciò che sembra l’antiparola, in realtà è il grembo della Parola.

    La Parola è venuta, viene e verrà nella carne

    La Parola è venuta nella carne. Giovanni - come abbiamo visto sopra - apre il suo vangelo con una solenne professione di fede: “la Parola si fece carne (uomo) e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14); nella sua prima lettera ribadisce: “La Parola è venuta nella carne” (1Gv 4,2)”. “Questa è verità fondamentale” [4]; la prova ultima di questo essere venuto nella carne, quasi il sigillo di autenticità, è la sua risurrezione; senza il suo essere venuto nella carne, non si potrebbe parlare di risurrezione.

    La Parola viene oggi nella carne. Congedandosi dai suoi, Gesù dice: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Egli “viene, sta venendo oggi in molteplici modi percepibili con gli occhi della fede” in modo particolare viene “nel povero, nel malato, nell’emarginato” [5]; essi sono oggi “la carne di Cristo” [6]. “Quel Verbo che si fece carne (Gv 1,14) non ci giudicherà secondo i criteri di un’etica astratta o puramente ‘spirituale?, ma in base a quel modello di vita che egli stesso ha vissuto e che egli stesso ha tracciato per noi. Saremo giudicati sulla scorta di quanto avremo saputo avvicinarci a tutti gli uomini riconoscendo in quella stessa carne il Verbo di Dio. Il Verbo fatto uomo rimette i peccati del mondo attraverso la sua passione; si carica di ogni sofferenza, di ogni colpa. Gesù si avvicina alla carne peccatrice e per salvarla offre la sua stessa carne (Col 2,14). Gesù non «passò oltre» (Lc 10, 31ss), egli è il buon samaritano. Noi saremo giudicati secondo quanto ci saremo accostati alla carne sofferente, secondo quanto avremo saputo vedere nell’altro il nostro prossimo”.

    La parola verrà nella carne. “Sono tante le parabole in cui Gesù fa riferimento al ritorno. – scrive papa Francesco - Verrà nella sua gloria (Mt 25,31), ma tale gloria non rinnegherà la realtà precedente, la realtà di Gesù vivo, ‘venuto nella carne’ (2Gv 7). Il Signore non è solo spirito: «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24,39). E nostro Signore risorto ritornerà, alla fine dei tempi, anche sotto forma di carne. Sarà così più vicino a noi, e tutta la carne vedrà la gloria di Dio (Is 60) e sarà carne gloriosa. Quel Verbo che si fece carne (Gv 1,14) non ci giudicherà secondo i criteri di un’etica astratta o puramente spirituale, ma in base a quel modello di vita che egli stesso ha vissuto e che egli stesso ha tracciato per noi. Saremo giudicati sulla scorta di quanto avremo saputo avvicinarci a tutti gli uomini riconoscendo in quella stessa carne il Verbo di Dio” [7].

    LE PAROLE

    Gli interventi di parola nella celebrazione

    In una celebrazione ci sono molti interventi di parola: monizioni, proclamazioni di letture bibliche, omelia, preghiere (piccola e grande eucologia), acclamazioni, canti, dialoghi, formule, inviti, silenzi, avvisi; solitamente tutti questi interventi sono accompagnati o seguiti da particolari forme di linguaggio non verbale e insieme danno origine ad un linguaggio simbolico.
    Ognuna di queste forme ha una sua identità e funzione e deve essere messa in atto correttamente. Ad esempio una monizione non può assumere la forma di una spiegazione o catechesi; non può dilungarsi, ma limitarsi a una o due frasi per introdurre a ciò che segue come avviene nella monizione che introduce all’atto penitenziale o al Padre nostro.
    Proprio per la loro diversità i vari interventi postulano una dizione diversa, adatta al testo da proferire: le letture bibliche esigono che si faccia attenzione al testo: se racconto, se lettera... La stessa preghiera eucaristica non può essere proclamata tutta allo stesso modo; il racconto della istituzione ad esempio deve essere pronunciato come un racconto.

    Come le parole della celebrazione dicono Dio

    In ogni celebrazione la parola dell’uomo all’uomo, dell’uomo a Dio, nasce dal silenzio. Scriveva papa Francesco: “Le parole vere si forgiano nel silenzio. Più ancora: il nucleo stesso della parola dev’essere silenzioso. Se la parola è vera, nel suo cuore si annida il silenzio. E la parola, una volta pronunciata, torna al silenzio abissale e fecondo da cui proveniva. La parola muore per fare posto all’amore, alla bellezza, alla verità, che proprio essa ha portato […] Il silenzio c’insegna a parlare, dà forza alla parola, la quale - per questo silenzio che racchiude - non è mero rumore (cf. 1Cor 13,1). Il silenzio c’insegna a parlare perché mantiene nel nostro intimo il fervore religioso, l’attenzione allo Spirito Santo. Il silenzio alleva la vita dello Spirito Santo in noi” [8]. Le celebrazione “rumorose” impediscono di entrare, cogliere e partecipare appieno al mistero. A chi compie un ministero o partecipa alla celebrazione dovrebbe essere familiare abitare il silenzio.
    I vari interventi di parola nel loro insieme concorrono a dire il compiersi oggi della salvezza, l’incarnarsi di Dio nella nostra attuale storia. Nella celebrazione le parole non esprimono idee, ma annunciano eventi attuali; non sono parti di un discorso, ma di un’azione; mentre dicono rivelano il farsi carne di colui che è la Parola, l’ “impantanarsi” di Dio nella nostra attuale storia, fino a farsi peccato, fino alla morte. I testi scritti nell’atto della proclamazione non sono semplicemente un annuncio di eventi passati, ma di eventi che rivivono oggi grazie alla proclamazione, come avvenne a Nazareth quando Gesù, alla fine della lettura, disse: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,22). Saranno pertanto da evitare in tutti gli interventi di parola - non solo nell’omelia - la verbosità, il concettualismo, il voler fare catechesi, l’estraniarsi dalla storia in cui oggi si è inseriti e in cui la Parola si incarna, i personalismi, il ghettismo.

    Conclusione

    Nella celebrazione gli interventi di parola partecipano della dinamica della Parola che è venuta, viene e verrà”; sono perciò sempre “parole in sospeso”; non sono mai conclusive, ma sempre in divenire: nell’atto di annunciare il compiersi oggi dell’evento passato rimandano ad un futuro e pieno compimento.


    Bibliografia

    - J. L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova 1987.
    - G. Bonaccorso, La dimensione comunicativa della liturgia, in «Rassegna di teologia» 41 (4/2000) 485‑515.
    ^ Il rito e l'altro. La liturgia come tempo, linguaggio e azione, LEV, Città del Vaticano 2001.
    ^ Comunicare nella liturgia: istanze fondamentali, in CAL (ed.), Liturgia epifania del mistero: Per comunicare il vangelo in un mondo che cambia, CLV‑Ed. Liturgiche, Roma 2003, pp. 59‑70.
    -. CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004.
    -. A. Mariani, Le parole e la Parola, Marcianum Press, Venezia 2014.

    Fonte
    Dossier:“Quale immagine di Dio nelle nostre liturgie?” in Vita Pastorale, 2 Febbraio 2017, pp. 46-48.

     

    NOTE

    1 CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004, nn. 60-61.
    2 Le considerazione proposte in questa parte sono sviluppate maggiormente in: G. Venturi, Introduzione. La Parola si compie oggi, in: J.M. Bergoglio - Papa Francesco, Matteo il Vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, LEV 2016, 7-24.
    3 Da: Parola del Signore. La Bibbia. Traduzione interconfessionale in lingua corrente.
    4 Testimoni di una saggezza nuova ed eterna, in J. M. Bergoglio, Testimonianza, (= Le parole di papa Francesco,7), Corriere della Sera, Milano 2014, 147-204.
    5 Essere portatori di speranza, in J. M. Bergoglio, Scelta, (= Le parole di papa Francesco, 9), Corriere della Sera, Milano 2015, 51-94.
    6 Videomessaggio per i 35 anni del Centro Astalli, 21 aprile 2016.
    7 La nostra carne nella preghiera, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014 ,83-84.
    8 Il silenzio, in J. M. Bergoglio, Natale, (= Le parole di Papa Francesco, 1), Corriere della Sera, Rizzoli, Milano 2014, 67-84.